Il settore della cultura, da sempre, è uno dei più difficili in cui trovare un’occupazione stabile.  Oltretutto, negli ultimi anni, le politiche governative di austerity hanno ridotto sensibilmente i finanziamenti pubblici per un comparto che non ha né numeri, né la forza per sorreggersi da sé. Ecco perché, nelle ultime ore, stanno facendo parecchio discutere le anticipazioni sui prossimi tirocini attivati dal Ministero della Cultura in alcuni siti tra i principali del territorio nazionale.

Stabilmente in cima alla classifica delle nazioni con il maggior numero di siti dichiarati dall’Unesco patrimonio dell’umanità, è innegabile che l’Italia non sia mai riuscita veramente a fare della cultura un vero asset strategico, capace di sfruttare appieno le sue enormi potenzialità.

Troppo spesso, infatti, i sussidi pubblici hanno finito per perdersi tra mille rivoli o, ancor più gravemente, sono serviti per elargire qualche stipendio in più, senza portare un concreto sviluppo al settore. Eppure, abbiamo già tutto quello che ci serve: siti archeologici senza pari, musei unici al mondo, scorci inconfondibili, resti di varie epoche e civiltà, così come borghi o assembramenti che in tutto il mondo possono solo ammirare con invidia.

I problemi di questo settore sono annosi, non certo – o non solo – figli della politica sconsiderata di tagli a ricerca e valorizzazione del patrimonio che ci portiamo in dote. Anche il mondo della cultura ha le sue colpe, se negli ultimi decenni non ha saputo affrancarsi a sufficienza dal supporto delle finanze pubbliche; non già per ricercare un’indipendenza che sarebbe di fatto irrealizzabile, ma per una gestione più oculata di un tesoro che invece stiamo lasciando scomparire, con un’accelerazione preoccupante negli ultimi tempi.

Ormai, infatti, la cultura italiana non fa più notizia per il recupero di un manufatto risalente all’età imperiale, o per il restauro di un bene dato per disperso. No, ora, quando telegiornali e quotidiani si occupano della cultura, a fare rumore sono i continui crolli di Pompei, o gli scioperi degli inservienti al Colosseo, con i turisti in fila che, intervistati, gridano ai microfoni il proprio sdegno: lo spot peggiore, che in pochi attimi fa il giro del mondo. Ma questi sono solo alcuni esempi, sicuramente i più illustri, tra tanti altri che rappresentano fedelmente lo stato comatoso del settore cultura in Italia. Un ambito dove trovare lavoro, anche per chi ha un curriculum invidiabile, è sostanzialmente impossibile, malgrado la ricchezza di cui disponiamo: quasi come se, negli Stati Uniti, un broker rimanesse disoccupato a Wall Street.

Ecco perché tanto clamore attorno ai tirocini annunciati. Nei giorni scorsi, il ministro della Cultura Dario Franceschini, ha confermato dalla sua pagina Facebook la firma sul decreto per l’apertura di 150 tirocini rivolti a laureati, da impegnare nelle zone di Pompei, Caserta, per il recupero di beni danneggiati dai terremoti in Emilia o Abruzzo, più qualche posizione in archivi e biblioteche. Una manna dal cielo, per tantissimi aspiranti, malgrado si tratti essenzialmente di tirocini, senza la garanzia di conferma del posto e di un numero esiguo per una marea di possibili interessati. Lo stipendio, poi, per molti oggi è un miraggio: mille euro netti e garantiti.

Alla conferma del ministro, però, sono seguite le proteste di numerosissimi cittadini che non potranno presentare la propria candidatura, poiché il MiBact ha imposto a 29 anni l’età massima per le iscrizioni. Ovviamente, le cifre sulla disoccupazione parlano chiaro, e non è qui il caso di ribadirle: oltre i 30 anni sono migliaia coloro che si accontenterebbero anche di un semplice tirocinio, pur di lavorare nell’ambito in cui hanno titoli e competenze. Franceschini, però, si è tirato fuori dalla discputa: è la normativa nazionale, ha detto, a stabilire come l’attivazione degli stage spetti solo a candidati under 30.

Se così stanno le cose, dunque, sembra che di speranze per gli ultratrentenni ne rimangano davvero poche: difficile ipotizzare deroghe. E a migliaia di nati nei primi anni ’80, rimarrà l’amaro in bocca di trovarsi dimenticati e inutili, troppo giovani per avere esperienza, troppo vecchi per maturarla: dispersi nel limbo della disoccupazione e, soprattutto, dell’insoddisfazione, dopo anni di sacrifici sui libri.


CONDIVIDI
Articolo precedenteDivorzio: la prova nel procedimento di separazione
Articolo successivoMusei, le novità 2014 su orari, giorni di apertura e biglietti

SCRIVI UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here