L’accoppiata Stella&Rizzo, nella sua crociata contro le province ha raggiunto, con l’articolo sl Corriere del 21 luglio (La spesa delle Province tutta in affitti e stipendi;http://www.corriere.it/economia/13_luglio_21/spesa-province_ca4c5b52-f1ce-11e2-9522-c5658930a7bc.shtml), l’apice definitivo.

Un’operazione mediatica, intrisa di dati in parte veri, ma tutti falsamente descritti ed interpretati, estremamente furba: trainare la volata della pertinace e degna di miglior sorte opera di riforma del Ministro Delrio, per raggiungere una serie di obiettivi:

a)                           il coraggiosissimo salto sul carro dell’attuale vincitore della battaglia contro le province, il Governo e Delrio, finchè, ovviamente, entrambi restino in piedi;

b)                          l’accreditamento sul piano politico di quanto Stella&Rizzo predicano fin dal libro la Casta: lì hanno deciso che le province occorresse abolirle e non ci dormono la notte, finchè non vengano eliminate;

c)                           l’iscrizione al partito di Delrio, che ovviamente ringrazia:  grazie a Stella&Rizzo potrà trovare notorietà e ruolo che mai ebbe prima;

d)                          la possibilità di accreditarsi come “padri nobili” dell’abolizione delle province.

Lo si ribadisce da sempre: per quanto riguarda chi scrive, le province possono tranquillamente essere abolite, dal momento che nessuna istituzione pubblica è obbligatoria e necessaria.

Ciò che risulta intollerabile, dunque, non è il perseguimento dell’idea di abolire le province, bensì la quantità di indicazioni fasulle poste a motivarne la decisione ed il folle caos pensato per sostituirle.

Andiamo ad analizzare punto per punto le affermazioni di Stella e Rizzo, per evidenziare tutti gli errori marchiani e la volontaria lettura artefatta e scorretta che offrono dei dati.

I due giornalisti riportano i dati di una tabella che sarebbe stata fornita da tecnici al Ministro Delrio, per incoraggiarlo nella decisione di abolire le province. I dati della tabella, come riferiti da Stella e Rizzo, sono questi: “Nel 2011 le entrate delle Province sono state pari a 11 miliardi 289 milioni, le spese a 10 miliardi 963 milioni. Avanzo: 326 milioni. Tolti gli 8,6 miliardi di spese correnti, ne restano per le spese in conto capitale solo 2 e 330 milioni”.

Oh! Intanto, Stella e Rizzo scoprono, ma ovviamente non lo dicono e ammettono, che le province non “costano” 11 miliardi, come invece hanno sempre sostenuto. Come è chiaro ed evidente, invece, “spendono”, movimentano una spesa di circa 11 miliardi, oltre tutto,come si nota, creando anche un avanzo positivo. Ma anche questo i due ottimi giornalisti si guardano bene dal sottolinearlo.

Perfetto, il dato coincide anche grosso modo con le rilevazioni ufficiali e le elaborazioni della stessa Unione delle province italiane (Upi), reperibili qui:http://www.upinet.it/docs/contenuti/2013/07/Dossier%20dati%20spesa%20pubblica%20giugno%202013.pdf. Nel documento si afferma: “Nel 2012 le spese sostenute dalle Province sono state 10.111 milioni di euro. Le risorse impiegate dalle Province per erogare servizi essenziali ai cittadini ammontano a 10.006 milioni di euro. Solo 105 milioni sono le spese per gli organi istituzionali”.

I dati forniti dall’Upi sono estratti dal Def e dal Siope (Sistema informativo sulle operazioni degli enti pubblici), gestito dalla Ragioneria generale dello Stato: tutte fonti ufficiali.

Pur partendo da dati corretti, Stella e Rizzo cominciano subito ad interpretarli e descriverli in modo sapiente, al solo scopo di destare nel lettore l’impressione che le province stiano lì a sprecare totalmente le spese.

Nello stralcio di articolo riportatosopra, si nota come i due grandissimi giornalisti sottoliniino: “Tolti gli 8,6 miliardi di spese correnti, ne restano per le spese in conto capitale solo 2 e 330 milioni”. Danno, così, un’accezione volutamente negativa alla ridotta quantità di spese in conto capitale delle province, rispetto alla spesa corrente.

