Quali sono le prossime mosse del governo Letta in materia di giustizia civile? Se lo chiedono la valanga di avvocati, mediatori, professionisti e giudici che, con l’avvento del decreto del fare, si sono ritrovati di fronte alla “restaurazione” della mediazione civile come condizione di procedibilità.

Si è trattato di un vero e proprio colpo di teatro da parte dell’esecutivo delle larghe intese, che ha ripescato dal cilindro quell’istituto più volte difeso anche con maggioranze differenti, ma poi, infine, cestinato dalla Corte costituzionale per alcuni profili di incompatibilità con la Carta fondamentale.

Come noto, l’arretrato civile è la vera zavorra del sistema giudiziario italiano, che vede migliaia e migliaia di procedimenti fermi – soprattutto in appello – che rappresentano il maggior freno alla chiusura dei processi e la loro durata in vetta alle classifiche di lunghezza continentali.


Così, la strategia dell’esecutivo per aggredire il mostro di lentezza della giustizia civile non si conclude affatto con la reintroduzione della mediazione civile, per la verità corretta in pochissimi punti. Tra le modifiche più rilevanti, ad esempio, è stata esclusa la disciplina degli incidenti stradali e la durata massima del tavolo di conciliazione è stata portata da 4 a 3 mesi: nella sostanza, però, la mediazione è rimasta pressoché invariata. Una novità non di poco conto che è stata apportata, poi, è la garanzia, per tutti gli avvocati, di ottenere lo status di mediatori d’ufficio solo in virtù dell’iscrizione all’albo.

Così, il governo ha intenzione di spingere forte non solo sulla mediazione, ma di mantenere anche il filtro in appello introdotto dai precedenti governi – prima Berlusconi e poi il tecnico di Mario Monti. Sul fronte della mediazione, intanto, si aspetta il parere del Parlamento – è infatti l’unica parte che non è stata convertita in effettività di legge con la pubblicazione in Gazzetta, ma è stata rinviata alle Camere.

E non è tutto: a breve – il 13 settembre – dovrebbe entrare in vigore la riforma della geografia giudiziaria, varata nel 2012 in regime di spending review, quando l’ex Guardasigilli Paola Severino tagliò i cosiddetti “tribunalini”, riducendo sensibilmente il numero dei giudici di pace e chiudendo 220 sezioni distaccate.

Da ultimo, il governo non ha intenzione, secondo quanto trapela, di mollare la presa anche sui giudici ausiliari e sulla conciliazione giudiziale, che sarebbero parte dell’ampia strategia per sfoltire oltre tre milioni e 400mila carichi pendenti in Tribunale e circa mezzo milione nelle Corti d’Appello.


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