Le Beatitudini evangeliche sono otto, ed in ognuna di loro Papa Francesco fa parlare di sé ed ognuna di loro è vissuta da lui ogni giorno.
1 – Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Chi non cerca la ricchezza a tutti i costi, coloro che abbandonano le ricchezze materiali senza farsene cruccio, chi vive con sobrietà pur possedendo molto. Ecco l’umile, povero in spirito.
Il Papa vive a Santa Marta, in un appartamento semplice, uguale a molti altri, perché si sente uno di noi, un vescovo prima che Papa, senza troppa ricercatezza, nella sobrietà, appunto. Le sue “non” ricchezze si vedono dall’abito papale, dalla croce che porta al collo, dall’anello che porta al dito, dall’abbandono delle scarpe rosse, dal viaggiare con la sua borsa di sempre.
2- Beati gli afflitti, perché saranno consolati.
Sono coloro che soffrono (afflitti, ed in questo caso beati) per i peccati commessi, per il peccato che dilania il mondo, per i mali di cui è afflitta l’umanità.
Papa Francesco, nella sua visita a Lampedusa, ha portato nello sguardo, e nel cuore, il dolore dei migranti, divenuto il suo dolore, ed ha sofferto per quell’umanità dimenticata, derelitta, ultima tra gli ultimi, facendosi testimone del grido di aiuto di queste persone. Il male del non accogliere l’altro è divenuto il suo grido di aiuto.
3 – Beati i miti, perché erediteranno la terra.
Coloro che hanno verso il prossimo un atteggiamento di mitezza, di dolcezza, che non provano risentimento verso alcuno, che non tramano vendetta, che possiedono una tranquillità d’animo che si manifesta trattando gli altri con benevolenza.
Il Papa, nel suo sguardo innamorato della gente, dispensa carezze ed abbracci, soprattutto ai diversamente abili, agli anziani, ai malati, agli ultimi dimenticati. La tenerezza dei suoi gesti ci parla d’amore, si riconosce in lui un uomo innamorato dell’umanità tutta. Attraverso il suo sorriso vediamo il Gesù misericordioso che tutti accoglie.
4 – Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
L’amoroso atteggiamento di Dio verso l’uomo e degli uomini verso Dio ed i fratelli è la giustizia citata nella Bibbia. Ogni nostro gesto deve nascere dal cuore, Dio è buono e misericordioso verso i peccatori, non devono più esserci distinzioni tra ricco e povero.
Papa Francesco va incontro a tutti, ma predilige gli ultimi e i dimenticati; ha parole dure verso chi accumula ricchezze, ed i suoi gesti nascono dal suo io più profondo. Quanta dolcezza nell’accarezzare un disabile, quanto amore negli abbracci che ha dispensato a Rio de Janeiro ai tanti che lo volevano anche solo toccare. Instancabile dispensatore di sorrisi.
5 – Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Il Salmo 103 ci dice che: “Buono e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore”.
Dio perdona, comprende, dialoga con l’uomo. Per nessuno è facile perdonare, essere misericordioso; convivere con gli altri è comprendere, sacrificarsi, donare amore, donarci; non giudichiamo il prossimo, non siamo egoisti e pigri.
Il nostro Papa ci ricorda continuamente di non giudicare (“Chi posso essere io per giudicare i gay? “) è una sua frase emblematica, che non condanna, non giudica, ma accoglie. Allarga le sue braccia per stringere a sé l’umanità tutta, soprattutto quella più sfortunata. Ed in particolare per quella che ancora oggi è emarginata per motivi razziali, sessuali, religiosi.
6 – Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Avere la coscienza pulita, il cuore puro, innocente; non cadere in tentazione, liberarsi della colpa. Essere limpidi, trasparenti, mettere in pratica i comandamenti. Il nostro cuore è il centro della nostra vita interiore, da dove trae origine la nostra forza e il cuore puro è visitato da Dio.
Papa Francesco ha un cuore pieno dell’amore di Dio, tutto cio’ che fa e dice è trasparente, trae forza dalla preghiera, soprattutto alla Madonna, mette in pratica i comandamenti di Dio vivendo prima di tutto con cuore sincero. La sua spiritualità emana dalla sua persona, il calore della parola di Dio scalda il suo cuore e si manifesta nel suo sguardo benevolo che osserva tutti, come se conoscesse una per una le persone che lo acclamano, che lo chiamano, che sventolano braccia e dispensano sorrisi.