Vediamo un po’. Nelle province, la spesa in conto capitale rispetto al totale è di circa il 25%. Negli altri enti, quelli che non vanno né aboliti, né riformati, come stanno messe le cose? Sarebbe stato interessante se Stella e Rizzo si ponessero questa domande e le avessero dato risposta.

Guardiamo i dati Siope, documentati dall’Upi:

spese conto capitale province

La spesa in conto capitale dei comuni è il 21,81% del totale: sensibilmente più bassa di quella delle province. Ma i comuni sono virtuosi: Delrio è ex sindaco ed ex presidente dell’Anci (Associazione Nazionale dei Comini Italiani), dunque i comuni non possono che essere virtuosi, più virtuosi delle province, le quali sole possono e debbono essere tacciate di gestire male la spesa, con eccesso di quella corrente, rispetto a quella in conto capitale.

E le regioni? La loro spesa in conto capitale è pari al 10,98% del totale della spesa. Ma le regioni sono virtuose. Delrio è Ministro degli affari regionali, dunque le regioni non possono che essere virtuose, più virtuose delle province, le quali sole possono e debbono essere tacciate di gestire male la spesa, con eccesso di quella corrente, rispetto a quella in conto capitale.

Già basterebbero queste considerazioni per evidenziare l’incompletezza dell’analisi di Stella e Rizzo, come si nota perfettamente sorretta dal criterio di fornire solo alcuni dati, quelli che fanno più comodo, e di interpretarli ad uso e consumo non di una conclusione da argomentare grazie a quei dati, bensì ad una valutazione aprioristica: provinciae delendae sunt!

Proseguono Stella e Rizzo, di seguito allo stralcio visto prima: “Traduzione: per ogni euro di investimenti nei vari settori di competenza addirittura 3,7 se ne vanno solo per mantenere in vita le strutture. Quasi il quadruplo! Ma questa è la media”.

Senza aver minimamente analizzato il dato di comuni o regioni, i due esimi giornalisti ammettono che il rapporto tra spesa corrente e spesa in conto capitale è la media in Italia. Vediamo come stanno le cose:

Spesa Bilancio Stato

Fonte: Nota di aggiornamento al Def 2012

Complessivamente, nel 2012 le spese di investimento sul totale sono state il 5,81%. Forse, allora, il livello della spesa di investimento delle province è ben più alto della media. Ma, ovviamente, gli emeriti giornalisti non si sono sognati di sottolinearlo.

Ma l’affermazione più clamorosamente ed inaccettabilmente erronea è quella secondo la quale gli 8,6 miliardi di spesa corrente delle province sarebbe, secondo Stella e Rizzo destinata “solo per mantenere in vita le strutture”. Conclusione suggerita, del resto, anche dal titolo, che lascia pensare che le spese delle province vadano solo in stipendi ed affitti.

L’affermazione degli eminenti giornalisti, come sa chiunque conosca un minimo la contabilità pubblica, è totalmente priva di fondamento.

Tra le spese correnti rientrano, certo, anche le spese finalizzate al funzionamento delle strutture. Ma non tutte le spese correnti hanno questo fine.

La differenza tra le spese correnti e quelle in conto capitale non sta nella destinazione a strutture o investimenti, bensì nella distinzione tra ciò che si acquisisce: nel caso della spesa di investimento beni durevoli (immobili, opere, azionariati, capitali); nel caso della spesa corrente spese per funzionamento e servizi.

