La nuova strage di Lampedusa riporta al centro delle cronache alcuni enormi problemi lasciati irrisolti nel corso degli ultimi decenni, che, puntualmente, ripresentano il conto in termini di disagio sociale, di problemi di integrazione, quando non, come questa volta, nella, perdita di un numero altissimo di vite umane.

E oggi,  il bilancio è più tragico che mai: al momento il conto dei cadaveri recuperati dalle acque più insanguinate d’Europa è arrivato a 90 con centinaia di dispersi ancora da recuperare. Insomma, questo 3 ottobre 2013 è già passato alla storia come uno dei giorni cupi per l’Italia e e tutto il continente europeo, terra di approdo per centinaia di disperati che hanno perso la vita nel tentativo di migliorare le proprie condizioni di esistenza. Come ha ricordato la presidente della Camera Boldrini, infatti, tutti i migranti che sapano sul Mediterraneo fuggono da guerra, persecuzioni e mancato rispetto dei diritti umani. Per molti di loro, questa volta, però, la speranza si è rivelata fatale.

Mentre ancora si contano le vittime, però, la politica tutta si ferma: il Pdl in procinto di scissione annulla la conferenza dei propri ministri in dissidio con il leader Berlusconi, alle Camere membri del governo e parlamentari si succedono in aggiornamenti continui sulla situazione a Lampedusa, un territorio costretto a salire nuovamente in vetta a tutte le prime pagine dei siti web e dei quotidiani del mondo.


Intanto, però, la politica cerca di additare i responsabili, per un tema, quello dell’immigrazione, che da anni divide opinione pubblica e rappresentanti, diventando di fatto un baluardo per alcuni partiti politici, in particolare, come noto, la Lega Nord.

Ora, secondo alcuni esponenti del Carroccio, la nuova tragedia del mare sarebbe addirittura da imputare alla stessa Bolrdini e al ministro per l’Integrazione Cècile Kyenge, ree di aver avallato una linea troppo soft nei confronti degli immigrati, spinti a buttarsi in mare aperto anche in condizioni critiche a rischio della vita.

Proprio la Kyenge, nei mesi scorsi, si era battuta per l’introduzione anche in Italia del principio dello ius soli, secondo cui ogni nato in Italia sia da considerarsi cittadino italiano. L’esigenza di chi difende questa legge deriva dal numero sempre crescente di figli di immigrati, che così verrebbero esentati dallo scegliere a 18 anni sulla possibilità di diventare cittadini italiani o di mantenere la nazionalità dei genitori.

Dall’altro lato, non va dimenticato che a regolare le politiche migratorie e occupazionali per gli stranieri in Italia sia ancora la legge Bossi-Fini, ormai decennale, che ha riscosso ampie critiche anche fuori dall’Italia per le sue interpretazioni restrittive delle facoltà di residenza e lavoro in Italia. E, dopo la strage di oggi, son già in tanti a chiederne l’abolizione.

Quindi, da ultimo, assistiamo regolarmente al varo di sanatorie o decreti flussi, che servono per regolarizzare i clandestini già presenti illegalmente sul suolo italiano, i quali vedono aumentare con regolarità le prorie schiere e dunque rendono inevitabili interventi  urgenti per vedere riconosciuto il proprio status di lavoratore ed essere a tutti gli effetti in regola.

E si vede, dunque, misure straordinarie, leggi ormai superate, progetti mai decollati contraddistinguono la normativa migratoria: forse, buone leggi non possono evitare simili sciagure, ma sicuramente possono rendere la convivenza più facile e la speranza più concreta.


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