7 – Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Il cristiano deve avere la pace nel cuore. Solo con questo stato d’animo puo’ portare pace tra le genti, soccorrere il prossimo, portare il suo aiuto, soprattutto in zone di guerra.
Questo nostro Papa ha il cuore ricolmo di pace; lo si vede dal suo sguardo, vero specchio dell’anima, nel suo caso. I suoi occhi miti, sorridenti, portano il messaggio di pace. Instancabile chiede la fine dei conflitti che ultimamente insanguinano il mondo, soprattutto il nord-Africa, chiede preghiere per quei nostri fratelli vittime dell’odio fratricida, chiede pietà. Sprona le persone a donarsi agli altri, a dedicare un poco del loro tempo agli ultimi, ai più sfortunati, a coloro che vivono nel dolore e nel pianto.
8 – Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
La sopportazione con pazienza del rimprovero, delle derisioni, annunciare la parola di Cristo testimoniando con la propria vita il Vangelo.
Questo ci insegna Papa Francesco. Sulla Chiesa piovono scandali, maldicenze, violenze; il Papa ci dice che il cristiano vero non teme persecuzioni, non si spaventa, non ha paura di lottare per il proprio credo fino ad arrivare all’estremo sacrificio della propria vita. Chi a causa della propria fede sarà perseguitato vivrà la vita eterna e avrà la sua ricompensa nei cieli. Combattiamo le ingiustizie, facciamo sentire la nostra voce, gridiamo affinchè il nostro grido sia il grido di tutta l’umanità ferita e violata.
Questo nostro Papa è l’amico della porta accanto, colui che telefona ai credenti che gli hanno scritto per dire come stai e fare due chiacchiere oppure ad una donna ferita e violata, per dirle che non è sola; è colui che appare sempre più come “uno di noi”, che sorprende per le sue battute, che fa meditare per le sue parole, a volte dure, che scuotono le coscienze; è il “giovane” innamorato dei giovani, che durante l’ultima giornata mondiale della gioventù ha stretto in un abbraccio cosmico e ha spronato a “fare casino”, a fare sentire la loro voce, a non tirarsi indietro, è il Papa che si inchina mentre riceve una regina…
E’ il papà che accarezza con gli occhi umidi una persona in carrozzina, che bacia un bimbo disabile con estrema tenerezza, che accarezza dolcemente sui capelli un anziano, che si commuove e non lo nasconde, che in tutto ciò che fa e che dice è estremamente umano e disarmante, che parla una lingua semplice e comprensibile anche ai più umili, e soprattutto indirizzata a loro.
E’ colui che non vive in Vaticano perché “E’ troppo grande, e mi sentirei solo”, che è abituato a stare in mezzo alla gente, che trae linfa vitale dallo stare con gli altri e che non è troppo abituato all’etichetta, è colui che ci invita a pregare per la sua persona, fin dal quel suo primo affacciarsi in San Pietro.
Per tutte queste cose, per tutto ciò che ancora ci regalerai, per il tuo sorriso buono e schietto, per le tue braccia spalancate sul mondo, pronte ad accogliere tutti, nessuno escluso, nel tuo grande abbraccio … per queste cose GRAZIE di essere Papa in questo momento storico. L’umanità intera ha riaperto gli occhi e si è accorta che aveva solo bisogno di ciò che l’uomo ha nel tempo dimenticato: la semplicità dei gesti e delle parole, la tenerezza … quella tenerezza che Francesco d’Assisi e Papa Bergoglio lasciano trasparire dal loro vivere, dalle loro parole, dai loro gesti. Ma qualcuno doveva dirlo alle genti; e c’è voluto questo Papa per far tornare il mondo a sperare.


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2 COMMENTI

  1. PER IL POPOLO EBRAICO CI SONO I 10 COMANDAMENTI DI MOSE’, MENTRE PER I CRISTIANI, OLTRE AL COMANDAMENTO AMATEVI L’UN L’ALTRO COME IO VI HO AMATO, GESU’ CI HA LASCIATO DI PRATICARE LE BEATITUDINI:
    Tratto da: p. Alberto MAGGI OSM
    Da “siate santi a siate
    compassionevoli”
    La proposta del Cristo
    “….Quindi Gesù dice: andate, rendete miei discepoli tutte le nazioni pagane battezzandole
    nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo (Mt 28, 19).
