La Corte europea dei diritti dell’uomo ha stabilito che l’eliminazione di un articolo dal sito di una testata giornalistica web vada contro i principi della Convenzione Ue sui diritti umani.

Duro colpo per i nemici della libera stampa online, che sovente rialzano la testa per riaffermare il diritto alla rimozione di quegli articoli ritenuti lesivi della loro onorabilità, che su internet risultano agevolmente rintracciabili anche a distanza di lungo tempo.

A parere della Corte Ue, infatti, anche nel caso in cui un tribunale legittimo interno allo Stato in cui l’articolo è pubblicato e diretto, abbia rilevato la trasgressione di qualche norma sul rispetto della reputazione non sarà obbligatorio rimettere il pezzo incriminato “offline”.


Secondo la sentenza del 16 luglio relativa al ricorso 33846/07, infatti, in tal caso sarà più che sufficiente inserire una nota relativa alla disposizione di giustizia che abbia riscontrato nell’articolo gli estremi per la diffamazione.

Particolare l’area di provenienza del caso, ossia la Polonia, un paese dell’ex blocco sovietico dunque, dove è sorto il caso che arrivato alla Corte europea dei diritti umani.

Al centro della vertenza, due avvocati immischiati negli affari di alcuni politici nazionali, il cui ruolo era stato descritto nei pezzi incriminati. Gli interessati, avevano dunque presentato ricorso a Strasburgo per vedere tutelata la propria reputazione e ottenere l’eliminazione delle accuse inserite negli articoli.

Purtroppo per loro, però, la Corte europea non ha ravvisato gli estremi per ordinare la rimozione dei post, così come, in precedenza, anche la Corte polacca aveva dato torto ai ricorrenti.

La Corte europea, in una sentenza che va osservata per i suoi principi ispiratori in tutti gli ordinamenti degli Stati membri, ha osservato che l’articolo 10 della Convenzione deve avere un ruolo centrale in una società democratica per il suo valore storico.

Un conto, dunque, è tutelare la reputazione degli individui e assicurare loro le dovute garanzie di protezione in caso di contenuti diffamanti degli articoli, ma questo non deve influenzare sulla possibilità, che va assicurata in tutte le aree dell’Unione, di svolgere, per mezzo anche degli articoli di stampa, il dibattito più libero possibile sui temi che riguardano da vicino l’opinione pubblica.

 

 


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  1. Innanzitutto non si tratta della “Corte UE” (come recita il titolo) che sarebbe riferibile al massimo alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea di Lussemburgo che giudica della violazione dei trattati europei, non delle violazioni della CEDU.
    Il resto dell’articolo riporta bene la notizia.

    In secondo luogo, la Corte EDU semplicemente non riconosce tale diritto ai ricorrenti che avevano omesso di richiedere la rimozione alla corte nazionale, pur potendo farlo, mentre non va a giudicare contrario alla CEDU un provvedimento di rimozione o una corrispondente previsione da parte della legislazione di uno Stato aderente al trattato.

    Insomma, la sentenza non dice quello che l’articolo fa intendere. La portata è modestissima e non mette certo “fuorilegge” i provvedimenti di rimozione di articoli di testate online né le leggi nazionali che li prevedono.

    (Questo sito tende a prendere cantonate notevoli riguardo alle pronunce della Corte EDU. L’ultima grossa che ricordo riguardava l’illegittimità dell’ergastolo in quanto contrario ai diritti umani https://www.leggioggi.it/2013/07/12/52182/
    In realtà la pronuncia si riferiva al solo ergastolo senza possibilità di revisione e quindi senza assoluta possibilità di liberazione, per quanto remota. Tutt’altra cosa rispetto ai toni dell’articolo.)

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