L’Istituto Bruno Leoni è uno dei più decisi sostenitori dell’utilità, anzi quasi necessità, di abolire le province, da ultimo con l’intervento di Andrea Giuricin.

Molte sono le argomentazioni non condivisibili dello studio citato. In particolare, quelle che considerano necessario eliminare le province in relazione all’incremento della pressione fiscale del 13% ed alla riduzione degli investimenti. Tale argomentazione se fosse applicata anche ai comuni, porterebbe a concludere per la loro necessaria eliminazione, posto che secondo i dati raccolti dall’Istat sui consuntivi, dal 2002 al 2011 le entrate tributarie dei comuni sono aumentate del 50%: in 9 anni passano da 22 miliardi a 33 miliardi. Sono gli effetti del patto di stabilità e del “federalismo” all’italiana, che con un ragionamento teso a dimostrare una conclusione tratta in partenza, si volgono per dimostrare impropriamente la necessità dell’eliminazione delle province.

Ma, nello studio citato, il Giuricin abbraccia un’altra tesi molto gettonata: quella dell’opportunità di abbandonare, da parte del sistema pubblico e, dunque, da parte delle province attualmente competenti, la funzione connessa al mercato del lavoro.


La considerazione di partenza è sempre la stessa: la stima secondo la quale i centri per l’impiego intermediano solo il 3,7% del lavoro, trovando nuovi lavori a circa 80.000 disoccupati, a fronte di una spesa complessiva di circa 700 milioni, per un costo a disoccupato di circa 9 milioni di

euro.

Dunque, la proposta di Giuricin è il totale ritiro del “pubblico” dal sistema, per lasciare campo esclusivamente alle agenzie private.

E’ uno scenario molto accattivante, specie in una visione liberista, che però non tiene conto di alcuni elementi di diritto e di fatto. Sul piano giuridico, la Costituzione fonda la Repubblica stessa sul lavoro: questo di per sé chiarisce come vi sia un obbligo vero e proprio per il settore pubblico di intervenire allo scopo di assicurare attivamente ai disoccupati strumenti di protezione e ricerca.

Il privato è sussidiario, nel senso che può e deve fornire un aiuto ulteriore, con interventi che si aggiungono e non si sostituiscono al pubblico.

Lasciare ai soli privati il mercato del lavoro, significherebbe incrementare le sue inefficienze. Del resto, se fosse reale la stima della capacità di intermediazione dei centri per l’impiego, vorrebbe dire che già l’intermediazione è lasciata al “mercato privato”. Ma, allora, la conseguenza da trarre sarebbe del tutto opposta a quella che propongono i fautori della dismissione dei centri per l’impiego. Se, infatti, la disoccupazione comunque aumenta e non si trovano efficienti strumenti per il reimpiego dei disoccupati, la responsabilità ricade anche su quel circa 97% di intervento nel mercato del lavoro che di fatto occupa il sistema privato, in modo evidentemente non efficiente.

Non efficiente sia perché non aiuta a risollevare dalla disoccupazione. Ma come è ingeneroso accusare di questo i Cpi, altrettanto lo sarebbe per il sistema privato: il fatto è che la crisi occupazionale ovviamente impedisce a qualsiasi struttura, pubblica o privata, di intermediare con efficienza. La principale inefficienza del mercato privato sta nella sua opacità e chiusura: i “lavora con noi” dei siti internet o i circuiti di conoscenze dei datori, creano tanti mini-mercati, chiusi in se stessi, che forniscono opportunità lavorative solo a cerchie ristrette.

Compito del sistema pubblico sarebbe intervenire proprio per evitare la creazione di tali nicchie e permettere un accesso democratico ed aperto a tutte le opportunità di lavoro.

Ma, le analisi sull’inefficienza del sistema pubblico di intermediazione non convincono

nemmeno sul piano fattuale e finanziario. Prendiamo l’esempio della Germania, ove, è bene ricordare, presso gli arbeitsamt, i centri per l’impiego, operano 100.000 dipendenti a fronte dei 7.000 italiani, con un volume di spesa di 5 miliardi, a fronte dei 700 milioni in Italia.

Ora, per effetto della riforma Hartz, dal 2005 al 2012, il numero dei disoccupati è sceso da 5,1 milioni a 2,8 milioni, con una riduzione drastica di 2,3 milioni, al ritmo di 287.500 rioccupati all’anno.

Ponendo che tutti questi lavoratori siano stati ricollocati dai centri pubblici per l’impiego, 5 miliardi l’anno, diviso per 287.500 lavoratori rioccupati, sempre all’anno, portano ad un costo a ricollocazione pari a circa 17.400 euro. Il doppio del costo stimato in Italia.

Questa stima dimostra che nei confronti dei centri per l’impiego operino molti pregiudizi, fondati per altro su dati non certi, ma solo stimati, in quanto manca un sistema di tracciamento delle intermediazioni. Come evidenzia Emiliano Mandrone (Why always Spi?, in bollettino Adapt del 2 aprile 2013) “i dati Isfol Plus1, i CPI hanno una capacità stimata di intermediazione diretta mediamente contenuta (a livello nazionale non supera il 4%) se confrontata con altri canali, ma interpretare questi dati come incapacità dei SPI di effettuare la propria funzione è una lettura profondamente erronea. Nel 26% dei casi i Centri per l’impiego rappresentano uno dei passaggi necessari per trovare lavoro (funzione indiretta), rappresentando in tal senso un player importante nel mercato, anche in considerazione dell’utenza che gestisce (quella più debole)”.

Compito del sistema pubblico è generare valore, investire, per cercare di aiutare il disoccupato a trovare lavoro e, come si è visto, in Germania l’investimento pubblico è elevatissimo.

Una totale ritirata dal campo porterebbe al risultato paradossale di dover imporre ai disoccupati stessi di dover pagare i privati, per cercare lavoro. Ovviamente, questo pagamento sarebbe, però, “sussidiato” dall’erario, come avviene sostanzialmente nel sistema delle doti in Lombardia.

Dunque, il ritiro dello Stato dalla funzione del mercato del lavoro non porterebbe, alla fine, ad alcun risparmio, ma al finanziamento dei privati con risorse pubbliche, sotto forma di sussidio ai lavoratori.

Non proprio il massimo per una riforma del mercato del lavoro che si vorrebbe liberista.


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