Stella e Rizzo, poi, entrano “nelle pieghe” delle spese, sempre alla luce della tabella che lo staff tecnico ha affidato alle cure del Ministro Delrio: “Gli interventi a favore dello sviluppo economico, per dire, sono una funzione tipicamente regionale. Eppure le Province hanno un budget di un miliardo e 43 milioni. Peccato che le spese correnti, per questo capitolo, siano di 948 milioni: il 91% del totale. Un quarto del gettito dell’Imu sulla prima casa. Gli investimenti per lo «sviluppo», però, non superano i 95 milioni. Il nove percento! E non si tratta dell’unico fiume di denaro che via via, di ufficio in ufficio, di firma in firma, di timbro in timbro, si riduce a un rigagnolo. Dei 213 milioni che dovrebbero soccorrere la cultura e i beni culturali, quelli che se ne vanno in spese correnti sono 183: l’85%. Dei 192 per il turismo e lo sport, la «macchina» ne beve 161: l’84%. Per non dire degli interventi nel sociale: 248 milioni di spese correnti, 10 milioni di investimenti. Un venticinquesimo. Quanto ai trasporti locali, una delle funzioni più importanti attribuite alle Province, le cifre sono ancora più sconcertanti: un miliardo e 375 milioni di spese correnti, 28 milioni di investimenti. Cioè un quattordicesimo”.

Un lungo periodare, che insiste sul rapporto tra spesa corrente e spesa in conto capitale, senza analizzare per nulla la ragione della composizione di tale spesa. E, prima, quasi all’inizio dell’articolo, i due insigni giornalisti scrivono: “Pesa otto miliardi e 633 milioni la spesa «corrente» delle Province, vale a dire i soldi per il personale, gli affitti, le bollette, la benzina nelle macchine, gli stipendi degli assessori, i gettoni dei consiglieri… L’equivalente dei soldi necessari per eliminare l’Imu sulla prima casa ed evitare l’aumento dell’Iva, e avanzerebbe ancora qualcosa”.

Intanto, notiamo che tra questo stralcio di articolo da ultimo riportato e quello poco sopra riprodotto, esiste una insanabile incoerenza: o la spesa corrente è destinata solo a personale, bollette, benzina per le macchine e stipendi di assessori e gettoni dei consiglieri; oppure, essa finanzia anche sviluppo economico, cultura e beni culturali, turismo e sport, interventi nel sociale e trasporti locali. Sarebbe bene che Stella e Rizzo, prima di scrivere gli articoli, si mettessero d’accordo prima individualmente ciascuno con se stesso, e poi tra loro, per evitare di riportare dati totalmente incongruenti nel medesimo pezzo.

L’analisi della composizione della spesa delle province effettuata dai magnifici giornalisti è l’evidente conseguenza della mancata conoscenza delle competenze e funzioni svolte dalle province, comprovata da una serie di affermazioni: “Gli interventi a favore dello sviluppo economico, per dire, sono una funzione tipicamente regionale”; “In ballo c’è l’azzeramento di un intero livello di potere. La riduzione, nel calvario di ogni pratica burocratica, di un timbro, un parere, un pedaggio da pagare in tempo e denaro alla proliferazione di amministrazioni autorizzate a mettersi di traverso a ogni progetto”.

Stella e Rizzo, come si nota, accreditano la teoria secondo la quale le province vanno abolite non solo per ottenere risparmi sulla spesa pubblica (ci torneremo dopo), ma anche e soprattutto per “semplificare il sistema” ed eliminare un livello di governo, un passaggio necessario, un timbro, una firma, un’autorizzazione in più, che si somma a quelle già occorrenti in Comune, Regione e nelle amministrazioni dello Stato.

Ebbene, questa opinione è totalmente destituita di fondamento. Ovviamente, il brand “Stella&Rizzo” è talmente forte, la loro notorietà e popolarità talmente elevata che qualsiasi cosa essi affermino sembra provenire direttamente dall’oracolo di Delfi e, dunque, fa storcere il naso a chi legge questa affermazione e fa pensare “ma costui che scrive pensa di saperne più di Stella&Rizzo?”.

Eppure, per affermare che l’attività delle province si metta in mezzo a quella di altri enti, basta semplicemente andare per presunzioni e rifiutarsi di conoscere e sapere. Rifiutarsi di leggere l’articolo 19 del d.lgs 267/2000 e le disposizioni del d.lgs 112/1998 e le leggi regionali attuative, cioè le norme che assegnano alle province le proprie funzioni e competenze. Se, invece, si volesse affrontare la noia faticosa di dare un’occhiatina a queste disposizioni, ci si accorgerebbe che esse creano una griglia di competenze sostanzialmente esclusive: le province, cioè, si occupano solo di quelle competenze, ad esclusione di ogni altro ente. Non vi è una commistione di competenze, non è mai richiesto alle province di intervenire ad esaminare una pratica curata da altri enti. Sole eccezioni sono le valutazioni di impatto ambientale, le procedure per l’apertura delle grandi strutture di vendita, alcuni livelli della pianificazione urbanistica: per altro, si tratta di attività che vengono gestite mediante le “conferenze di servizi”, dunque senza i passaggi kafkiani da un ente all’altro, ma contestualmente in un unico tavolo, ove collegialmente gli enti competenti assumono la decisione.

