Nella settimana decisiva del piano giovani sul lavoro, si torna a parlare anche delle pensioni e di come le ultime riforme sulla previdenza abbiano inciso sull’elevatissimo tasso di disoccupazione attuale tra gli under 35. Il premier Letta ha ribadito che la priorità restano gli esodati, ma la situazione lavorativa dei giovani ha già una scadenza fissata: il Consiglio europeo di venerdì e sabato.

In quella occasione, infatti, il governo dovrà presentare le misure per il rilancio della disoccupazione, insieme ai partner europei, per una piaga che sta colpendo indiscriminatamente il vecchio continente e in particolare i Paesi del Mediterraneo, in economie fino a pochi anni fa ritenute tutto sommato al sicuro sul fronte occupazionale.

E invece, la crisi economica globale e gli attacchi speculativi hanno contribuito in maniera elevatissima ad accrescere enormemente il divario in termini di rapporti di lavoro tra chi entrava nel mondo del lavoro dieci anni fa e chi si trova costretto ad affrontare l’attuale mare in tempesta. Tutto ciò, beninteso, nel momento in cui le casse dei singoli Stati piangono miseria e la situazione previdenziale di milioni di persone è sempre più in bilico.


Ne sia d’esempio la marea di esodati che ha generato la riforma Fornero, oltre 300mila secondo le stime ufficiali, di cui,a  distanza di un anno e mezzo dall’entrata in vigore della legge, soltanto 12mila hanno trovato l’agognata uscita dal lavoro. Tutti gli altri si trovano a metà del guado tra pensione e carriera professionale, da cui sono stati esclusi in seguito all’ingresso nelle liste di mobilità o ad accordi collettivi, individuali e così via.

A questo proposito, proprio la legge previdenziale dell’ex ministro del Welfare, è stata stroncata in pieno da uno dei più prestigiosi atenei del Paese, quello della Sapienza di Roma, la cui facoltà di Economia ha stilato un “Rapporto sullo Stato sociale 2013” tutt’altro che benevolo nei confronti della riforma varata dal governo Monti. Secondo gli studiosi, la riforma sta avendo effetti devastanti sul sistema socio-economico italiano, con alta probabilità di limitazione all’osso del turnover tra anziani e giovani.

Dunque, è fuori discussione che un piano di lavoro efficace rivolto ai disoccupati in età post scolare debba tenere conto anche di chi dal lavoro sta cercando di uscirne, per maturare i requisiti minimi richiesti dalle norme. E proprio in base al turnover dovrebbe nascere la nuova riforma – o, forse, modifica – alla legge sulle pensioni. Con la proposta Damiano sul tavolo della Commissione Lavoro alla Camera – flessibilità per le uscite in anticipo dai 62 anni, con penalizzazioni fino a 65 e bonus entro i 70, più la possibilità anche del part time per i più anziani prima dell’addio al posto – il governo potrebbe stringere i tempi per introdurre qualche primo correttivo alla legge vigente, e arrivare al Consiglio europeo di venerdì con una proposta completa, a largo raggio, in grado di tutelare sia le nuove leve del mondo del lavoro che coloro che attendono il meritato riposo. A ben vedere, anzi, un’uscita soft anche in termini di carico orario, potrebbe essere davvero un primo input per uscire dall’impasse: ancora pochi giorni e si alzerà il velo sulle decisioni del governo.

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3 COMMENTI

  1. vorrei sapere tutte le persone che anno piu di 30 anni senza lavoro se cè qualchosa dal governo anke x loro.grazie.

  2. L’ introduzione di questa nuova figura previdenziale “alla scandinava” _ pensionato “sì e no”- è legislativamente troppo complicata per una classe politica rissosa e confusa : e infatti già c’ è bagarre. Più semplice è l’ opzione volontaria concedibile al pensionando di un’ uscita anticipata di qualche mese in cambio di un prelievo percentuale , pro-occupazione giovani, sui primi assegni mensili : per es. , 6 mesi di anticipo sull’ uscita contro 18 mesi di decurtazione del 7%.

