Per tutto il giorno, in Parlamento si è discusso di riforme, con toni anche accesi a seguito del via alle operazioni dei cosiddetto “Comitato dei 40”, cioè le due Commissioni Affari Costituzionali che si sono prese in carico di riscrivere parte della Costituzione, come auspicato con le varie Bicamerali, regolarmente fallite, degli anni passati.

Ma è stata anche una giornata di aspre divisioni all’interno della stessa maggioranza che quelle riforme dovrebbe portarle a termine, tanto che dentro lo stesso Pd si è verificata l’ennesima spaccatura a seguito della presentazione da parte dell’ala renziana di un ddl in proposta di ritorno al Mattarellum, definito da Anna Finocchiaro con una punta di stizza “intempestivo”.

Intanto, parole di fuoco sono state usate dal deputato del MoVimento 5 Stelle De Lorenzis alla Camera, in un intervento dove sono affiorate le inefficienze di un sistema politico che per anni ha promesso riforme senza mai realizzarle e soprattutto “escludendo sempre i cittadini dalle decisioni”.


Non meno tenero, al Senato, è stato però il premier Enrico Letta, che ha preso l’impegno solenne di fronte al Parlamento e al Paese di portare a compimento il ridisegno dell’architettura istituzionale nell’arco di 18 mesi, tirando le orecchie a una classe politica che “finge di fare le riforme”.

Nobili propositi, che però si scontrano con il muro di una realtà, quella italiana, impantanata in un panorama sempre uguale a se stesso, la quale non solo difficilmente accoglierà l’invito del presidente del Consiglio, ma sta già rimettendo in discussione le riforme approvate dal governo scorso o, addirittura, promesse solo pochi giorni fa.

E’ il caso, ad esempio, del taglio dei tribunalini e dell’arrivo della nuova geografia giudiziaria, inizialmente previsto per il prossimo 13 settembre ma ora improvvisamente in pericolo data la volontà bipartisan di congelare il taglio delle sedi di giustizia distaccate.

Sorte analoga, come noto, è toccata nei mesi scorsi al disegno di abolizione delle province, in stand by fino a inizio 2014, almeno per il momento, ma che potrebbe essere abbandonato del tutto da qui a fine anno. Ma quello che più sorprende è l’atteggiamento opposto a quanto annunciato appena la scorsa settimana, quando, cioè, si erano approvate le linee guida per l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, con la promessa di un testo “a giorni” di cui ancora, però, non si è vista traccia.

L’auspicio era quello di calendarizzare il provvedimento al prossimo Congilio dei ministri, in programma venerdì 31, ma ancora è in forte discussione se davvero il capitolo dei rimborsi elettorali verrà affrontato oppure rimandato alel successive riunioni governative.

A bloccare la sparizione dei finanziamenti pubblici alle segreterie, ufficialmente, alcuni aspetti tecnici e fiscali che sconsiglierebbero al governo di andare per le spicce. In realtà, c’è da ritenere che non poche resistenze siano affiorate all’interno delle direzioni politiche, visti i lauti contributi già incamerati per le ultime elezioni e lo scenario di veder ridotto sensibilmente il tesoretto cui poter attingere.

E infatti, è bene ricordare che lo stesso ministro delle Riforme costituzionali, Gaetano Quagliariello (Pdl) si è impegnato per una soluzione dei rimborsi esclusivamente destinati a coprire le spese effettivamente sostenute in campagna elettorale dai partiti, un piano che ricalcherebbe in toto la norma vigente fino a oggi, vent’anni dopo un referendum che avrebbe dovuto sancire la fine della ricca paghetta di Stato ai partiti.


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