Per avere un’idea delle funzioni gestite dalle province e convincersi che esse sono del tutto peculiari ed esclusive, occorre l’ulteriore noia di guardare documenti di analisi come questo:https://docs.google.com/viewer?url=https://www.leggioggi.it/wp-content/uploads/2012/06/Elenco_attivit%25C3%25A0_Provincia_di_Verona.pdf.

Nei casi come le politiche per lo sviluppo economico vi sia una coincidenza edittale della materia trattata tra province e regioni, ma per esempio lo stesso accade per le funzioni concernenti le scuole, sono le norme citate prima a stabilire entro quali confini le province svolgono le proprie funzioni, senza mai prevedere interferenze. Nel caso delle scuole, il confine è chiarissimo: le province si occupano solo di quelle superiori, i comuni di materne, elementari e medie.

Ma, in ogni caso, per vedere come la spesa corrente sia distribuita, bastava dare anche in questo caso un’occhiatina al documento Upi:

voci spesa Province

Per il personale, dunque, le province spendono 2,323 miliardi, cioè il 21% della spesa totale, esattamente la media della spesa complessiva per personale del bilancio statale.

Le restanti voci di spesa corrente sono ovviamente composte, in parte, di spese come dire di funzionamento: utenze, logistica, locazioni. In altra parte, sono spese per diretta erogazione di servizi ai cittadini: le manutenzioni degli edifici scolastici, i noleggi dei loro macchinari, servono per far funzionare le scuole. Non molti sanno che il Miur a questo scopo non spende un centesimo, essendo gli enti locali deputati a questo scopo. Le spese per i trasporti sono quasi totalmente dedicati al sostegno dei contratti di servizio con le aziende che gestiscono i collegamenti provinciali. Le spese per servizi sociali (che in effetti potrebbero essere assegnate ai comuni, a ben vedere) sono prevalentemente connesse ai servizi di integrazione socio didattica per i disabili sensoriali (vista e udito), unica tipologia di disabilità rimessa alle competenze provinciali; la gestione urbanistica e la viabilità contempla una quantità enorme di appalti di servizio per sgombero neve, manutenzioni, interventi di ripristino, segnaletica stradale, progettazioni; lo stesso vale per le funzioni ambientali; la spesa per il turismo è in gran parte destinata al funzionamento degli uffici di informazione ed accoglienza turistica, alla produzione di materiale informativo su siti, attrazioni e servizi turistici ed all’attività di promozione in ambito locale e di classificazione delle strutture ricettive; i denari per la formazione ed il lavoro finanziano servizi, appalti, iniziative per corsi di formazione professionale per disoccupati, attività di orientamento, gestione delle banche dati, incontro domanda e offerta.

Si potrebbe continuare. Il dato vero è che si tratta di spesa corrente prevalentemente destinata a utenti finali (disoccupati, studenti, utenti dei servizi pubblici di trasporto, disabili, automobilisti, etc…) e non al funzionamento.

La spesa per la copertura dei costi della politica, come di recente certificato dalla Corte dei conti nel giudizio di parificazione del bilancio dello Stato, è la più bassa in assoluto, 104,7 milioni:

PARLAMENTO

439.732.000

di cui Senato

141.882.000

di cui Camera Deputati

297.850.000

Regioni

800.702.827

Comuni

556.593.000

Province

104.737.371

TOTALE

1.901.765.198

Ma anche su questo, Stella e Rizzo, glissano elegantemente, perché se lo ricordassero indebolirebbero la teoria preconcetta della necessità di abolire le province.

