Esistono modi per conseguire forti risparmi della spesa pubblica, senza avventurarsi in riforme complicate oltre che dagli esiti incerti e dalla gestione difficoltosissima, come quella che da troppo tempo si propaganda, riguardante le province.
La conferma della possibilità di ottenere questi risultati con riforme semplicissime e a costo zero proviene dai risultati recentemente divulgati dal Dipartimento della Funzione Pubblica, riguardanti la rilevazione degli incarichi di consulenza e collaborazione nella pubblica amministrazione.
Come risulta dal censimento, nel 2011 le varie pubbliche amministrazioni hanno speso complessivamente 1,3 miliardi di euro per assegnare gli incarichi più svariati, da quelli comprensibilmente utili a quelli più improbabili.
Un volume di spesa che, da solo, ovviamente, non risolverebbe i problemi della finanza pubblica, ma, ad esempio, aiuterebbe a scongiurare l’aumento di un punto dell’Iva.
Se il legislatore avesse la forza di pretendere ed imporre un forte contenimento di tale spesa, improvvisamente a regime si libererebbe una somma di un certo rilievo, utile per qualche manovra di aggiustamento dei bilanci.
Non ci si può facilmente sbilanciare sull’entità dei risparmi effettivamente ottenibili, per la semplice ragione che in effetti i dati rilevati dalla Funzione Pubblica da un lato sono “inquinati”, dall’altro risultano disallineati con quelli risultanti dal Conto del personale, censito dalla Ragioneria Generale.
Il primo elemento di incertezza è dato dalla discrepanza delle informazioni rispetto al Conto Annuale, dal quale risulta che le spese per rapporti di lavoro autonomo nella pubblica amministrazione ammontano a 2,5 miliardi (voce “oneri per personale estraneo all’amministrzione), sempre nel 2011. Oggettivamente, la spesa che appare più verosimile è quella del Conto Annuale, che non è un mero censimento, ma un adempimento indefettibile, costruito in modo da raccogliere i dati in maniera molto precisa e puntuale. Per stimare l’entità dei possibili risparmi è evidentemente necessario essere del tutto certi sull’entità della spesa.
Il secondo ordine di problemi deriva, poi, dalla qualità dei dati rilevati da Palazzo Vidoni. Infatti, a causa di, per la verità inaccettabili, incertezze interpretative discendenti da contraddittoria giurisprudenza amministrativa e contabile, molte amministrazioni, come si evince analizzando l’opendata messo a disposizione dal sito di Palazzo Vidoni, tantissime amministrazioni qualificano come incarichi di collaborazione-consulenza prestazioni che, in effetti, sono da considerare alla stregua di appalti di servizi. Principalmente prestazioni di difesa in giudizio, frazionamenti, progettazioni, consulenze gestionali: tutte prestazioni ricadenti nella disciplina del codice dei contratti. Che, tuttavia, una minoritaria ma ostinata giurisprudenza e prassi ritengono di potere qualificare come “collaborazioni” di lavoro autonomo, sulla base della personalità della prestazione resa, senza prendere atto che la normativa europea regolante gli appalti, considera come operatore economico qualsiasi soggetto, anche persona fisica, che offra stabilmente nel mercato lavori, forniture o servizi. La “personalità” della prestazione, piuttosto che la prevalenza dell’organizzazione imprenditoriale sono concetti propri e tipici solo dell’ordinamento italiano, totalmente irrilevanti per la normativa europea, fonte primaria di normazione in tema di concorrenza, rapporti commerciali e appalti.
Dunque, occorrerebbe un lavoro certosino volto a distinguere con precisione, nell’ambito della rilevazione della Funzione Pubblica, quali spese possano effettivamente considerarsi finalizzate a collaborazioni vere e proprie, escludendo quelle, invece, per appalti di servizi.
Poniamo, allora, due ipotesi, una più ottimistica, l’altra meno ambiziosa. Partendo dalla prima ed ammettendo che il dato più corretto sia quello del Conto Annuale, vi sarebbe la possibilità di giungere ad un risparmio molto significativo dei 2,5 miliardi di spesa rilevati con una norma molto semplice: un divieto totale di conferire incarichi di lavoro a “personale esterno” all’amministrazione, con la sola eccezione di fattispecie espressamente e tassativamente elencate e purchè la spesa sia contenuta entro una percentuale data della spesa corrente.
La seconda ipotesi potrebbe prevedere la medesima manovra, partendo, però, da una base di calcolo più bassa: non il miliardo e 300 milioni  censito, ma, poniamo 800 milioni, escludendo le spese per appalti di servizio.
Se si disponesse, ad esempio, di risparmiare l’80% della spesa, nella prima ipotesi si avrebbe un risparmio della spesa pubblica di 2 miliardi all’anno; nella seconda ipotesi di 640 milioni di euro all’anno.
In entrambi i casi si tratterebbe di risparmi conseguibili in misura maggiore e con minore difficoltà, che insistendo sulla dissennata operazione di abolizione delle province.
