Il presidente del Consiglio Enrico Letta l’ha annunciata come una delle assolute priorità della prima fase del governo delle larghe intese, subito seguito dal neo ministro del Lavoro Enrico Giovannini, che ha confermato l’importanza della materia. Rivedere i criteri per l’accesso alla pensione non è solo un obiettivo politico del governo, ma può rivestire il primo intervento per una rifondazione del sistema previdenziale italiano e della logica che regola ingressi e uscite sul lavoro.

Resta, comunque, da vedere in quali tempi e in che termini l’esecutivo deciderà di attuare questa “controriforma” del settore pensionistico nazionale, a maggior ragione dopo una terapia shock come quella dell’ultima legge approvata sul tema, inserita a fine 2011 nel decreto Salva Italia e passata agli annali con il nome di Elsa Fornero, allora titolare del Welfare.

Come tutti sanno, si è trattato di una riforma epocale, che ha innescato una vera e propria rivoluzione sulla sfera socio economica dei lavoratori più attempati, non senza dare vita a storture e clamorosi errori, primo tra tutti, naturalmente, quello che ha prodotto centinaia di migliaia di esodati, lavoratori in mobilità o usciti dal lavoro tramite accordi individuali e collettivi, che si sono ritrovati improvvisamente senza più diritti alla prestazione pensionistica.


Nello specifico, la riforma Fornero, se garantisce decine di miliardi di euro di risparmio alle finanze statali in pochi anni – come ha certificato sia l’Inps che la Ragioneria di Stato, per un range che varia dai 20 agli 80 miliardi di euro di esborso ridotto al netto dei decreti esodati – dall’altro lato fissa una serie di scadenze a cui le eventuali modifiche del governo Letta dovranno giocoforza adeguarsi, non essendo in programma interventi strutturali di ridefinizione, ma solo correttivi che intervengano sull’impianto già in essere.

Così, vediamo come a partire dal 2016 dovrebbe scattare il prossimo gradino sull’adeguamento alla speranza  di vita – generalmente riferibile in tre mesi di lavoro in più – secondo quelli che sono i dati rilevati annualmente dall’Istat sull’età media. Quindi, dal 2019 e, in seguito, ogni biennio, i criteri anagrafici verranno continuamente aggiornati.

Nel frattempo, invece, dal 2018 è in programma il raggiungimento della parità di accesso tra uomini e donne, quando si arriverà per tutti a 66 anni e 7 mesi di età – per le pensioni dovute a criteri di anzianità – o 42 anni e 10 mesi per l’accesso al pensionamento anticipato.

Al contempo, altre innovazioni portate sempre dalla legge Fornero avranno un impatto più lento, come ad esempio il passaggio da retributivo alla totalità contributiva, che al 2025, secondo le previsioni, sarà ancora piuttosto indietro, con il 65% dei trattamenti secondo il vecchio sistema e solo il 4% al contributivo puro.

Come potranno essere conciliati questi assunti con la proposta ancora in via di definizione, di portare l’età pensionabile a 62 anni con 35 di contributi, introducendo penalizzazioni per chi esce sotto i 65 e bonus equivalenti per chi resta fino ai 70?

Probabilmente, un asso nella manica potrebbe essere quello della previdenza complementare, che, secondo il cronoprogramma della riforma Fornero, dovrebbe acquisire sempre più rilevanza nell’erogazione dell’assegno pensionistico. Così, una compresenza sa della quota previdenziale statale, che di quella complementare, potrebbe consentire, soprattutto ai meno anziani che andranno i pensione nei prossimi decenni, di avere una pensione più affine allo stipendio conseguito in età lavorativa e, insieme, assicurare all’Inps e agli enti pubblici di fare fronte alle modifiche nei requisiti senza prosciugare le proprie e già malandate finanze.

Vai allo speciale riforma pensioni di Leggioggi

Vai allo speciale esodati di Leggioggi


CONDIVIDI
Articolo precedenteRinvio operatività Sistri al 1° ottobre 2013 ed al 3 marzo 2014: illegittimo
Articolo successivoLavoro: sono 25mila le nuove assunzioni di giovani under 29 e donne

5 COMMENTI

  1. Robinod rubava ai ricchi per dare ai poveri, qua invece si ruba ai poveri per continuare a dare ai ricchi, ho 54 anni di eta’ e 38anni e 3 mesi di contributi, fino a quando dovro’ continuare a lavorare per poter continuare a contribuire al pagamento degli stipendi e pensioni d’oro di voi politici, e’ veramente vergognoso e deplorevole quello che state facendo a poveracci come me che da 40 anni si alzano alle 6 del mattino per rientrare alle 6 di sera….abolite le pensioni cosi’ risolverete completamente il vostro problema.

  2. volevo precisare che il governo fa lavorare coloro che hanno superato i 41 anni di contributi
    e 61 anni di età,che senso ha tenere i lavoratori che hanno superato la quota 102,quando
    negli anni passati avete mandato in pensione con i 35 anni di contributi e 57 anni di età
    con quota 92, io andrò in pensione con 42 anni e 6 mesi di contributi e 62 anni e 6 mesi di
    età,quindi una quota 105,ma che volete più da me, il governo Letta insieme a quelli precedenti con me hanno fatto cassa,io se arriverò a vivere ho dato all’inps più di 42 anni
    di contributi senza ricevere niente,i soldi vanno ricercati nelle caste,della politica,dirigenti,
    P.A.,burocrati a qualsiasi livello,che si pappano stipendi d’oro,progetti,incentivazione,inca-
    richi,ecc.,vi ricordo che allo scrivente non avete regalato niente,anzi in ho contribuito a paga-
    re le pensioni d’oro,di Amato,Dini,Brunetta,Cazzola,ecc.ecc.,i governi non hanno mantenuto
    i patti con i contribuenti lavoratori,cambiando le norme sulle pensioni sono state disattese
    le corrette norme di legge.

  3. Buona sera, sono d’accordo con Antonio ,infatti ho 35 anni di contributi e 56 anni di età e sono in cassa integrazione guadagni straordinaria da due mesi.
    In cassa integrazione percepisco appena 800 euro mensili e non si puo’ lavorare e non si puo’ andare in pensione , essendo l’unico reddito in famiglia come faro’ a vivere fino a 62 anni.
    Saluti Edoardo

  4. Scusatemi, ma secondo me non vi è nulla da coniugare tra flessibilità e piano esodati. Sono due rette parallele che, ovviamente, non si incroceranno mai. Se si continua a proporre la flessibilità in uscita ai lavoratori di 62 anni con 35 di contributi significa che all’esodato fuoriuscito dal lavoro per accordi con incentivo all’esodo, che oggi si ritrova a fine mobilità o quasi, a 58/60, magari con 38/40 di contributi, non si offre alcuna via di scampo. O trova un lavoro (pura illusione) per coprire i 2/3 anni di contributi mancanti o boccheggia fino a 62 anni (se non si suicida prima). Mi chiedo, se consentono una flessibilità di 4 anni (62 invece di 66)a chi sta ancora lavorando(per sua fortuna), sarebbe giusto ed equo consentire la stessa flessibilità a chi un lavoro non lo ha più (58 invece di 62). Ma poi spiegatemi che senso ha pensionare i 62enni che hanno la fortuna di avere ancora un lavoro e lasciare sulla strada chi per un paio d’anni non può agganciare la pensione. Possibile che nessuno rifletta su quest’aspetto. Praticamente invitano a pranzo chi è seduto a tavola a mangiare e costringono al digiuno chi ha già la pancia vuota…………E’ da folli ragionare in questo modo. Che qualcuno ci pensi.

SCRIVI UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here