Nell’articolo, i magnifici giornalisti affermano, ancora: “La stessa tabella elaborata dai tecnici per il ministro democratico, avviato a un durissimo braccio di ferro con il presidente dell’Upi (l’unione delle Province italiane) nonostante appartengano entrambi al Partito democratico, afferma che le sole spese correnti per il mantenimento delle strutture provinciali sono pari a 2 miliardi 325 milioni. Più, ovviamente, le spese per le elezioni: 400 milioni ogni cinque anni. Davvero i risparmi risulterebbero irrisori nel caso in cui le Province svanissero?”.

A quanto ammontino i risparmi, come è noto, nessuno lo sa. Trascurando le stime dell’Istituto Bruno Leoni (2 miliardi), o quelle della Cgia di Mestre (510 milioni), non esiste una fonte ufficiale che sia una che si sia sbilanciata nel quantificare quali possano essere i risparmi discendenti dall’abolizione delle province.

In proposito, occorre ricordare che né all’epoca del “salva Italia”, né della “spending review” il Governo inserì mai nei conteggi dei risparmi provenienti dalle manovre un solo cent quale beneficio dal disegno di revisione delle province. E se vi fossero dubbi su questo, basterebbe guardare sia le relazione degli uffici studi parlamentari e le tabelle della Ragioneria generale, ma soprattutto leggere, non senza sbigottimento, questo passaggio della sentenza 220/2013 della Corte costituzionale, che ha bocciato piuttosto ignominiosamente le manovre sulle province del Governo Monti: la Consulta afferma che si è provato “alla costruzione di nuove strutture istituzionali, senza peraltro che i perseguiti risparmi di spesa siano, allo stato, concretamente valutabili né quantificabili, seppur in via approssimativa”.

Solo il Ministro Giarda, in una relazione di fine mandato, per altro priva di qualsiasi ufficialità, aveva provato a quantificare, ma senza guardare i bilanci delle province, sebbene solo sulla base di improbabili elucubrazioni statistiche, che il risparmio sarebbe stato di circa 500 milioni.

Nei fatti, ancora oggi nessuna fonte ufficiale si sogna di identificare il risparmio derivante dall’abolizione delle province. Tuttavia, la sentenza del Tar Lazio, Sezione I-ter, 15/7/2013, n. 7022 ha accertato che il taglio da 1,7 miliardi apportato ai bilanci provinciali dalle manovre del Governo Monti erano illegittimi, per vari motivi, ma soprattutto perché appunto avevano tagliato le spese rivolte agli utenti finali e non al funzionamento degli enti. Il che dimostra che il livello della spesa corrente delle province, che in 7 anni ha subito un taglio di circa il 18%, totalmente sconosciuto alla spesa dello Stato, in 10 anni incrementata di 100 miliardi, e alle regioni, che dal 2001 (primo anno di applicazione della disastrosa riforma del Titolo V) l’hanno aumentata del 40%. Ci si chiede perché simile livello di tagli non si applichino a Stato, regioni e comuni: varrebbe circa 70 miliardi, altro che le incerte briciole discendenti dagli interventi sulle province.

Ma, anche di questo Stella e Rizzo fanno finta di nulla. L’oro colato è il loro best seller La Casta, i loro editoriali, la tabella dei tecnici del Ministro Delrio (di matrice Anci, associazione concorrente, e col dente avvelenato, dell’Upi), l’assioma che i mali del mondo discendano dalle province.

Stella e Rizzo non lo scrivono, i tecnici del Ministro Delrio non si sa da dove traggano la convinzione che i risparmi possano essere di 2,325 miliardi, ma questa cifra coincide, quasi, con la spesa per il personale provinciale.

In effetti, l’unico sistema per conseguire risparmi dall’abolizione delle province in cifre così rilevanti è licenziare in tronco tutti i 56.000 dipendenti. Ma il Governo continua a gridare ai 4 venti che il personale provinciale “verrà salvaguardato”.

