Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, chiamato a testimoniare nell’ambito del processo sulla presunta trattativa Stato-mafia , ha inviato una lettera alla Corte di Palermo dove spiega di non avere “nulla da riferire”.

La missiva reca la data del 31 ottobre ad Alfredo Montalto, presidente della Corte d’Assise del capoluogo siciliano chiamata a esprimersi sul processo riguardo la vicenda della trattativa.

In ogni caso, il Capo dello Stato potrebbe essere ascoltato in merito all’altra lettera che il suo ex consigliere Loris D’Ambrosio, ora defunto, gli consegnò, nella quale Napolitano veniva informato dall’esperto giuridico di essersi sentito, nel periodo delle stragi tra il 1992 e il 1993, come un “utile scriva per fungere da scudo a indicibili accordi”. In quel periodo, infatti, un decreto da lui stesso redatto aveva finito per provocare la nomina di Francesco Di Maggio alla guida del Dap, da cui poi, secondo l’accusa, avrebbe svolto la trattativa nelal parte relativa all’alleggerimento del carcere duro.


Ecco il testo della lettera di Napolitano

“Signor Presidente, la Corte da Lei presieduta – esercitando la facoltà attribuitale dal vigente art. 205, comma primo, del codice di procedura penale – ha deciso con ordinanza del 17 ottobre, di ammettere, nei limiti che la stessa ordinanza indica, la testimonianza del sottoscritto Presidente della Repubblica richiesta dal pm.

“Ritengo in proposito doveroso farle presenti le seguenti circostanze: a) la lettera indirizzatami il 18 giugno 2012 dal dottor Loris D’Ambrosio, con la quale egli volle rimettermi l’incarico (da me conferitogli il 18 maggio 2006) di consigliere per gli Affari dell’Amministrazione della giustizia, è stata, per mia libera iniziativa, pubblicata nella raccolta di miei interventi del periodo 2006-2012 “Sulla giustizia”. Quella mia iniziativa, di certo non dovuta, corrispose a un intento di massima trasparenza nel documentare e onorare il travaglio umano e morale del consigliere D’Ambrosio, provocato dalla diffusione, sulla stampa, di testi registrati (non si sa quanto correttamente e integralmente riprodotti) di conversazioni con il senatore Mancino, intercettate dalla Procura di Palermo, e da cui venivano ricavati elementi di grave sospetto su comportamenti tenuti dal mio collaboratore”.”b) Quella lettera era caratterizzata da profonda ‘amarezza e sgomento’ e direi anche indignazione per interpretazioni (dello scambio di telefonate con il senatore Mancino) e piu’ in generali, arbitrarie insinuazioni che colpivano la costante linearita’ della condotta tenuta dal dottore D’Ambrosio, in modo particolare rispetto all’impegno dello Stato nella lotta contro la mafia; c) Il giorno seguente, 19 giugno 2012, lo invitai nel mio studio – alla presenza del segretario generale della Presidenza della Repubblica – per tentare di rasserenarlo, e per confermargli stima e fiducia e farlo anche per iscritto, consegnandogli la lettera (inserita poi a sua volta nella pubblicazione da me gia’ ricordata – con la quale lo invitavo a mantenere l’incarico di mio consigliere; d) Per quel che riguarda il passaggio della lettera del consigliere D’Ambrosio cui fa riferimento la richiesta di mia testimonianza ammessa dalla Corte, non ho da riferire alcuna conoscenza utile al processo, come sarei ben lieto di potere fare se davvero ne avessi da riferire e tenderei a fare anche indipendentemente dalle riserve espresse dai miei predecessori Cossiga e Scalfaro sulla costituzionalita’ della norma di cui all’art. 205 del c.p.p.

“Dei problemi relativi alle modalita’ dell’eventuale mia testimonianza, la Corte da lei presieduta è peraltro certamente consapevole come ha – nell’ordinanza del 17 ottobre – dimostrato di esserlo dei ‘limiti contenutistici’ da osservare ai sensi della sentenza della Corte Costituzionale del 4 dicembre 2012″. “L’essenziale è comunque il non aver io in alcun modo ricevuto dal dottor D’Ambrosio qualsiasi ragguaglio o specificazione circa le ‘ipotesi’ – ‘solo ipotesi’ – da lui ‘enucleate’ e il ‘vivo timore’, di cui il mio consigliere ha fatto generico riferimento sempre nella drammatica lettera del 18 giugno, rinviando al suo scritto inserito, come sapevo, nel recente volume di Maria Falcone. Né io avevo modo e motivo – neppure riservatamente, nel colloquio del 19 giugno – di interrogarlo su quel passaggio della sua lettera. Né mai – data la natura dell’ufficio ricoperto dal dottor D’Ambrosio durante il mio mandato come durante il mandato del presidente Ciampi – ebbi occasione di intrattenermi con lui su vicende del passato, relative ad anni nei quali non lo conoscevo ed esercitavo funzioni pubbliche (presidente della Camera dei deputati) del tutto estranee a qualsiasi responsabilità di elaborazione e gestione di normative antimafia. “Così stando le cose, sottopongo queste precisazioni alla sua attenzione affinchè la Corte possa valutare nel corso del dibattimento, a norma dell’art. 495, co.4, c.p..p., il reale contributo che le mie dichiarazioni, sulle circostanze in relazione alle quali è stata ammessa la testimonianza, potrebbero effettivamente arrecare all’accertamento processuale in corso. “Con viva cordialità ”.


CONDIVIDI
Articolo precedenteI tre amici al bar discutono sulla decadenza di Berlusconi
Articolo successivoLegge di stabilità 2014, ecco la fiducia. Governo sotto in commissione

1 COOMENTO

SCRIVI UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here