Giovedì scorso, quando sono arrivato alla stazione, l’atmosfera non era delle più tranquille. Lo psichiatra ce l’aveva con l’ex-insegnante di asilo nido, ora educatrice in una struttura per anziani, e poi se la prese anche con me, senza neppure darmi il tempo di sedermi al tavolo del bar. Il motivo era questo. Il giorno prima era stato a Bologna a un congresso sulla non autosufficienza per tenere un gruppo di lavoro sull’assistenza ai bambini autistici e le sue parole erano cadute nel vuoto. Pochi uditori, poco interesse, pochi soldi. E invece, incontrando lì gestori di cooperative, sindaci, amministratori regionali, direttori di strutture residenziali, si era reso conto del volume di affari e della quantità di soldi pubblici inghiottiti dall’assistenza agli anziani. Questo aggiungeva sconforto a sconforto. Il nostro welfare era quasi del tutto assorbito da spese per le pensioni e spese per l’assistenza agli anziani, e all’istruzione e all’infanzia restavano solo briciole, briciole di futuro. E così se la prendeva con la povera educatrice precaria e con tutti i pensionati d’Italia, compreso me, che ero lì presente, e l’amico pediatra che ormai se ne stava a casa spaparanzato sulla sua poltrona. Io e l’educatrice non osammo replicare. Ma il professore d filosofia saggiamente gli fece notare che il cambiamento demografico italiano non era colpa nostra. Se gli anziani vivevano sempre di più e i figli nascevano sempre di meno, la responsabilità non era nostra, semmai era il frutto del benessere della fine del novecento, che aveva allungato la vita dei vecchi e aveva indotto le famiglie a programmare le nascite. Aggiunse anche il professore che comunque la nuova povertà avrebbe provveduto lei a regolare il problema, accorciando la vita media e aumentando le nascite, ma forse questo non era un progresso. Lo psichiatra tacque. Un senso di impotenza e di attesa avvolse lui e tutti noi, anzi forse avvolgeva tutto il paese, conducendoci all’immobilità. In quel silenzio arrivò il treno e come tutte le mattine allo spalancarsi delle porte frotte di studenti e studentesse, belli, sorridenti, frenetici, cominciarono a scendere in una fila interminabile sul marciapiede della stazione. Arrivavano dai paesi vicini per andare alle scuole superiori della città. Mi prese una stretta al cuore, di felicità per quella bella gioventù, di angoscia per il loro futuro. Ma in fin dei conti, mi dissi, il futuro appartiene a loro e la speranza. Nessun welfare e nessuno psichiatra acido e incavolato glielo potrà mai negare.

 


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