Risponde wikipedia: la pensione è una prestazione previdenziale economica prevista dall’art. 38 della Costituzione per le situazioni di bisogno indicate dalle leggi dello Stato.

Cosa afferma l’articolo 38 della Costituzione italiana?

Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale.


I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria.

Gli inabili ed i minorati hanno diritto all’educazione e all’avviamento professionale.
Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato.
L’assistenza privata è libera.

Sembrerebbe di capire che i costituenti, con l’affermazione “mezzi adeguati alle loro esigenze di vita”, non intendessero il mantenimento del tenore di vita raggiunto dagli stessi lavoratori nell’arco temporale della loro attività lavorativa, bensì un mezzo adeguato alla salvaguardia di una dignitosa vecchiaia.

Un professionista, un alto burocrate, un imprenditore hanno, con il proprio lavoro, raggiunto livelli di benessere economico tali che gli consentono una vecchiaia decorosa e signorile anche senza l’intervento della cosiddetta pensione.

Eppure, pare che chi più ha avuto nel periodo di attività più deve avere, come vitalizio, dallo Stato, pur avendo la capacità economica di sostenersi da solo.

Sia il sistema retributivo, sia quello contributivo, premiano i cittadini che hanno avuto di più dalla vita lavorativa, particolarmente se consideriamo che una volta in pensione, l’ex manager e l’ex operaio fanno la stessa cosa, cioè nulla.

Se appare giusto premiare il merito e la differenza tra attività lavorative, un magistrato, un chirurgo, un ricercatore è giusto che siano pagati diversamente da un impiegato o un operaio; appare però del tutto iniquo trasformare la pensione pubblica, cioè il mezzo adeguato alla salvaguardia di una dignitosa vecchiaia, in una rendita di posizione per l’attività svolta.

La pensione pubblica dovrebbe essere, come la livella di Totò, mezzo adeguato alle esigenze di vita, dovrebbe essere pagata, come nella civilissima Australia, laddove serve a raggiungere un determinato reddito di sopravvivenza.

Esempio: se un pensionato tra beni mobili, immobili, rendite e conto corrente in suo possesso, somma un reddito di 100 mila euro l’anno, non dovrebbe pesare anche sulle spalle dello Stato.

Il nostro sistema pensionistico, invece, è del tipo obbligatorio, nel senso che lo Stato, attraverso le sue leggi, prevede e assicura i lavoratori affinchéin caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria abbiano “mezzi adeguati alle loro esigenze di vita”.

Dunque, il sistema pensionistico italiano è un sistema senza copertura patrimoniale delle obbligazioni derivanti dalle prestazioni previdenziali promesse.

Sembra di capire che, se le entrate per contributi non coprono le uscite per le pensioni, lo Stato interviene e copre la differenza.

Con il sistema “retributivo”, la pensione era una sorta di patto generazionale: tre giovani lavorano e pagano la pensione ad un vecchio, l’ammontare dell’importo pensionistico era determinato in base alla media degli ultimi cinque anni dello stipendio percepito.

Con il sistema “contributivo” è cambiato l’impianto: ciò che versi ti verrà reso.

Sembra ora che con l’avvento del contributivo il nostro sistema pensionistico è ideologicamente cambiato, adesso si applica l’Art. 1882 del Codice Civile:

L’assicurazione è il contratto col quale l’assicuratore, verso pagamento di un premio, si obbliga a rivalere l’assicurato, entro i limiti convenuti, del danno ad esso prodotto da un sinistro, ovvero a pagare un capitale o una rendita al verificarsi di un evento attinente alla vita umana.

Oltre il citato articolo 1882 del CC, lo Stato impone anche l’art. 1886 Assicurazioni sociali:

Le assicurazioni sociali sono disciplinate dalle leggi speciali. In mancanza si applicano le norme del presente capo.In pratica la pensione, dal punto di vista logico, non è più una prestazione sociale offerta dallo Stato, così come non lo è il vitalizio mensile pagato all’assicurato dalla compagnia d’assicurazione privata, con la quale era stata sottoscritta una polizza assicurativa sulla vita. 

Se non vi fossero i contributi previdenziali, gli stipendi dei lavoratori sarebbero del 32,7% più alti.

Insomma, la pensione, sempre dal punto di vista logico, non è altro che il recupero dei soldi del lavoratore, che sono stati messi da parte obbligatoriamente sulla base di leggi dello Stato (es. 335/95, nota come riforma Dini), in quanto quest’ultimo ritiene che il lavoratore non sia così saggio da mettere da parte, nel corso della vita lavorativa, i soldi, che consentono poi di vivere serenamente, una volta conclusa l’attività lavorativa.

Pur essendo cambiata, con la riforma Dini, la logica dell’apparato pensionistico non è cambiato il sistema di gestione: lo Stato continua ad incassare, attraverso i suoi enti previdenziali, contributi che utilizza per pagare le pensioni mentre, come una banca, li dovrebbe investire per dare al lavoratore il massimo degli interessi possibili.

Ad esempio, si potrebbero utilizzare i contributi previdenziali per dare prestiti agevolati alle imprese che investono, producono, fanno ricerca e danno lavoro sul territorio italiano.

