La “fonte” più accreditata per la stima dei risparmi che deriverebbero dall’abolizione delle province è uno studio dell’Istituto Bruno Leoni.

Nell’affrontarne la lettura, si pensa di reperire chissà quali analisi dettagliate della composizione delle spese delle province e, di conseguenza, l’analisi specifica dei risparmi da conseguire.

Invece, nulla di tutto ciò. Una sequenza di grafici e dati per abbellire la conclusione solo apodittica: “Le spese di amministrazione e controllo delle Province sarebbero probabilmente in buona parte eliminabili, se le funzioni fossero esercitate da altri livelli di Governo. Infatti, tale somma di denaro serve a gestire, non tanto funzioni precise (come trasporti, istruzioni, etc.), quanto il mantenimento dell’organizzazione delle Province stesse. Le spese di controllo e amministrazione ammontano a quasi 4 miliardi di euro, di cui poco più di 2 di costo per il personale. Assumendo di riallocare tutti i dipendenti in conseguenza dell’abolizione delle province (ma sapendo che, almeno nel lungo termine, il numero dei dipendenti pubblici potrebbe essere strutturalmente ridotto), si può stimare un risparmio dell’ordine dei 2 miliardi di euro”.

Come si arrivi al risultato dei 2 miliardi di euro, lo studio assolutamente non lo dice. Perfino un convinto sostenitore della necessità di eliminare o accorpare le province, come l’ex Ministro Giarda arrivò a stimare al massimo 500 milioni di risparmio.

Il fatto è che il tema dell’abolizione delle province è, come dire, goloso perché in questa fase assicura fama: citazioni, pubblicazioni in prima pagina. E’ il simbolo della “lotta alla casta”. Dunque, va benissimo spararla grossa.

Ora, le province hanno un volume di spesa, secondo i dati Upi tratti dalle analisi del Ministero dell’economia, di 11 miliardi. Assumendo che la spesa sia tagliabile per 2 miliardi, si indica che è possibile un risparmio del 18% della spesa.

Una percentuale così elevata che risulta, di per sé, poco credibile. Se la si applicasse alla spesa dei comuni, 73 miliardi (sette volte quella delle province), la spesa pubblica si ridurrebbe in un colpo solo di 13 miliardi. Sarebbe possibile davvero cancellare l’Imu, l’odiata imposta che, ricordiamolo, finanzia proprio i comuni (e per una metà lo Stato).

Quando c’è da tagliare e risparmiare va bene tutto, ma esperienza e saggezza consigliano sempre di andare dove c’è la polpa. E’ evidente che l’aggregato di spesa dei comuni si presta molto di più ad interventi di risparmio, rispetto a quello delle province, che costituisce l’1,37% soltanto della spesa pubblica. Non parliamo della spesa delle regioni: 182 miliardi, di cui 114 per sanità, il 22% della spesa pubblica totale, 22 volte quella delle province.

Appare curioso assai che le attenzioni si concentrino tutte sulle province, mentre si glissi tranquillamente su aggregati di spesa spaventosamente più ampi, ove sarebbe certamente possibile porre in essere manovre mirate, con potenzialità di risultato ben maggiori dei 2 miliardi che si presume possano derivare dalla soppressione delle province.

In ogni caso, proviamo ad entrare meglio nel dettaglio dei conti. Eliminando le province, immediatamente si potrebbero azzerare 104 mila euro di spesa, riguardante indennità e gettoni di presenza di presidenti, assessori e consiglieri.

Vediamo quali altri spese potrebbero essere tagliate.