    Vediamo il significato.
    Gesù invia i discepoli a tutti i popoli, quindi il regno di Dio non è limitato a Israele, ma
    vuole arrivare all’universo, ma questo insegnamento di Gesù, queste parole di Gesù si
    riallacciano al brano che abbiamo visto poco fa durante l’Eucaristia quando Gesù
    invitando i primi discepoli ha detto: venite dietro di me e vi farò pescatori di uomini.
    Abbiamo spiegato già nell’Eucaristia che pescare un uomo dall’acqua significa trarlo in
    salvo.
    Quindi Gesù non invita i discepoli ad essere pastori, ma pescatori. Ed è veramente
    strano, Gesù non ha chiamato mai nessuno pastore, ma li ha invitati ad essere
    pescatori, poi il titolo che hanno preso nella chiesa i dirigenti è stato proprio quello di
    pastori anziché di pescatori.
    Forse bisognerebbe ritornare un po’ al messaggio originale. Gesù non invita ad essere
    pastori perché l’unico pastore che guida il suo gregge è lui. Tutti gli altri devono
    mettersi dietro di lui.
    Quando qualcuno osa farlo, Gesù ha parole tremende. Ci ha provato Pietro e gli è
    andata male perché Gesù l’ha chiamato diavolo, satana (“satana, torna a metterti
    dietro di me”, Mt 16,23) perché è Gesù che sa l’indirizzo verso il quale andare. Quindi
    Gesù ha detto: seguitemi e vi farò pescatori di uomini.
    Ebbene Gesù adesso indica come e dove effettuare questa pesca.
    All’inizio della sua missione Gesù era stato indicato da Giovanni Battista come colui
    che battezzava in Spirito Santo: il verbo battezzare (bapt…zw), lo abbiamo già visto,
    significa immergere.
    Ebbene, la missione di Gesù è stata quella di immergere, di inzuppare, di impregnare
    ogni persona nell’energia vitale di Dio (e questo è lo Spirito) comunicandogli la stessa
    forza d’amore del Padre che gli consente di diventare suo Figlio.
    Allora Gesù, dando questa indicazione, per carità, non sta dando l’indicazione liturgica
    dell’amministrazione del battesimo, come se Gesù avesse previsto un rito nel nome del
    Padre, del Figlio e dello Spirito santo (il nome nella cultura ebraica indica la persona).
    Allora Gesù dice mandando i suoi discepoli, l’invito che dà: andate e ogni persona che
    incontrate, anche se è pagana, (perché li manda verso i pagani) anche se la ritenete
    una persona impura, anche se pensate che sia una persona che non merita, voi non
    giudicatela.
    Voi ogni persona che incontrate la dovete immergere in una esperienza d’amore
    che è quella del Padre (colui che genera la vita) che è quella dello Spirito (che è
    questa forza generante di vita) e che è quella del Figlio (colui che questa forza
    l’ha realizzata).
    Quindi vedete che Gesù non chiede di andare ad annunciare un messaggio, non chiede
    di andare a realizzare una dottrina, ma Gesù manda i suoi discepoli: andate a far fare
    alle altre persone la stessa esperienza d’amore che voi avete fatto con me.
    43
    Gesù, ogni persona che incontra, indipendentemente dalla sua condotta, (l’abbiamo
    visto con la chiamata del pubblicano) la immerge nell’amore. E’ questo che conquista.
    Ricordate ieri quando Gesù fa quel pranzo con il peccatore e subito accorrono folle di
    peccatori. La gente che si è sentita sempre discriminata, persone che si sono sentite
    sempre giudicate, emarginate, condannate, persone che dovevano vivere di nascosto
    per non manifestare mai pienamente quelle che erano, sentono in Gesù la pienezza di
    vita.
    Quindi la missione di Gesù è stata quella: ogni persona l’ha impregnata dell’amore del
    Padre. Allora soltanto quando si fa questa esperienza di sentirsi amati gratuitamente,
    c’è poi la capacità d’amore.
    Quindi Gesù il mandato che dà: ogni persona che incontrate, immergetela in questa
    realtà potente di amore che è la stessa di Dio: “Amatevi come io vi ho amato”.
    Questo è il comandamento di Gesù.
