Ariel Castro, meglio conosciuto come il mostro di Cleveland, si è tolto la vita in carcere. L’uomo, che per quasi dieci anni aveva tenuto prigioniere nello scantinato della propria abitazione tre donne, sottoponendole a violenze e sevizie di ogni tipo, si è impiccato nella sua cella al Correctional Reception Center di Orient, in Ohio.

Il primo agosto il cinquantatreenne Castro era stato condannato all’ergastolo più mille di detenzione per 937 capi d’accusa tra i quali sequestro di persona e stupro. Le sue tre vittime, scomparse tra il 2001 e il 2004, quando avevano 14, 16 e 20 anni, sono rimaste prigioniere nella casa dell’uomo, anche se è difficile definirlo tale, per oltre un decennio e solamente nel maggio scorso erano riuscite finalmente a fuggire trovando la libertà, ormai insperata.  Oltre alle 3 ragazze, nella casa, è stata ritrovata anche una bambina di sei anni che dalle analisi è risultata figlia biologica di Castro.

Il mostro dell’Ohio, ex austista di scuolabus, era detenuto in regime di isolamento per evitare che fosse oggetto dell’odio degli altri carcerati, poco inclini a tollerare reati del genere, ma anche a preservarlo da egli stesso, vista la pena comminatagli. Gli agenti avevano il compito di monitorarlo ogni 30 minuti. Nonostante queste misure, però, è stato trovato impiccato alle 21:20 di ieri ora locale, ossia le 3:20 di oggi in Italia. I medici del penitenziario hanno tentato di rianimarlo, ma non sono stati in grado, così Castro, ormai privo di vita, è stato trasportato all’Ohio State University Wexner Medical Center, dove è stato dichiarato il decesso ufficiale alle 22:52.


La vicenda rimane un caso difficile da spiegare, per quanto non siano difficili le analogie con altre vicende tristemente famose come quella di Natascha Kampusch, tenuta segregata per 8 anni, e il mostro di Amstetten, Josef Fritzl, che ha tenuto in prigionia per 24 anni in un bunker sotterraneo la figlia Elisabeth, sottoponendola a stupri ed abusi sessuali da cui sono nati 7 figli. Ricostruiamo rapidamente la vicenda che ha shockato l’America.

Il 7 maggio 2013 sono state ritrovate tre giovani donne, rapite dieci anni prima, in un’abitazione privata di ClevelandOhio, non lontano da dove furono avvistate per l’ultima volta prima della scomparsa. I tre rapimenti sono avvenuti in anni diversi, seppure all’interno della medesima area, ma ciò che forse più del ritrovamento ha destato scalpore è il ritrovamento di una bambina di 6 anni, frutto delle violenze sessuali perpetrate ai danni delle 3 donne. Le prigioniere sono state tenute segregate per un decennio da un autista di scuola bus, Ariel Castro, classe 1961, che per il reato è stato arrestato insieme a due dei suoi fratelli.

Le protagoniste al centro della drammatica vicenda sono Gina De Jesus, 23enne rapita nel 2004, Amanda Berry oggi 26enne, di cui si era persa ogni traccia nel 2003, e Michelle Knight, 30 anni, scomparsa nel 2001. Le ragazze sono riuscite a salvarsi grazie all’intervento provvidenziale di un vicino di casa, Charles Ramsey, che attirato dalle grida di Amanda, ha avvisato la polizia pensando che all’interno dell’abitazione si stessero consumando episodi di violenza domestica.

Successivamente alla liberazione di Amanda, il soccorritore ha  consegnato il  cellulare alla ragazza per permetterle di spiegare alla polizia la situazione; la telefonata, dai toni tragici e surreali, in quei giorni fu trasmessa di continuo dalle maggiori emittenti televisive USA. “Aiutatemi. -riporta la registrazione- Sono Amanda Berry, sono stata rapita dieci anni fa, e ora sono libera”.

L’ex ostaggio ha sollecitato gli agenti ad intervenire il più velocemente possibile affinché fossero tratte in salvo le altre prigioniere visto che Castro non era ancora rincasato. La notizia della prigionia ha generato immediatamente una reazione nel vicinato; gli abitanti residenti in zona si sono riversati per strada, sconvolti nell’apprendere la macabra scoperta e di quanto quell’inferno si fosse sviluppato così vicino alla loro quotidianità che dubitiamo sia mai tornata definitivamente come prima.

 

 


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