 

n province 110 costo  totale
sedute di giunta 1 alla settimana per 42 sett. 1000 4.620.000,00
sedute di consiglio 1 alla settimana per 42 sett 3000 13.860.000,00
Oiv (organismo di valutazione) 50000 5.500.000,00
Revisori dei conti 50000 5.500.000,00
Segreterie presidenti e Giunta 4 dipendenti in media per 110 33000 14.520.000,00
Direttori generali 110 (ponendo che tutte le province lo abbiano o abbiano incaricato il segretario) 70000 7.700.000,00
Vetture di servizio 2 per provincia= 220 5000 1.100.000,00
Manutenzione siti internet 50000 5.500.000,00
Dirigenti a contratto 3 per provincia= 330 80000 26.400.000,00
Spese di rappresentanza 20000 2.200.000,00
Servizi di consulenza fiscale 30000 3.300.000,00
Servizi tenuta stipendi 30000 3.300.000,00
Attività riscossione entrate 20000 2.200.000,00
Appalti pulizie 500000 55.000.000,00
Utenze 3000000 330.000.000,00
Consulenze varie 500000 55.000.000,00
tot 535.700.000,00
Indennità e gettoni di presenza per presidenti, assessori e consiglieri 104.000.000,00
tot. Gen 639.700.000,00 

Infatti, il vizio principale della stima grossolana dell’Istituto Bruno Leoni è quello di aver considerato del tutto sopprimibili le spese di gestione: non è corretto, perché esse sono quasi sempre connesse alla realizzazione delle funzioni, come chi non conosce a fondo il funzionamento degli enti locali evidentemente non sa. Questa stima appare molto più realistica di stime grossolane che considerano possibile tagliare di 2 miliardi le spese di amministrazione generale, senza nemmeno provare a quantificarle. Non si tiene conto di moltissime altre voci che riguardano la gestione degli enti, come appalti di servizio per gestione di sistemi informatici o arredi, perché trattandosi di servizi di supporto alle competenze e funzioni che, comunque, passerebbero agli enti subentranti alle province, tali costi non costituirebbero un risparmio.

Nella tabella sovrastante abbiamo indicato in grassetto alcune spese che, in realtà, potrebbero non essere voci di vero risparmio, in quanto anch’esse facilmente verrebbero assunte tali e quali dagli enti subentranti alle province.

Possiamo anche ritenere che la stima presentata sia eccessivamente generosa e, dunque, i valori presi in considerazione difettino di un 20%. Anche in questo modo, difficilmente il risparmio a regime potrebbe mai superare i 750 milioni euro.

Ora, anche 750 milioni di euro, per quanto rappresentino appena lo 0,0932% della spesa pubblica, sono certamente utili.

Resta, tuttavia, il problema della quantificazione dei costi e dei tempi per procedere alla soppressione delle province, questioni che, incredibilmente, nonostante sia dal 2010 che si parli in maniera decisa dell’abolizione dell’ente intermedio, nessuno ha trattato.

La spesa di 11 miliardi delle province è, ovviamente, finanziata. Occorrerebbe che qualcuno delineasse come modificare gli assetti della finanza locale, per redistribuire le entrate. Solo sulla base di questa banale osservazione è lampante che immaginare di assegnare le funzioni delle province, una volta abolite, a i comuni è follia. Un conto è accorpare il sistema di entrate di 110 enti verso 20 regioni, altro è sminuzzarlo verso 8100 comuni. Poi, vi è la questione del patto di stabilità. Le province movimentano circa 3 miliardi di spese di investimento ed hanno oneri per debiti a 500 milioni. Sono cifre che possono mettere in ginocchio il labile sistema dei comuni, se non si modifica il patto di stabilità prima della soppressione. Ma, anche in questo caso appare evidente che la scelta più corretta consisterebbe nell’attribuire alle regioni le funzioni provinciali, considerando che i bilanci regionali sono molto più ampi e solidi di quelli dei comuni.

Insomma, se le province fossero, con tutto il rispetto per i tabaccai, una tabaccheria, sarebbe abbastanza semplice (non semplicissimo) immaginare di chiuderle con un tocco magico e stimare alla bell’e meglio i risparmi. Ma siccome dovrebbe trattarsi di una cosa seria, l’approccio dovrebbe essere proprio molto, ma molto diverso.


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