  3. Caro Presidente Letta
    ritengo che la flessibilità, cioè la possibilità di uscita dal lavoro, in cambio di penalizzazione non sia giusta ed equa.
    Le ricordo che già con il decreto Salva Italia dal retributivo siamo passati, solo per gli ultimi anni di lavoro, al contributivo per tutti i lavoratori.
    Non dimentichiamo che i coefficienti utilizzati per calcolare l’ammontare della pensione sono già stati cambiati e sono sfavorevoli, (ad es. a 62 anni il coefficiente ora è 4,940%, il precedente era 5,09%) come sono stati già aumentati i mesi per l’aspettativa di vita sempre dalla ex Ministro Fornero.
    La Ministra Fornero ha previsto, tutt’ora in vigore, la pensione a 66 anni ma ha anche previsto la pensione anticipata, senza nessuna penalizzazione, solo e soltanto per quei lavoratori che hanno 42 anni più 9 mesi (per l’aspettativa della vita) di contributi versati e 62 anni di età.
    Ora è nata una nuova proposta, cioè la Sua,
    che permetterebbe di andare in pensione tra i 62- 70 anni con almeno 35 anni di contributi (in pratica Lei cambia il vincolo Fornero cioè quello dei 42 anni di contributi versati e dimenticando tra l’altro anche il calcolo dell’aspettativa della vita).
    Ritengo che Lei dovrebbe capire che c’è una differenza tra chi ha lavorato 42 anni ,di effettivo lavoro, con 42 anni di contributi versati rispetto a chi ha lavorato 35 anni, di effettivo lavoro, con 35 anni di contributi versati.(differenza 7 anni)
    Con la Sua proposta Lei non tiene conto di chi ha lavorato 7 anni in più, cioè 42 anni di contributi versati rispetto ai 35 anni di contributi versati e ha 62 anni poiché di fatto, con questa Sua proposta, chi ha lavorato di più e ha versato di più viene con lo stesso identico metodo penalizzato, con la “generosità” di farti andare prima in pensione, con un’ulteriore penalizzazione che incide 8% in meno sull’ammontare dell’assegno del corrispettivo pensionistico.
    Pertanto vorrei capire, caro Presidente, cosa succede se questa Sua proposta viene approvata a tutti quei lavoratori che hanno lavorato e versato 7 anni di contributi in più cioè 42 anni di contributi versati poiché hanno iniziato a lavorare a 20 anni e hanno 62 anni di età, in pratica anche questi lavoratori saranno penalizzati pur avendo versato i 42 anni di contributi ????????
    e il calcolo dell’ aspettativa di vita che fine fa??????
    Tra l’altro le penalizzazioni che vogliono introdurre, anzitutto non sono contemplabili per gli esodati.

    Le rammento che in passato ci sono stati lavoratori che hanno potuto andare in pensione con solo 20-25 anni di contributi versati e visto l’aspettativa di vita su questi pensionati precoci, secondo me, sarebbe giusto ma soprattutto equo, prevedere, senza chiedere, tramite un decreto, come è stato fatto per il Salva Italia, un contributo mensile per aver beneficiato di una situazione ora insostenibile.
    Questo contributo mensile, solo per i pensionati baby/precoci, è doveroso prevederlo per rispetto verso chi ancora deve continuare a lavorare, pur avendo già fatto il suo dovere verso la società, come stabilisce il decreto Salva Italia, per rispetto verso chi il lavoro non lo trova, e per rispetto nei confronti delle nuove generazioni.

    Per quanto riguarda la staffetta generazionale faccio presente che il lavoratore anziano che accetta un part-time per far assumere un giovane vuol dire che ha una riduzione del 50% dello stipendio, (che è già basso per i lavoratori dipendenti settore privato), e dei contributi versati negli anni che gli mancano per accedere al trattamento previdenziale, quindi in pratica questo lavoratore anziano avrà una riduzione dell’assegno pensionistico poiché di fatto il corrispettivo pensionistico si basa sulla media della contribuzione percepita negli ultimi anni di vita lavorativa.

    Ricordiamoci anche che in caso di decesso del lavoratore anziano l’eventuale moglie percepisce solo il 60% del corrispettivo pensionistico del defunto.

    Ecco perché ritengo che questa proposta cioè la staffetta generazionale non è valida per risolvere il problema occupazionale dei giovani, anzi porterebbe solo ad estendere, allargare la povertà su più persone ma soprattutto sui lavoratori anziani, in pratica a tutti quei soggetti che essendo alla fine della loro attività lavorativa non hanno fatto in passato, poiché non era previsto, una previdenza complementare, e ora non hanno più neppure la convenienza di farla questa previdenza complementare.

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