Infatti, secondo le più ottimistiche (ma indimostrate e indimostrate) stime dell’Istituto Bruno Leoni, dall’operazione sulle province si otterrebbe un risparmio di 2 miliardi. Secondo il rapporto-Giarda, al massimo si potrebbe arrivare a 500 milioni. In ogni caso, per ottenere questi risparmi dall’abolizione delle province, occorrerebbe, tra gli altri, risolvere questi non pochi problemi:
– modificare la Costituzione;
– riassegnare e redistribuire le competenze e funzioni (a chi? Comuni o regioni o altro?);
– trasferire 58000 mila dipendenti;
– trasferire un patrimonio immobiliare immenso, tra scuole superiori e strade;
– accollare a comuni o regioni l’aggravio del carico ricadente sulle province del patto di stabilità;
– riformare il sistema della finanza locale, per assegnare a comuni o regioni le entrate tributarie oggi di spettanza delle province;
– riformare il sistema della contabilità locale, per assegnare a comuni o regioni le altre entrate, patrimoniali e da servizi, oggi di spettanza delle province;
– rideterminare totalmente i fondi trasferiti dallo Stato a regioni e comuni.
Si potrebbe continuare. Lo dovrebbe capire chiunque che i tempi ed i costi della manovra sulle province dimostrano come e quanto bislacca sia l’idea, mossa da un populismo da piazza strapaesana, oltre a lasciar intendere che nessuno ha valutato il rapporto tra i costi immensi di una simile riforma ed i benefici in termini di risparmio, che resterebbero alquanto indeterminabili.
Agendo semplicemente su un limite finanziario molto deciso su spese certamente non qualificabili come essenziali, quali le consulenze e le collaborazioni, invece, senza dover affrontare nemmeno uno dei problemi discendenti dall’eventuale abolizione delle province, dall’oggi al domani i risparmi si avrebbero, salvaguardando l’ordinamento da avventure riformiste, fine a se stesse.
Ma, sorpresa! La cosa paradossale è che quella ipotetica norma che preveda la riduzione dell’80% della spesa per consulenze esiste già. E’ l’articolo 6, comma 7, del d.l. 78/2010, convertito in legge 122/2010, ai sensi del quale la spesa per consulenze si sarebbe dovuta ridurre del’80% rispetto al 2009.  Al quale si aggiunge l’articolo 9, comma 28, del medesimo decreto, che ha imposto la riduzione della spesa per collaborazioni del 50%, sempre rispetto al 2009.
Guardando, tuttavia, alla serie storica sia delle rilevazioni di Palazzo Vidoni, sia del Conto Annuale, si osserva la sostanziale invarianza della spesa tra gli anni 2011 e 2009.
Tradotto in parole povere, le amministrazioni pubbliche hanno tranquillamente ed impunemente, fin qui, violato la disposizione normativa, continuando a spendere e spandere allegramente in consulenze e collaborazioni.
Un risparmio certo, che non implica alcuno strappo istituzionale e all’ordinamento è andato letteralmente in fumo. E il bello è che le disposizioni del citato d.l. 78/2010 hanno imposto i significativi risparmi previsti al dichiarato scopo di “valorizzare” il personale pubblico in servizio. Per dirlo in modo più chiaro, il legislatore impone alle amministrazioni di avvalersi pienamente delle professionalità presenti, invece di espandere inutilmente la spesa, procacciandosi collaborazioni esterne non necessarie.
Quanto rilevato dovrebbe far seriamente riflettere. Si farnetica di complicatissime riforme istituzionali per conseguire risparmi  solo ipotetici che nessuno è stato in grado di quantificare in modo serio, ma contestualmente nulla si fa per applicare davvero una norma semplicissima di contenimento vero di spesa corrente improduttiva, posta a limitare incarichi esterni.
La vicenda dimostra come i vari governi, purtroppo, navighino a vista e non hanno la capacità di agire in maniera semplice, efficace e non influenzata dai facili populismi. Ulteriormente, si dimostra che la politica ci tiene davvero tanto al potere di “nomina” di consulenti e collaboratori, che le consente di attorniarsi di persone “di fiducia”, pronte a dare sostegno a idee anche le più illegittime o lontane dalla concreta fattibilità tecnica ed amministrativa, in tutti i campi. Tanto che nessuno ha pensato, come invece sarebbe stato inevitabile, di istituire un controllo preventivo di legittimità e merito sugli incarichi assegnati, volto a verificare il rispetto dei tagli imposti dalla norma del 2010 e a controllare la reale indispensabilità ed utilità del ricorso a soggetti esterni alla pubblica amministrazione.
Contenere la spesa pubblica è possibile e molto, ma molto, più semplice, di quanto apprendisti stregoni del giornalismo e del diritto, determinati ad offrire al cittadino la testa mozzata delle province solo per tenere fede a best seller di libreria o improbabili promesse elettorali, lascino credere, spingendo assurdamente verso riforme complesse e costose, come quella dell’abolizione delle province.


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