Sul piano della gestione dei dipendenti si gioca una partita delicatissima. Sul Governo premono 130 mila precari (costo di oltre 4 miliardi) che pretendono la stabilizzazione. Immaginare che si possa giocare uno scambio tra 56000 dipendenti provinciali ed i precari non è difficile. Tra i 56000 dipendenti provinciali, ve ne sono circa 7000 addetti alle funzioni del mercato del lavoro, quelle che il Governo ed il Ministro Giovannini dicono di voler potenziare. Il Ministro del lavoro si è accorto, nei giorni scorsi, in un’intervista a La Stampa, che in Germania (Paese nel quale il sistema del lavoro funziona meglio che in Italia, pur con un numero molto minore di disoccupati) il numero dei dipendenti addetti (non operano presso le province, ma un ente statale) è pari a circa 110 mila! E la spesa per questa voce è anch’essa circa 10 volte quella dell’Italia.

Facciano pure Delrio e il Governo. Aboliscano le province e licenzino i 56000 dipendenti. Troveranno orde di persone pronte ad esultare ed osannarli. Ma, per piacere, non insistano con la bubbola che le funzioni delle province possano essere egualmente svolte dai comuni o dalle regioni. I comuni continuano a lamentarsi (a ragione) della carenza di personale e risorse per svolgere le funzioni di loro competenza: come si può immaginare che siano in grado, a parità di personale, di gestire in misura minimamente accettabile, le funzioni provinciali che fossero loro scaricate addosso? Come potrebbero i comuni improvvisamente tirare fuori know how e forza lavoro appena sufficiente per migliorare i servizi del lavoro, già deficitari? Ma di cosa parliamo?

In effetti, nemmeno Stella e Rizzo lo sanno. Ma per loro non importa. Basta che i loro pezzi vadano in prima pagina, così da vendere altri libri, essere interpellati come fossero il Dalai Lama e continuare a fare da ospiti d’onore nelle varie trasmissioni. Il grave è che non sa di cosa parla nemmeno il Ministro Delrio col suo staff. Lo rivelano indirettamente proprio Stella e Rizzo nella chiusura del loro articolo: “L’idea (non nuovissima ma finalmente, forse, realizzabile), è quella di trasformare le Province in assemblee di sindaci autoregolate, senza più organi elettivi, per di più incentivando la costituzione di Unioni dei Comuni per razionalizzare quanto più possibile i servizi municipali. Ridotte a qualcosa di simile a semplici agenzie per le cosiddette aree vaste, resterebbero loro poche competenze nelle strade, nel trasporti, nell’ambiente e nella «programmazione della rete scolastica».

Dal primo gennaio del 2014, inoltre, le Province di Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari e Reggio Calabria diventeranno aree metropolitane, con un consiglio formato dai sindaci dei Comuni presieduto dal sindaco del capoluogo”.

Un guazzabuglio informe e assurdo. Le province, fino alla loro totale cancellazione, resterebbero depotenziate, ma, poiché enti sovracomunali, si punterebbe a far sorgere soggetti che sono stati, notoriamente, un fallimento organizzativo e gestionale devastante: le unioni di comuni. Ma, non si sa perché, le province stesse, così costose, inefficienti e neglette, risorgerebbero come città metropolitane, con la medesima estensione territoriale, in alcune zone d’Italia. Ma, insomma, verrebbe da chiedere non a Stella e Rizzo, che della questione di incertezza decisionale sulle province stanno facendo, come si vede, ragione di popolarità e, dunque, a loro va benissimo che si prosegua all’infinito nella querelle, bensì a Delrio e al Governo: che senso ha abolire o riordinare le province, per sostituirle con enti inefficienti come le unioni di comuni, o lasciarle uguali a se stesse (ma governate dal sindaco, qui è dove vuole arrivare il Ministro Delrio e lo staff Anci…) nelle città metropolitane?

Nessun senso, è evidente. Solo una distrazione del popolo, per ottenere un minimo di consenso, mentre il Governo e il Parlamento continuano nella politica lacrime e sangue. Poco importa se un disegno di riforma come quello paventato dal Delrio è destinato al sicuro e devastante naufragio. Stella e Rizzo sarebbero i primi, anzi, ad allietarsene: inizierebbero a scrivere miliardi di pezzi e libri per colpire l’inefficienza della riforma, delle città metropolitane e delle unioni dei comuni. Ovviamente, facendo finta di non aver mai agito perché questi enti sorgessero al posto delle province.


