È incominciata ieri, intorno alle ore 16 italiane, l’audizione dell’amministratore delegato della Apple, Tim Cook, presso la sottocommissione di indagine permanente del Senato statunitense. Ad aprire la ‘seduta’ è stato il presidente, senatore Carl Levin, già avvezzo alle battaglie contro i più grandi colossi made in USA, avendo in passato aspramente contestato in aula i top manager di Jp Morgan e Goldman Sachs. Le parole pronunciate da Levin, pur riconoscendo di usufruire, “come milioni di americani”, dei prodotti Apple, hanno duramente scandito l’attacco nei confronti della compagnia, recriminando al fiore all’occhiello di Cupertino l’utilizzo di strategie fiscali congetturate ad hoc al fine di scovare “il santo Graal dell’elusione fiscale”. Dietro la grave accusa giace integerrimo un rapporto lungo 40 pagine, stilato dal Senato statunitense ed appena pubblicato, che ritiene l’azienda di Steve Jobs responsabile di una colossale elusione. Il Congresso afferma che Apple sia riuscita a mettere in piedi un dispositivo, senza precedenti per dimensioni e complessità, atto alla totale evasione fiscale, nello specifico si tratterebbe di una rete di società offshore che avrebbe consentito l’evasione pressoché trasversale di ogni tipo di tassazione.

Secondo la tesi riportata da Levin, Cupertino avrebbe fatto transitare i capitali in Irlanda verso società offshore, mancanti di dipendenti o uffici fisici, sfruttando la peculiarità consentita dall’Isola di Smeraldo che ammette la residenza nel Paese di una determinata società  esclusivamente se la stessa viene gestita e controllata in loco. Approfittando di questa condizione, Apple non risulta appartenere ad alcuna nazione, sottraendosi in tal modo al versamento di ogni tassazione. La creazione di aziende fittizie in territorio irlandese avrebbe consentito all’Azienda leader nel settore delle cool technologies di schivare le tasse in Patria, scongiurando il pagamento di miliardi di dollari oltre che negli Stati Uniti anche nel resto del mondo, proprio attraverso quel peculiare sistema che consente alle rispettive divisioni presenti oltreoceano di non figurare come residenti in nessun luogo. In base a questa complessa struttura elusiva, secondo la sottocommissione permanente di indagine del Senato,  l’ammontare delle tasse evase al Fisco dalla società di Cupertino nel periodo intercorrente tra il 2009 e il 2012 raggiungerebbe l’astronomica cifra di 74 miliardi di dollari.

Il CEO della Mela Tim Cook, ora a rischio di fulminea sostituzione, davanti alla commissione ha però replicato che la società continua a rappresentare uno dei maggiori contribuenti americani, avendo versato in tasse federali sul reddito circa 6 miliardi di dollari nell’esercizio fiscale 2012. “Paghiamo tutte le tasse che dobbiamo, ogni singolo dollaro”, è stata la difesa sorretta da Cook, e la divisione irlandese non costituirebbe altro che uno strumento maggiormente efficiente per gestire risorse che sono già state tassate in altre giurisdizioni, non inficiando per nulla sulla presunta elusione fiscale dentro i confini statunitensi. La replica di Cook smentisce quindi su tutti i fronti le accusa del Governo. Sulla stessa linea governativa sono però anche gli investigatori dell’Internal Revenue Service (Irs), l’agenzia delle Entrate americana, i quali continuano a sostenere che Apple possa contare su oltre 100 miliardi presso conti offshore, avendo spostato miliardi di dollari di profitti fuori dagli Stati Uniti in filiali, di cui appunto quelle in Irlanda, dove avrebbe patteggiato un’aliquota inferiore al 2% (contro il 35% delle imposte statunitensi).


In particolare, ha ammonito il senatore Levin durante l’audizione, “Apple afferma di avere pagato 6 miliardi di tasse federali nel 2012” tuttavia “non dice di averne evitati altri 9 miliardi lo stesso anno”, in pratica 25 milioni di dollari di tasse al giorno, pari “a più di un milione all’ora”. Ancora, Levin ha rimarcato il fatto che una delle divisioni irlandesi di Apple abbia pagato circa 5 miliardi di dollari fra il 2009 e il 2012 alla casa madre; durante questo periodo la divisione irlandese avrebbe ricevuto 74 miliardi di dollari di profitti, di conseguenza i 70 miliardi mancanti rappresenterebbero il reddito tassabile che sarebbe dovuto regolarmente confluire nelle casse USA. “Apple ha dichiarato di essere una delle compagnie che devolve il maggior quantitativo di denaro sotto forma di tasse in America. -ha rincarato la dose l’arringa del senatore John McCain– Ma in proporzione è anche fra i più grandi evasori in America. Un’azienda che ha trovato il suo successo sfruttando l’ingegno americano e le opportunità offerte dall’economia degli Stati Uniti non dovrebbe trasferire i propri profitti all’estero, in modo da evadere il pagamento delle tasse e privare nuove entrate al popolo americano. È importante capire la struttura fiscale bizantina di Apple, in modo da poter chiudere efficacemente le lacune nella legge utilizzate da tantissime aziende multinazionali americane, soprattutto in questo periodo di crisi.”

Nel corso dell’udienza si sono succeduti anche gli interventi di due esperti fiscali, Stephen E. Shay della Harvard Law School e J. Richard Harvey della Villanova University School of Law, ma ancora più attese sono state le testimonianze di Samuel M. Maruca e Mark J. Mazur, i rappresentanti dell’Internal Revenue Service (Irs). Nonostante il calo di profitti registrato nell’ultimo trimestre Apple rimane ancora ai vertici in termini di valore, quest’ultimo quotato dagli esperti in 185,07 miliardi di dollari. Il giornale Fortune ha collocato la Mela più famosa d’America, e non solo, al sesto posto per fatturato negli Stati Uniti all’interno della classifica Top 500. Pur a fronte del mantenuto successo, secondo il Senato, l’Azienda non ha avuto comunque remore nel farsi carico di una cospicua evasione fiscale. Apple ha appena pubblicato sul sito ufficiale la dichiarazione integrale fatta oggi da Tim Cook e da Peter Oppenheimer per tutelarsi dalle accuse. La società, come risposta ufficiale, avrebbe inoltre pubblicato nelle scorse ore i documenti provanti tutte le tasse pagate in territorio a stelle e strisce.  Dagli allegati risulta che le tasse che Apple non sembra versare allo Stato americano siano in realtà direttamente correlate al fatturato dell’azienda, essendo esso generato per il 61% all’estero mentre soltanto il 39% è sottoposto alla tassazione americana.


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