    E poi Gesù prosegue insegnando loro (attenzione! a praticare non insegnando una
    dottrina, ma insegnare una pratica) tutto ciò che io vi ho comandato. E’ questa l’unica
    volta che Gesù autorizza i suoi discepoli a insegnare, ma quello che i discepoli devono
    insegnare non è una dottrina, non è un catechismo, è una pratica. Dice Gesù: andate a
    insegnare tutto ciò che io vi ho comandato.
    Matteo ha adoperato questa espressione (tutto ciò che io vi ho comandato) perché è
    la formula usata nell’AT per riferirsi ai comandi di Dio e alla legge, per far
    comprendere che il suo insegnamento ha lo stesso valore dei comandamenti di Mosè.
    E l’unica volta che nel vangelo di Matteo (cap. 5, 19) si trova il termine
    “comandamento” (™ntol»), – non c’è da altre parti in bocca a Gesù -, è nel discorso
    della montagna riferito alle beatitudini e, unito al verbo “insegnare” (did£skw).
    Gesù dice, chi dunque tralascerà uno di questi comandamenti (non sta parlando dei
    comandamenti di Mosè ai quali Gesù non ha fatto cenno), ma l’evangelista Matteo
    presenta Gesù sulla falsariga della vita di Mosè.
    Mosè cosa ha fatto?
    Mosè deve l’inizio della sua salvezza a un intervento prodigioso di Dio che lo ha salvato
    dalla mattanza dei bambini ebrei ordinata dal faraone. Ecco perché soltanto in Matteo
    si legge che c’è Gesù che viene salvato dalla strage dei bambini di Betlemme voluta da
    Erode.
    Poi un momento importante della vita di Mosè, qual è? Quando su un monte, il Sinai, da
    Dio riceve la legge, l’alleanza da Dio per il suo popolo. Ecco perché l’evangelista pone
    Gesù su un monte, ma non da Dio, ma lui che è Dio (nel vangelo di Matteo Gesù viene
    presentato con la formula: il Dio con noi) promulga la nuova alleanza.
    Quindi le beatitudini prendono il posto dei 10 comandamenti. Io credo che il limite se
    non il dramma di noi cristiani è che ci hanno educato più ad essere dei bravi ebrei (i
    dieci comandamenti sono per il popolo ebraico) che degli ottimi cristiani.
    Nella mia esperienza ormai trentennale in tanti gruppi che incontro, quando chiedo
    quanti sono i comandamenti di Mosè tutti sanno che sono 10. Quando chiedo quali sono,
    c’è un po’ di confusione tra il quinto, il sesto e il settimo, ma comunque si riesce a tirar
    44
    fuori i 10 comandamenti ma ancora devo trovare un posto dove mi sappiano dire quante
    sono le beatitudini e soprattutto quali sono.
    La prima che è la più antipatica se la ricordano tutti: beati i poveri e poi il resto è
    come se Gesù abbia detto beati i tonti, beati gli stupidi, qualcosa che non ci interessa.
    Come se Gesù avesse proclamato beatitudini queste situazioni di disgrazia che
    capitano nella vita e che ogni persona che ragiona con la propria testa cerca di evitare
    o per lo meno di uscirne.
    Questo è il nostro dramma: ci hanno insegnato i comandamenti e non le beatitudini.
    Perché ci hanno insegnato i comandamenti? Perché i comandamenti vengono imposti, le
    beatitudini vengono offerte. Con i comandamenti posso regolare, comandare e
    dominare le persone.
    Con le beatitudini rendo la persona libera e se io invece la voglio dominare, non le
    annuncerò queste beatitudini. Quindi è urgente che nella Chiesa si ricominci dalle
    beatitudini.
    Se dico queste cose non è per una critica ai capi, è che i cambiamenti, sappiamo, nella
    Chiesa non avvengono mai dai vertici, mai. Mai nella storia un cambiamento è stato
    buttato dall’alto perché dall’alto la situazione va bene così com’è e cercano solo di
    conservarla e ogni novità viene vista con diffidenza, con ostilità. I cambiamenti della
    Chiesa sono sempre avvenuti dalla base.
    All’inizio verranno ostacolati, verranno rifiutati a volte si scatena anche la
    persecuzione, ma prima o poi quando questi cambiamenti vengono dettati dall’amore
    per gli altri e dalla forza della parola di Dio, vengono.
    Allora credo che ci dobbiamo impegnare perché nei nostri catechismi, nella catechesi,
    sì vengono insegnati i 10 comandamenti come norma che riguardava il popolo ebraico,
    ma Gesù ha sostituito i comandamenti con le beatitudini.
