vandelli luciano

Si è aperta in questi mesi una delle fasi più importanti della storia della nostra Repubblica. Tutto potrà essere messo in discussione. Iniziano i primi lavori per le riforme costituzionali.

Il governo Letta ha, nelle scorse settimane, nominato una commissione di 35 saggi, esperti, praticanti del diritto, con la funzione di definire proposte sul nuovo assetto istituzionale del nostro Paese. Oggetto di tale intenso progetto riformatore sono i Titoli I, II, III e V della Seconda parte della Costituzione.


Ne parliamo insieme a Luciano Vandelli, professore ordinario di Diritto amministrativo presso l’Università di Bologna, nonché membro della Commissione dei “35”, che mi ha concesso, in esclusiva per LeggiOggi, un’intervista sui temi della politica italiana e sui lavori della Commissione.

Professore, quali sono, secondo lei, le ragioni della crisi attuale del nostro Paese?

C’è un elemento storico che riguarda la disposizione del nostro Paese alla corruzione. Continuiamo a perdere posizioni nelle classifiche internazionali, in particolare in quella di Transparency, dove ormai occupiamo la 72esima posizione, molto lontani dagli altri paesi europei.

I problemi che sono emersi negli ultimi anni sono per un versante di carattere istituzionale e per l’altro di carattere politico.

Credo che la situazione politica italiana sia sotto gli occhi di tutti. Abbiamo visto emergere forze politiche molto labili e transitorie, legate, molto spesso, alle fortune di qualche persona concreta. Il sistema dei partiti tradizionali è entrato in crisi e vi è difficoltà ad affermare nuove dinamiche.

Grandi partiti, come il PD, sono travagliati da diversità di posizioni proprio sugli assetti funzionali della loro organizzazione.

Sul versante istituzionale i problemi sono di vario tipo, soprattutto per quanto riguarda le connessioni tra il centro e la periferia, connessioni che sono state profondamente cambiate da una riforma costituzionale nel 2001, a cui però non ha fatto seguito tutto l’adeguamento, tutto il cambiamento profondo che si supponeva e una revisione degli organi di governo centrale per assicurare la coesione del Paese.

Una delle cause maggiori riguarda dunque la nostra classe politica.

È la scarsa capacità di traduzione dell’urlo di protesta in politiche e in un’azione che possa ispirare azioni collettive di lungo periodo.

Quali sono le questioni su cui concentrerete maggiormente la vostra attenzione?

La Commissione deve occuparsi di tre temi fondamentali e strettamente connessi l’uno all’altro: il bicameralismo, la forma di governo e la forma di stato, dunque l’assetto del cosiddetto federalismo delle autonomie.

Una delle proposte delle forze politiche attuali è quella di sostituire il bicameralismo con una forma di presidenzialismo. Lei ritiene che ciò sia attuabile nelle nostre condizione e in grado di porre rimedio alla situazione di stallo politica ed economica che ormai ci caratterizza da anni?

L’elezione diretta del presidente è una forma diffusa in molti stati democratici, diffusa anche in stati in cui non ha dato buona prova con sbandamenti in senso populista o in senso autoritario. Il suo funzionamento dipende fortemente dalle condizioni politiche-sociali concrete di un paese, in un periodo storico concreto. Io non credo che in questo momento in Italia, dato l’assetto sociale e politico, ci siano le condizioni più idonee per fare un passaggio di questo tipo. Vari elementi sono da cambiare negli assetti di governo esistenti e credo che opportunamente si possa lavorare per migliorare questi assetti.

Se il presidenzialismo, allo stato attuale, non è la scelta consigliabile, ritiene che ci siano possibilità di sopravvivenza per il bicameralismo? Magari un bicameralismo imperfetto con una camera alta e una camera bassa.

La riforma del bicameralismo è ormai una scelta imprescindibile. Il nostro è davvero un caso atipico nel panorama delle costituzioni del mondo. Con uno strano doppione di due Camere che hanno la medesima legittimazione, la medesima composizione e le medesime funzioni. La ripetizione di ogni atto da una parte e dall’altra, sino al rituale del governo che all’inizio di ogni legislatura pone le proprie linee programmatiche da una parte e dall’altra, riceve la fiducia da una parte e dall’altra, doppione che produce dei danni notevolissimi nel caso in cui le due Camere abbiano, comprensibilmente, maggioranze diverse. Da qui l’esigenza di un ripensamento complessivo del sistema che non ha più ragione d’essere, che è disfunzionale e per vari aspetti persino dannoso. A questo punto mentre c’è un accordo unanime sull’esigenza di rivedere il bicameralismo, si aprono varie alternative. Direi che un punto diffusamente condiviso è l’eliminazione della fiducia in una delle due camere, ma, a mio avviso, occorre anche intervenire incisivamente sulla composizione stessa di una camera, particolarmente si pensa al Senato. Personalmente, io ritengo che sia necessaria una camera che rappresenti il territorio, le autonomie e che sia utile ad un’unità del paese, permettendo una più stretta connessione tra lo Stato e le regioni e comuni.

Avete già definito un programma di lavoro per questi quattro mesi?

È un programma molto intenso, nel senso che ci riuniamo tutti i lunedì, con ogni volta un progetto all’ordine del giorno. Le sedute sono impegnative, dense e durano l’intera giornata.

Per chiudere professore, qual è la sua opinione sulla situazione politica attuale?

La situazione del nostro Paese non è nuova. Il ricorso alle grandi coalizioni non l’abbiamo di certo inventato noi. Si è fatto in Germania, si è fatto in Gran Bretagna, dove il sistema è puramente maggioritario. Questo non è di per sé un fatto anomalo nel panorama internazionale, il problema è certamente se un sistema non riesce a trovare vie d’uscita a fasi di emergenza. Le grandi coalizioni servono in circostanze eccezionali, in circostanze di forte imposizione del sistema a fattori critici esterni, a momentanee incapacità dell’una o dell’altra parte politica di conquistare la maggioranza, a cui il sistema deve trovare soluzioni. Naturalmente la funzione dei tecnici non può essere diversa da quella di esaminare i problemi e fare proposte, definendo le conseguenze di ogni possibile scelta. La classe politica rimane la sola legittimata a definire le politiche da attuare. Non sta a noi premere per una o per l’altra soluzione; noi esporremo le nostre opinioni, di cui il Parlamento è libero di avvalersi nelle sue scelte.

 


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