Stando al Vocabolario Treccani, per “flessibilità” s’intende “La proprietà o la caratteristica di essere flessibile, facilità a piegarsi, e, in senso fig., a variare, a modificarsi, ad adattarsi a situazioni o condizioni diverse”.

Ora, questo concetto era addirittura naturale in epoche lontane, fino all’avvento della Costituzione: poi tutto è cambiato, almeno sulla carta.

E’ arrivato, per esempio, l’art. 1 (il riconoscimento del lavoro come fondamento della Repubblica), l’art. 3 (l’uguaglianza sostanziale di tutti i cittadini italiani, da Nord a Sud), l’art. 35 (tutela del lavoro, promozione delle organizzazioni per affermare e regolare i diritti del lavoro), nonché l’art. 36, che sancisce il diritto del lavoratore ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro, e comunque sufficiente a garantire un’esistenza libera e dignitosa al lavoratore e alla sua famiglia. Insomma, principi contrastanti con quello della “flessibilità”.


Per applicare queste norme di principio, i contratti collettivi nazionali di lavoro sono un utilissimo strumento. Nati addirittura negli anni ’20, si svilupparono in tutto il territorio nazionale soprattutto dagli anni ’70, proprio al fine di risanare le divergenze tra Nord e Sud e per affermare il principio secondo cui il lavoro dev’essere retribuito allo stesso modo, indipendentemente dall’area geografica in cui è collocata un’azienda.

Questo sulla carta.

Ma, prima di parlare delle enormi differenze tra Nord e Sud e della “fantomatica” flessibilità salentina, lasciate che vi spieghi a cosa serve un Contratto collettivo nazionale di lavoro.

Nel nostro Ordinamento vige il principio dell’autonomia contrattuale, secondo cui due o più parti possono mettersi d’accordo per stabilire le regole che disciplinano un certo rapporto di lavoro. Normalmente questo compito spetta alle Organizzazioni sindacali e alle Associazioni dei datori di lavoro, le quali si mettono d’accordo sia sugli aspetti normativi del rapporto sia sugli aspetti economici. In altre parole si contrattano le regole del lavoro (orari, turni, maternità, paternità, ecc.) sia il costo del lavoro (quanto prende un certo lavoratore per fare un certo lavoro?). Da questa “discussione” ne nasce un contratto, che – secondo le regole generali – ha forza vincolante tra le parti.

Ma nella realtà va proprio così?

No, altrimenti non starei qui a scrivere quest’articolo.

E’ scontato che il Sud è sempre stato la “Cina” d’Italia. Negli anni ’60, per esempio, venivano imprenditori del Nord Italia per l’affare del tabacco. Migliaia di tabacchine ricevevano un salario da fame per lavorare tutto il giorno, senza turni e senza indennità di disoccupazione (la raccolta del tabacco era un lavoro stagionale). Poi, finito ciò, c’è stato l’affare dei pomodori: migliaia di donne impiegate per la raccolta, la lavorazione e l’inscatolamento dei pomodori, con salari da fame (anche qui senza indennità di disoccupazione). Ma eravamo negli anni ’70. Si, c’era la Costituzione, c’erano anche i CCNL, ma al Sud non si applicavano, ancora. Dagli anni ’90 ad oggi c’è stato pure l’affare del tessile. Il meccanismo era questo: le grandi griffe della moda commissionavano ad imprese del Nord Italia un certo quantitativo di capi d’alta moda da realizzare. Ovviamente al Nord non c’è manodopera specializzata. Non c’è mai stata, in realtà. E allora queste aziende, per non perdere la commessa, subappaltavano ad aziende del Sud, le quali si rivolgevano, a loro volta, a persone di fiducia sparse nei vari paesi, le quali affidavano il lavoro a donne esperte nell’arte del cucito e della tessitura. Si trattava di realizzare abiti ricamati o ricolmi di perline e svarowskij, pagati non più di 1,00 euro al pezzo, ovviamente a cottimo. Ovviamente tutto a nero. Ovviamente occorrevano almeno 3 ore per fare un pezzo. 3 ore al costo di 1,00 euro per un capo venduto almeno a 1.000,00 di euro. Oggi questo sistema si è un po’ allentato, anche se sopravvive ancora.

Ma l’alta moda ha bisogno di alti profitti e bassi costi e il Sud ha bisogno di lavoro, ecco che la nuova frontiera del business, oggi, è quella delle scarpe di lusso.