    Le beatitudini, non è adesso il caso di entrare nelle beatitudini, ma soltanto un
    accenno, sono un capolavoro letterario e teologico.
    Perché sono 8? Perché il numero 8 indicava simbolicamente il numero della
    risurrezione. Gesù è risuscitato il primo giorno dopo la settimana, l’uno dopo il 7 è
    l’ottavo. Quindi l’evangelista, indicando 8 beatitudini, vuole significare che dalla
    pratica di questo messaggio nell’uomo fiorisce una vita di una qualità tale che è
    indistruttibile.
    Ma non solo, l’evangelista che era un grande letterato, forse uno scriba che ha colto il
    regno, ha addirittura calcolato esattamente con quante parole comporre le
    beatitudini. Le beatitudini di Matteo sono composte esattamente da 72 termini (nel
    testo greco).
    Perché proprio 72? L’evangelista l’ha proprio cercato perché a un certo momento
    raddoppia una particella di cui grammaticalmente non c’era bisogno, ma lui voleva
    raggiungere il numero 72.
    Perché? Mentre i 10 comandamenti erano per il popolo di Israele le beatitudini sono
    per tutta l’umanità. Allora nel cap. 10 del libro del Genesi i popoli pagani conosciuti a
    quell’epoca vengono enumerati in 72.
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    Allora, qual è la differenza? I comandamenti assicuravano lunga vita in questa terra.
    Dice Mosè, dice Dio, se pratichi questi comandamenti vivrai lungamente qui in questa
    esistenza.
    Le beatitudini di Gesù assicurano una vita per sempre. I comandamenti erano riservati
    a un popolo, le beatitudini sono per tutta l’umanità.
    Allora dice Gesù (Mt 5,19 e ss.):
    chiunque tralascerà uno solo di questi comandamenti (quindi le beatitudini per Gesù
    prendono il posto dei comandamenti) anche minimi..
    Perché parla di minimi?
    Perché di fronte ai grandi comandamenti che venivano imposti con la pena di morte
    perché, l’abbiamo visto in questi giorni, abbiamo visto che il messaggio di Gesù proprio
    perché convince non viene imposto con la forza perché sa che il messaggio di Gesù va a
    favore dell’uomo. Nella religione, la dottrina viene imposta la paura, con il terrore,
    addirittura con la pena della morte perché sa che sono regole che non sono
    comprensibili con la ragione, che non si possono capire.
    C’è, lo abbiamo visto già altre volte e lo cito spesso, il libro dei Numeri, al cap. 15.
    Mentre i figli di Israele erano nel deserto trovarono un uomo che raccoglieva legna in
    un giorno di sabato. Quelli che lo avevano trovato a raccogliere legna lo portarono da
    Mosè, da Aronne e davanti a tutta la comunità, lo misero in prigione.
    Uno si chiede, ma perché, l’aveva rubata questa legna? No, non è che ha rubato la
    legna, non l’ha tolta al vicino. Era andato a raccogliere la legna. Perché si raccoglie la
    legna? Per fare fuoco, per riscaldarsi. Non è che dice: ha raccolto la legna e ha
    incendiato la tenda del sommo sacerdote – forse avrebbe fatto meglio! – lo misero in
    prigione perché non era ancora stato stabilito che cosa gli si dovesse fare.
    Il Signore disse a Mosè: quest’uomo deve essere messo a morte, tutta la comunità lo
    lapiderà fuori dal campo. Tutta la comunità lo condusse fuori dal campo e lo lapidò e
    quello morì secondo l’ordine che il Signore aveva dato a Mosè.
    Allora una persona che ragiona con la propria testa dice: si può ammazzare una
    persona perché ha raccolto la legna in un giorno di sabato? No! Se qualcuno dice di sì
    per favore vada a farsi ricoverare.
    E invece le persone religiose dicono sì. Perché? Perché è sabato! Beh, lunedì posso
    raccogliere, martedì posso raccogliere… sabato? Sabato no!. Di sabato non si può fare
    nessun lavoro. Per quale motivo? E’ scritto così e basta!
    Vedete, la religione impone le dottrine con la paura, con il terrorismo religioso.
    Perché? Perché sa che il suo messaggio non convince.
    Ecco perché deve essere imposto perché se il messaggio convince va soltanto offerto.
