E’ partito ufficialmente il processo del secolo, quello che dovrebbe accertare la verità e gli eventuali responsabili della cosiddetta Trattativa Stato-mafia. Stamattina, si tiene la prima udienza all’aula bunker di Palermo, con dieci imputati illustri e un esercito di 178 testimoni, tra cui anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e il presidente del Senato Piero Grasso.

Dopo un’inchiesta lunghissima, fughe di notizie sui giornali e documenti clamorosi quanto contraddittori, arriva dunque a dibattimento la questione più delicata e  carica di polemiche degli ultimi anni, che ha generato anche il famoso conflitto di attribuzione tra il Quirinale e la procura siciliana per le intercettazioni tra il Capo dello Stato e Nicola Mancino, all’epoca dei fatti ministro dell’Interno.

Proprio Mancino è uno dei dieci imputati per le responsabilità da accertare nel processo, insieme a personaggi del calibro di Totò Riina, Nico Cinà, Leoluca Bagarella, Massimo Ciancimino e gli ex ufficiali Giuseppe De Donno (colonnello) e Mario Mori (generale dei Ros), oltre all’ex senatore Pdl Marcello Dell’Utri. Vari i capi d’imputazione, con Mancino che mostra già, per bocca dei suoi legali, segni di insofferenza: “Non posso stare in un processo in cui c’è la mafia”, avrebbe detto l’ex titolare del Viminale, chiedendo lo stralcio della sua posizione. L’accusa, dal canto suo, ha risposto preannunciando una nuova aggravante nei suoi confronti.


Per gli altri imputati, le accuse sono di violenza o minaccia a corpo politico dello Stato, con l’esclusione di Ciancimino, che si trova coinvolto nel processo nella doppia veste di accusato e di testimone. Per lui, i reati ipotizzati sarebbero quelli di calunnia e concorso esterno in associazione mafiosa.

Secondo le ricostruzioni dell’accusa, la cosiddetta Trattativa sarebbe avvenuta in seguito all’esito negativo, per i boss, del famoso maxiprocesso, dove non venne risparmiato nessuno degli ergastoli come sperato dalle cosche. Così, in corrispondenza di un clima politico e sociale in subbuglio, con il crollo dei partiti tradizionali sotto i colpi della magistratura e il Paese sull’orlo di una crisi istituzionale senza precedenti nella storia repubblicana, sarebbe stata inaugurata una strategia della tensione con l’omicidio dell’eurodeputato Dc Salvo Lima, volta a far scendere a patti vertici dello Stato ed esponenti delle forze armate con la malavita organizzata.

Secondo i pm, ad aprire le porte a Cosa Nostra sarebbe intervenuto l’ex ministro Calogero Mannino, disposto all’avvio di una negoziazione tra gli apparati dello Stato e referenti criminali, con in prima linea ufficiali del Ros e l’ex sindaco di Palermo legato a Cosa Nostra Vito Ciancimino. I contatti, poi, sarebbero evoluti fino alla scrittura del famoso papello, con le condizioni per porre fine alle stragi, e l’entrata in scena anche del boss dei boss Bernardo Provenzano, che verrà dispensato del processo per le precarie condizioni di salute in cui versa attualmente.

Gli altri imputati dei clan, Totò Riina incluso, potranno assistere alle udienze in videoconferenza con l’aula palermitana. Fuori dal palazzo di Giustizia è stato appeso uno striscione per commemorare Agnese Borsellino, recentemente scomparsa. A parere dell’accusa, la morte di Borsellino fu dovuta proprio in seguito alla scoperta dello stesso sulla trattativa in corso tra Cosa Nostra e pezzi deviati dello Stato.


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