Anche qui stessa storia. Grandi aziende del lusso hanno bisogno di manodopera specializzata e di preservare il Made in Italy. Ma come fare? Non si può certo andare in Cina, dove gli operai non sono specializzati e dove i materiali usati sono spesso tossici e comunque di bassa qualità. No, non in Cina, ma nella Cina d’Italia. Il Sud. Il Salento in questo caso.

Un operaio del calzaturiero specializzato è quello che sa tagliare una tomaia, piegarla a mano e montarla insieme ad altre parti che compongono una scarpa, che possono arrivare fino a 15 pezzi. In Salento ci sono tantissimi operai specializzati nel calzaturiero. Il Salento è stato per anni il più importante produttore di calzature d’Italia.

Secondo il CCNL di categoria, un operaio del genere va pagato 8,23 € lordi l’ora che, per 40 ore settimanali, moltiplicate per 4 settimane, fanno 1.316,00 € al mese. Troppo. Ecco che il sistema della flessibilità salentina prende forma. Se da 4 settimane si passa a 2, allora i conti tornano. Da 1.300,00 euro al mese si passa a circa 700 euro. Tanto, secondo alcune inchieste (quella del Fatto Quotidiano del 26.06.13 o quella di Telerama del 29.06.13), è il salario degli operai specializzati del Salento. Tutto ciò come avviene? Con il sistema della “doppia busta paga”, ossia di un sistema in base al quale al lavoratore spetta uno stipendio “ufficiale” di 1.300.00 euro e uno “ufficioso” di 700,00 euro, oppure un sistema in base al quale al lavoratore spetta uno stipendio “ufficiale” intero, ma che poi deve restituire in parte al datore di lavoro. La modalità della “doppia busta paga” esiste da sempre ed assume forme variegate, in base alle esigenze dell’azienda.

Ma la flessibilità salentina non si ferma qui. Nossignore. Perché ci sono aziende locali che si occupano di una parte del processo produttivo e che forniscono ad altre aziende alcune parti che compongono una scarpa. Sono i cosiddetti “terzisti”, che, nel complesso, contribuiscono a realizzare l’insieme del processo produttivo necessario per realizzare una scarpa.

Ora, poniamo che una grande firma delle calzature commissioni ad un’azienda locale un certo quantitativo di scarpe da realizzare all’anno. Facciamo 50.000. Quest’azienda, non avendo i mezzi per completare tutto il sistema produttivo, si rivolgerà ad un’altra azienda, che realizzerà parte del processo produttivo. Il sistema dovrebbe funzionare così: Tizio dice a Caio: producimi 50.000 paia di scarpe. Caio dice a Sempronio: producimi 50.000 tomaie e io le assemblo. Sempronio non ha rapporti contrattuali con Tizio, ma solo con Caio. Già, perché Sempronio fattura a Caio e Caio fattura a Sempronio. La destra non sa quello che fa la sinistra, per usare un detto del Vangelo. Semplice, no? Così funziona da che mondo è mondo. Peccato che, nel c.d. Sistema della flessibilità salentina, Tizio controlla il processo produttivo di Sempronio e detta le regole. E Caio? Caio sta lì a guardare, tanto ci guadagna comunque. Peccato che Caio, nonostante abbia promesso a Sempronio di pagare le fatture entro un mese, poi le paga quando gli pare. Non si sa se la mancanza sia dovuta al fatto che Tizio non paga Caio oppure Caio si trattiene i soldi e paga Sempronio quando vuole. Non lo sappiamo, sappiamo solo che Sempronio alla fine si sveglia e fa causa ad entrambi.

Già, Tizio Caio e Sempronio hanno dei nomi ben precisi. Si chiamano Tod’s, Salento Shoes e Keope S.r.l.

Ma la causa è ancora in corso e Sempronio ha depositato un atto di citazione proprio contro il grande marchio gestito da Diego Della Valle, perché, stando all’atto, imponeva condizioni assimilabili a quelle del caporalato.

Insomma, per farla breve, la flessibilità salentina ha due facce: quella dei lavoratori, costretti a lavorare per stipendi da fame e quella delle piccole imprese locali, schiacciate dalle “condizioni capestro” dei grandi marchi, i marchi del lusso, che – invece di andare in Cina – vengono al Sud. La Cina d’Italia.

Ma la causa è in corso. Staremo a vedere se la ragione giuridica è di Sempronio o di Tizio e Caio. Nel frattempo andrò in un negozio a vedere un paio di scarpe vendute a 900,00 euro e penserò che chi le ha fatte avrà guadagnato – forse – giusto i soldi per comprare scarpe cinesi. Fatte in Cina.


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