    Allora continua Gesù:
    chi insegnerà all’uomo a fare altrettanto sarà considerato minimo nel regno dei cieli.
    Chi invece li mette in pratica e li insegna
    46
    Attenzione alla tecnica dell’evangelista: sempre prima la pratica e poi l’insegnamento.
    Questo è importante per noi. Qui fra noi ci sono operatori di pastorale, ci sono
    catechisti, ci sono genitori e per tutti è valido questo insegnamento di Gesù: prima la
    pratica e poi l’insegnamento, non l’insegnamento e poi la pratica o peggio come spesso
    accade soltanto l’insegnamento. Quindi ci vuole prima la dimostrazione pratica che
    quello che insegno è quello che si vede.
    Guardate che questo è importante. C’è nei vangeli una tecnica, un esempio di questo.
    Guardate Maria: Maria incinta di Gesù va ad aiutare la parente Elisabetta e quando la
    incontra, lei traboccante di vita, la trasmette alla parente e lo stesso Giovanni
    Battista sussulta nel seno (l’evangelista anticipa già il battesimo nello Spirito)
    E’ solo dopo che Elisabetta si è accorta dell’impatto con questa potenza di vita, solo
    dopo Maria dà la dottrina, dà l’insegnamento. Maria non è che quando si è presentata
    ad Elisabetta ha cominciato: Magnificat….
    No! Prima le ha trasmesso vita, quando questa vita è stata recepita, ecco che allora le
    dà l’insegnamento, perché questo è importante, quindi sempre la vita prima e poi
    l’insegnamento.
    Ogni esperienza di Dio si deve tradurre in trasmissione, comunicazione di vita, poi
    dopo verrà l’insegnamento. Quando c’è soltanto l’insegnamento le soluzioni sono
    disastrose.
    Quindi quello che i discepoli devono praticare, insegnare, osservare sono le
    Beatitudini, le Beatitudini che permettono la realizzazione del regno di Dio.
    Abbiamo accennato brevemente alle Beatitudini che non sono disgrazie, non sono
    infelicità che l’uomo deve accettare, come la gente comunemente chiede per colpa di
    un insegnamento sbagliato della Chiesa che diceva ai poveri: siete poveri, beati perché
    andate in paradiso. Beati quelli che piangono, beati gli afflitti, no!
    Le Beatitudini non sono l’oppio dei popoli, ma sono adrenalina comunicata da Dio per
    cambiare le situazioni di ingiustizia della società.
    Quindi le Beatitudini significa lavorare per il bene degli altri e chi lavora per il bene
    degli altri è beato perché? Perché ha Dio dalla parte sua. Dio sta sempre dalla parte
    degli oppressi, ma mai di chi opprime. Dio sta sempre dalla parte di chi lavora per
    costruire la pace e mai dalla parte di chi la ostacola.
    Quindi l’invito di Gesù era di accogliere e praticare queste beatitudini. E’ chiaro allora
    dai Vangeli che l’annunzio del messaggio di Gesù deve essere preceduto da un
    comportamento da parte di colui che lo annuncia che dimostri il messaggio prima che
    questo venga formulato.
    Da tutte queste conseguenze è chiaro che colui che annuncia il messaggio lo deve
    dimostrare, far vedere nella sua persona prima che annunci il suo messaggio,
    altrimenti c’è una differenza tra chi annuncia e il messaggio che viene annunciato.
    Immaginate un prelato vestito come Moira Orfei o Platinette che dica: siate sobri,
    siate poveri… non lo dice mai. Perché non ti specchi, figlio mio, e perché non ti dai
    un’occhiata?
    47
    C’è, se vi interessa, nelle omelie di Antonio da Padova che sono sempre attuali e sono
    stupende, guardate la descrizione dei vescovi del suo tempo, è esilarante! e si capisce
    perché fino al 1948 le prediche di S. Antonio di Padova era proibito tradurle nella
    lingua italiana. Perché?
    Perché ci sono delle cose…, faccio soltanto alcuni esempi già che ci siamo. Dice: sapete
    perché i vescovi si vestono di rosso? Perché succhiano il sangue dei poveri. Sapete la
    differenza tra un vescovo e un asino? L’asina di Balan ha riconosciuto la presenza del
    Signore, a un vescovo non succederà mai!
    Questo S. Antonio di Padova.
