Il termine “carisma” viene identificato, nel vocabolario Treccani, come la “capacità di esercitare, grazie a doti intellettuali o fascino personale, un forte ascendente sugli altri e di assumere la funzione di guida, di capo”. Definizione accurata, ma, forse, non del tutto esaustiva. Ebbene, oggi, guardando insieme per la prima volta Barack Hussein Obama e Jorge Mario Bergoglio, troveremo immediatamente la risposta senza dover riaprire il dizionario.

Appartenenti a due generazioni differenti, dai percorsi individuali completamente opposti, oggi, papa Francesco e Obama sono le due personalità più note e influenti al mondo. Il presidente degli Stati Uniti e al pontefice venuto “dalla fine del mondo” hanno un privilegio toccato a pochissimi eletti nel corso delle vicende umane: quello di scrivere la storia mentre la stanno vivendo.

E, si badi bene, non è solo questione del ruolo che ricoprono, ma di un magnetismo che, attraverso le parole e la propria personalità, riescono naturalmente a esternare e che, probabilmente, li ha portati esattamente lì dove si trovano adesso. Il politico che è diventato un’icona pop, il pontefice apparso sulla copertina di “Rolling Stone”: l’uomo di Stato e la guida spirituale, accomunati da quell’aura inconfondibile, delle rockstar o dei miti del cinema, con la differenza che il loro operato ha influenza su miliardi di persone.

Eppure, i due, che oggi si incontrano in Vaticano, non potrebbero essere più diversi. Avvocato rampante uno, presidente di uno Stato che fa della laicità uno dei propri pilastri, per quanto sia costituito su basi culturali tradizionaliste; animo semplice l’altro,  con il suo stile di vita frugale e la vocazione laboriosa, che si rimbocca le maniche e non sta troppo volentieri in concistoro, chiamato a sanare le ferite della Chiesa di Pietro in uno dei momenti più drammatici della sua storia.

C’è qualcosa di rivoluzionario nel modo in cui Obama e papa Francesco ricoprono il proprio ruolo, ma,a  leggere in profondità, anche di frenato, da una società restia ai cambiamenti radicali: si vede, anzi, che i due vorrebbero e potrebbero fare di più, ma sono costretti a contenere il proprio impeto riformatore, cercando di rendere il cambiamento più diluito, senza shock.

E’ una delle ragioni per cui l’operato di Obama pare assai lontano dal candidato che nel 2008 urlava al mondo “Yes, we can”, facendo intravedere una nuova alba in nome dei diritti universali e della speranza di un nuovo ordine mondiale. Addirittura, alcuni suoi interventi – si pensi a quello all’università del Cairo, all’indomani dell’elezione, suscitarono una tale eco da portarlo a ricevere, forse in maniera un po’ affrettata, il premio Nobel per la Pace. A ben vedere, però, il primo presidente afroamericano è anche l’unico, negli ultimi trent’anni che – ancora – non ha iniziato un conflitto in qualche parte del mondo: solo per questo, allora, gli andrebbe affidata quantomeno un attestato di riconoscimento. Poi, però, anche per lui la realtà effettuale si è rivelata assai più complicata della suadente retorica: basti pensare alle mille difficoltà di una riforma pur epocale come quella sanitaria in America, mentre, all’estero, contenere le bizze di Putin si sta rivelando una vera seccatura per la diplomazia americana.

Dall’altra parte, a un solo anno dalla sua elezione, papa Francesco è già diventato un simbolo dei nostri tempi: con una rottura comunicativa e di stile senza precedenti, ha rinnovato con un timido “Buonasera” l’istituzione più vecchia del mondo. Questa, però, era solo la facciata, la passata di stucco che ha modernizzato il volto della Chiesa: all’interno, cambiare le cose è, al solito, un processo assai più arduo e problematico. Così, a piccoli passi ma forte della sua dirompenza, Bergoglio ha avviato il suo rinnovamento, con la condanna ferma verso gli abusi dei minori compiuti dai sacerdoti e cercando di togliere la coltre di nebbia che permeava gli affari dello Ior. 

Oggi, dunque, i due personaggi più popolari del pianete Terra si incontrano nel cuore dello Stato sovrano più ristretto. Parleranno di povertà, di diritti, di questioni che solo i grandi possono aver l’ambizione di modificare. Anche perché, per Obama e papa Francesco, rimane sempre il rischio corso dai profeti nel tempo che stanno vivendo: lasciare il mondo non troppo diverso da come lo hanno trovato.


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