Inoltre, il cittadino paga sulla pensione l’irpef come se fosse un reddito, invece, con il sistema contributivo è solo una rendita da interesse sul capitale accumulato e pertanto dovrebbe pagare solo la trattenuta del 23%, come sugli interessi bancari.

Inoltre, la LEGGE 335/1995 ART. 1 COMMA 6 stabilisce che:

Ad ogni assicurato è inviato, con cadenza annuale, un estratto conto che indichi le contribuzioni effettuate, la progressione del montante contributivo e le notizie relative alla posizione assicurativa nonché  l’ammontare dei redditi di lavoro dipendente e delle relative ritenute indicati nelle dichiarazioni dei sostituti d’imposta.

Sembra che, quantomeno per i dipendenti pubblici, l’ex INPDAP non abbia mai inviato il citato estratto conto, impedendo al lavoratore pubblico di rendersi conto del suo stato pensionistico ed eventualmente porvi riparo.

Da conti fatti, un lavoratore di medio livello (un insegnante) accumula, in 40 anni di vita lavorativa,  con enormi sacrifici economici, un capitale che, comprensivo di interessi legali e rivalutazione monetaria, ammonta a circa 800.000€.

Soldi che gestisce l’ente previdenziale e, in caso di morte prematura del lavoratore pensionato, nulla resta alla famiglia.

Ad un lavoratore che guadagna 25.000€ lordi all’anno il datore di lavoro detrae l’8,89% del suo salario da versare in contributi previdenziali. Lo stesso 8.89% o poco più, viene detratto, in maniera ingiusta, scorretta, immorale e disonesta a chi guadagna 250.000€.

La cassa integrazione ai lavoratori dell’industria viene pagata dall’INPS con i soldi della previdenza che non vengono investiti per garantire una pensione più equa ai lavoratori che smettono di lavorare.

Fino a quando è possibile continuare con questo sistema?

Cosa succede con i vitalizi

Le ultime disposizioni, in vigore fino ad ora, prevedono che ogni mese il deputato versi mensilmente una quota (l’8,6 per cento, pari a 1.006,51 euro) della propria indennità lorda, che viene accantonata per il pagamento degli assegni vitalizi. L’importo dell’assegno varia da un minimo del 20 per cento a un massimo del 60 per cento dell’indennità parlamentare, a seconda degli anni di mandato parlamentare e dei contributi versati.

http://it.notizie.yahoo.com/vitalizio-parlamentari-come-funziona.html

A decorrere dal 1° gennaio 2012, l’importo netto dell’indennità parlamentare, corrisposto per 12 mensilità, è pari a € 5.246,54, a cui devono poi essere sottratte le addizionali regionali e comunali, la cui misura varia in relazione al domicilio del deputato. Tenuto conto del valore medio di tali imposte addizionali, l’importo netto mensile dell’indennità parlamentare risulta pari a circa €5.000.
Tale misura netta è determinata sulla base dell’importo lordo di € 10.435,00, sul quale sono effettuate le dovute ritenute previdenziali (pensione e assegno di fine mandato), assistenziali (assistenza sanitaria integrativa) e fiscali (IRPEF e addizionali regionali e comunali).

Inoltre, l’importo netto dell’indennità scende a circa € 4.750 per i deputati che svolgono un’altra attività lavorativa.

Un parlamentare dopo cinque anni di mandato avrà versato di contribuzione (1006,51*60) 60.390,6€, al compimento dei 65 anni riceverà in cambio un vitalizio di (10435*20%) 2.870€ lorde al mese, cioè circa 2.000€ netti che sommerà alla pensione per l’attività principale svolta nell’arco della vita.

Se il parlamentare riesce a svolgere il secondo mandato le somme indicate si moltiplicano per 3 ed il vitalizio scatta a 60 anni.

Dunque, nel primo caso, l’ex parlamentare a partire dai 65 anni, fino agli 84 anni di vita media, riceverà (2.870* 13*19) 708.890€ a fronte di 60.390 versati.

Nel secondo caso l’ex parlamentare a partire dai 60 anni, fino agli 84 anni di vita media, riceverà (8610*13*24) 2.686.320€ a fronte di 181.170€ versati.


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  1. “Sembra di capire che, se le entrate per contributi non coprono le uscite per le pensioni, lo Stato interviene e copre la differenza.
    Dunque, nel primo caso, l’ex parlamentare a partire dai 65 anni, fino agli 84 anni di vita media, riceverà (2.870* 13*19) 708.890€ a fronte di 60.390 versati.
    Nel secondo caso l’ex parlamentare a partire dai 60 anni, fino agli 84 anni di vita media, riceverà (8610*13*24) 2.686.320€ a fronte di 181.170€ versati”

    Qui si viene a meno all’art. 3 della Costituzione l’uguaglianza tra i cittadini nella loro dignità eppure tanti pensionati che hanno lavorato 40 anni nei campi percepiscono pensioni di 700 euro e lo Stato non interviene per coprire una dignitosa differenza.

    Domanda? cosa rappresenta la Costituzione e soprattutto chi è preposto al controllo?

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