La Covip, commissione di vigilanza sui fondi pensione, ha condotto un’analisi sull’onerosità di un fondo pensione ed il primo dato che ha rilevato è che maggiore è l’adesione e minore è il costo annuo da corrispondere. Dunque, in pratica, aderire ad uno stesso fondo pensione può costare l’1% annuo per chi è iscritto solo due anni, mentre lo stesso valore crolla al 0,2% se l’adesione è di 35 anni.

Dati bassi se rapportati  a quelli rispettivi degli oneri dei fondi comuni di investimento, cui spesso i fondi pensione vengono affiancati; il risparmio gestito è più flessibile, ma non è semplice trovare fondi obbligazionari a breve/medio termine con un total expence ratio (criterio di calcolo diverso, ma nemmeno tanto, dall’Isc) sotto l’1%, mentre gli strumenti bilanciati e azionari superano abbastanza spesso il 3%.

Il quadro completo che la Covip è riuscita a tracciare grazie alla sua analisi, pone in evidenza come i fondi pensione negoziali o di categoria siano gli strumenti meno costosi in assoluto; se si considera che quelli rivolti ai dipendenti danno il vantaggio aggiuntivo di ricevere il contributo datoriale è evidente la loro convenienza rispetto agli strumenti per i lavoratori dipendenti. I fondi pensione aperti si collocano a metà strada tra i negoziali e i piani individuali pensionistici (Pip) cioè le polizze previdenziali, in assoluto le più care: mediamente costano da tre a sette volte un fondo di categoria.


I costi sono importanti perché alcune elaborazioni hanno determinato che due strumenti identici per rendimento, contribuzione e durata di adesione – ma con l’1% di oneri di distanzaproducono rendite differenti del 20% al termine di 35 anni di adesione. Se il primo costa il 2% più del secondo, quest’ultimo produrrà una rendita superiore del 35%: oltre un terzo. Due lavoratori “gemelli” andrebbero in pensione con rendite anche sensibilmente diverse, in ragione delle loro scelte di lungo termine.

La commissione di vigilanza sui fondi pensione ha rivolto molta attenzione al contenimento dei costi, sin dall’entrata in vigore della 252/2005, la legge che riformava la destinazione del Tfr per i lavoratori: la norma, entrata in vigore a inizio 2007, ha schiacciato verso il basso gli oneri pagati dagli aderenti ai fondi pensione, riducendo l’Isc (indice sintetico di rischio), in particolare dei piani individuali pensionistici (Pip) che si sono visti vietare il cosiddetto “precosto“, ossia l’anticipo sui consti che gli aderenti versavano.

Spesso le rate versate dai lavoratori erano rappresentate per l’80% da commissioni anticipate alla rete: una pratica impiegata per rendere sconveniente al cliente l’uscita anticipata, ma che è stata eliminata dal principio della portabilità della posizione previdenziale, introdotto dalla 252/2005 stessa. Il preconto, in pratica, è rimasto in una qual forma: la compagnia assicurativa anticipa all’agente o all’intermediario che colloca il Pip tutte le commissioni che il nuovo cliente verserà nell’anno successivo, spiegando così economicamente la rete di vendita.

Anche in virtù di ciò gli unici strumenti che negli ultimi anni hanno avuto una diffusione importante sono stati proprio i Pip. I costi dovrebbero remunerare la consulenza previdenziale, ma occuparsi di una cosa importante come la pensione altrui non è semplice e prevede un impiego di molto tempo e bassa remunerazione: promotori finanziari e gestori preferiscono collocare altri strumenti – dalle polizze ai fondi comuni -, più remunerativi per il collocatore.

Anche per questo in molti guardano con attenzione ad altri modelli esteri, che riescono ad essere più pervasivi e meno legati ai cicli economici (visto che la crisi ha portato l’anno scorso al congelamento dei versamenti di un lavoratore su 5); ad esempio in questi mesi nel Regno Unito è cominciata un’operazione molto articolata di consulenza previdenziale organizzata da un soggetto pubblico, il Nest, che veicolando alcuni rudimenti di educazione finanziaria e previdenziale, spiega ai britannici come risparmiare in modo coerente per la propria pensione.

Del resto il costo dei fondi pensione è in realtà un costo psicologico. Quello di sintonizzarsi su un nuovo approccio alla materia, quella previdenziale che per decenni è stata demandata allo Stato. Che oggi non ha le risorse per sostenere le prestazioni erogate finora e necessariamente spinge il singolo a organizzarsi.

Per capirsi meglio, é un po’ come cambiare il sistema operativo del proprio computer: all’inizio si fatica a comprenderlo, ma poi le cose migliorano e si è più contenti di prima. Un’indagine recente di Mefop, infatti, ha evidenziato un tasso di gradimento nei confronti dei fondi pensione altissimo, oltre l’85% degli iscritti si dichiara soddisfatto della propria scelta.

Paradossale che piacciano così tanto a chi li sceglie e che suscitino una così vasta disaffezione preconcetta, con adesioni limitate al 25% degli aventi diritto. E d’altronde, se fosse davvero un ricco business per le banche, come alcuni critici dei fondi pensione sostengono, sarebbero molto più diffusi.

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