Nel pieno della bufera sui Quota 96, con la promessa di pensione che sembra a un passo dalla realizzazione, ma che non piace a gran parte dei diretti interessati, rimangono sullo sfondo le altre questioni previdenziali. Eppure, non poche sono le novità che circondano il tema del ritiro dal lavoro anche su altre sfere: in primo luogo, esodati e dipendenti della PA.

Il governo aveva aperto la fase post elettorale affermando che sarebbe stata costellata da interventi strutturali sul welfare. I fatti, per adesso, non sembrano smentire troppo questa affermazione, anche se sotto il cielo la confusione rimane tanta, ed è bene mettere in chiaro quali misure si stanno adottando in ciascuno dei comparti chiave dello Stato sociale.

Esodati

Nei giorni scorsi, la Camera dei deputati ha dato il via libera al testo unico di salvaguardia, che allarga il campo delle pensioni concesse con i requisiti precedenti la riforma Fornero ad ulteriori 32mila posizioni, in gran parte riciclate dal decreto della spending review 2012, dove molte caselle erano rimaste vuote. In questo modo, le posizioni coperte dagli interventi dei vari governi – Monti, Letta e Renzi – ammontano a 170mila casi, anche se le pensioni erogate son in realtà assai meno della metà. Si tratta del sesto provvedimento adottato sul fronte degli esodati nell’arco di soli due anni.

Nei giorni scorsi, poi, è giunto al termine l’esame delle domande presentate agli uffici territoriali dell’Inps relative alla quinta tranche e, ora, si attende il responso dell’istituto di previdenza per ogni singola istanza presentata. Il governo, in sede di approvazione del testo unico, ha comunque assicurato una soluzione definitiva al problema esodati nella prossima legge di stabilità 2015.

Quota 96

E’ il caso del momento: l’annuncio in aula di Francesco Boccia ha aperto alla possibilità della pensione per quattromila insegnanti e dipendenti Ata rimasti nel dimenticatoio dalla legge Fornero. L’emendamento presentato sul decreto 90 di riforma della pubblica amministrazione, ha ricevuto l’ok sull’ammissibilità in Commissione e si appresta ad essere votato da entrambi i rami del Parlamento. Obiettivo, fare prima dell’inizio del nuovo anno scolastico e  consentire, così, l’immissione in ruolo di insegnanti ancora senza cattedra. Ma tra i diretti interessati, si alzano i primi mugugni a causa della liquidazione in ritardo e del conteggio degli ultimi sue anni.

Dipendenti pubblici

Sempre nell’ottica di riforma della pubblica amministrazione, molto chiacchierate sono le norme che dovrebbero favorire il pensionamento degli statali ancora in servizio. Nel testo licenziato dal governo, il limite di lavoro entro i pubblici uffici era stato stabilito a 66 anni, con divieto assoluto di rimanere in servizio oltre l’età pensionabile. Ora, in sede di esame degli emendamenti, si vedrà se questa previsione è stata confermata oppure se si farà una clamorosa marcia indietro. L’intento del governo, ribadito a più riprese dal ministro Madia e dal premier Matteo Renzi, è quello di svecchiare la Pubblica amministrazione italiana, favorendo l’entrata negli uffici di tanti vincitori di concorsi e precari ancora senza contratti. IN questa ottica, vanno lette anche le recenti misure per il ricorso agli esuberi.

Riforma delle pensioni

Anche se il governo ha confermato più volte di non voler mettere mano alla legge Fornero, se non per casi straordinari, come gli esodati o i Quota 96, non è tramontata la possibilità che si possa arrivare a qualche correttivo. Dalle colonne del Sole 24 ore, due esperti come Giuliano Cazzola e Tiziano Treu, prendendo spunto dall’eterna questione degli esodati e dalla tragedia di una disoccupazione giovanile ai massimi storici, hanno rilanciato una proposta di revisione della normativa previdenziale, che poggia su questi principi:

  •  nuove regole valide solo per i nuovi assunti e nuovi occupati (quindi per i giovani, più o meno 400mila l’anno);
  •  versamenti effettuati sulla base di un’aliquota uniforme – in ipotesi del 25-26% – per dipendenti, autonomi e parasubordinati, con pensione obbligatoria di natura contributiva;
  • istituzione di un trattamento di base, ragguagliato all’importo dell’assegno sociale e finanziato dalla fiscalità generale che faccia, a suo tempo, da zoccolo per la pensione contributiva o svolga il ruolo di reddito minimo per chi non ha potuto assicurarsi un trattamento pensionistico

 

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