3 COMMENTI

  1. Curioso il, comunque legittimo, commento dello Spira. Si critica l’analisi, sulla base dell’asserita non necessità di parlare di cifre e spese.
    Improvvisamente, dunque, la principale motivazione dell’abolizione delle province, il risparmio di risorse, viene a non essere più necessaria.
    In effetti, a ben analizzare, il Governo si guarda bene dal parlare di cifre. Il ddl Delrio non riporta un cent di cifre. La straordinaria lettera al Corriere del 4 agosto parla di “risparmi certi e potenzialmente elevati”, giungendo al capolavoro dell’ossimoro di una cosa al tempo stesso “certa” e “potenziale”.
    Probabilmente, molti stanno comprendendo che dalla manovra sulle province di risparmi se ne ottengono ben pochi col rischio di dover sostenere costi molto maggiori, come ha spiegato Giuseppe DeRita. Dunque, l’argomento si sposta sulla “semplificazione degli enti”, partendo dal presupposto che le province sarebbero un “duplicato”.
    Se così fosse, allora, ci sarebbe da chiedersi perchè mai il Governo è così convinto, da un lato, della necessità delle città metropolitane, le quali saranno esattamente un doppione delle province, dall’altro di enti di “area vasta”, che sciaguratamente ritiene di poter individuare nelle unioni di comuni, enti che sono, invece, semplicemente una zeppa utilizzata dai comuni per avere un ragioniere a tempo pieno, invece che a part time.
    Interessante anche l’idea che si possa semplificare, frammentando le funzioni oggi concentrate in 107 enti tra 8100 comuni, 370 unioni di comuni, 20 regioni e 10 città metropolitane, per altro col folle intreccio di deleghe e controdeleghe previste dal ddl Delrio.
    Il problema vero è che la propaganda funziona. Gli articoli dei giornali, scritti da chi delle province conosce poco e nulla, convincono che essere duplichino i lavoro dei comuni. Per nulla vero: le funzioni e competenze delle province nulla hanno a che vedere con quelle dei comuni e per nulla è equivalente che siano svolte da questi ultimi. Si pensi solo alle funzioni nel mercato del lavoro: i lavoratori hanno l’obbligo di accettare proposte di lavoro entro 50 chilometri dal proprio domicilio, o, comunque, raggiungibili entro 80 minuti col trasporto pubblico. Sembra a qualcuno possibile che i confini comunali siano compatibili con questa funzione, conclamatamente ingestibile se non da un ente sovracomunale?
    Se si sapesse esattamente di cosa si parla, la demagogia risulterebbe sconfitta. Ma, invece, essa è sempre vincente, grazie alla superficialità di chi arruffa il popolo e del popolo che si lascia ben volentieri vellicare.

  2. Ma perchè si continua a parlare di cifre e di spese, quando invece va riesaminata la necessità o meno di mantenere certi Enti? Perchè non si parla di riordinare la materia e di affrontarla nel nuovo discorso di evoluzione semplificata degli Enti ? Le province,come tanti altri enti duplicati e moltiplicati ,per le sue funzionalità tutte delegabili non hanno ragione più di esistere e se vi sono funzioni non delegabili va rivista la materia e riordinata con criteri certi e non di natura clientelare come è accaduto nel passato.

  3. Analisi assolutamente condivisibile. L’unica cosa certa è che di fronte all’indiscutibile inutilità di questa riforma, vince la necessità di accontentare l’onda populistica dilagante. Se si volesse risparmiare basterebbe ridurre il numero dei rappresentanti politici in tutti gli organi, eliminare tutte le forme di indennità (fissare una sorta di stipendio fisso) togliere (in particolare nelle regioni) la possibilità di autodeterminarsi gli “stipendi”, vedasi regioni autonome come Sardegna dove si allacciano agli stipendi dei parlamentari, ecc. Eliminare la rappresentanza democratica del livello di governo provinciale mi sembra una riduzione della democrazia, soprattutto quando poi rimangono in piedi tanti altri enti (quelli si da eliminare) gestiti da nominati politici e non scelti tramite consultazione popolare.

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