    E poi dice, ed è interessante, vestono agghindati come femmine in cerca di marito
    (questo dei vescovi, i prelati del suo tempo). Antonio di Padova, il grande Antonio di
    Padova non è quell’efebo che gioca con Gesù bambino. Lo chiamavano il novello Giovanni
    Battista, era un predicatore terribile nelle sue invettive contro il clero corrotto,
    Pensate che scrive 5000 pagine di prediche, ma non erano la trascrizione di prediche
    sue, era un prontuario, un formulario ad uso dei preti per la predicazione.
    Quindi non sono cose dette nella foga, ma cose pensate… ed è bella la conclusione:
    pensate, dopo aver scritto tutto questo malloppo, dice: ma mi rendo conto che parlare
    ai cretini e ai preti è inutile, è la stessa inutile perdita di tempo (Antonio da Padova).
    Allora l’annuncio del messaggio di Gesù deve essere preceduto da un comportamento
    che mostri l’annuncio prima che questo venga formulato. I destinatari dell’annuncio,
    cioè coloro che ricevono l’annuncio devono vedere che è possibile praticare quanto
    viene loro insegnato. E questo lo possono vedere soltanto dalla vita degli
    evangelizzatori.
    Quindi i destinatari dell’annuncio devono vedere che quanto viene loro offerto e
    insegnato è possibile viverlo perché lo vedono già nella figura dell’annunciatore.
    E’ per questo che Gesù, sempre tanto sobrio nelle indicazioni, si dilunga nel
    presentare, precisare l’atteggiamento dei predicatori. Dice (Mt 10,7 e ss.): andando
    predicate che il regno dei cieli, cioè di Dio, è vicino… ed ecco le indicazioni preziose:
    curate gli infermi, i morti risuscitate, i lebbrosi purificate, i demoni scacciate.
    Sono questi i 4 atteggiamenti che sono alla base dell’insegnamento che gli
    evangelizzatori devono attrarre con la loro vita.
    Il primo non è “guarite gli infermi”, perché spesso per quanto uno può e cerchi di fare
    non può guarire l’infermo, ma curate cioè alleviate le sofferenze degli altri, questo è
    possibile farlo a tutti.
    Quello che Gesù sta chiedendo non lo sta chiedendo ad esseri dotati di poteri
    straordinari, ma chiunque accoglie il messaggio di Gesù si trasforma a sua volta in
    evangelizzatore, portatore della buona notizia. Allora la prima cosa che Gesù chiede:
    alleviate le sofferenze della gente. Quindi l’annunciatore di Gesù non causa
    sofferenze, ma le toglie, le allevia.
    “I morti risuscitate”: chiaramente Gesù non sta indicando di rianimare i cadaveri. Da
    2000 anni non si è saputo mai di un morto che sia risuscitato, non sta indicando
    questo, ma restituite vita a quelli che vita non hanno più. Ci sono delle persone che
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    sono morte, sì sono vive fisicamente, ma sono morte. Perché? Perché non hanno più
    speranze, non hanno più obiettivi, non hanno più ideali, si sentono schiacciati dalla vita,
    allora a queste persone dice Gesù comunicate una linfa vitale nuova.
    “I lebbrosi purificate”: i lebbrosi erano coloro che erano emarginati, erano coloro che
    per propria colpa (così si credevano) erano esclusi da Dio. No, fate comprendere loro
    che Dio non esclude nessuno.
    Non c’è, lo abbiamo ripetuto fin dal primo momento e fino adesso alla conclusione, non
    c’è neanche una persona al mondo che per la sua condotta e il suo comportamento
    possa sentirsi esclusa dall’amore di Dio.
    “I demoni scacciate”: Cosa significa questo i demoni? I demoni era un termine
    adoperato dall’evangelista per indicare delle ideologie religiose o nazionaliste che
    mutilavano il progetto di Dio sugli uomini, cioè liberate gli uomini dalle false idee che
    hanno. Questo è possibile a tutti.
    E poi, ecco la chiave importante: “gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”.
    In questo invito c’è la proibizione assoluta di tassare l’amore ricevuto gratuitamente.
    Come il Padre ama senza condizioni, così intende venga trasmesso. L’amore non è tale se viene condizionato, se si cominciano a dire i se… io ti amo se, no! Dove ci sono i se,
    dove ci sono le condizioni non è più l’amore genuino del Padre, è un amore interessato degli uomini. —”
    http://www.studibiblici.it
    STUDIBIBLICI.IT

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