Si chiamano “neuroscienze”, sono tecniche che mirano a spiegare le correlazioni tra il sostrato biologico e l’attività mentale di una persona; nel 2009 il loro impiego aveva permesso ad un assassino di beneficiare di alcune attenuanti in forza dell’idea che una variante genetica lo potesse indurre a comportamenti violenti, nel 2011 invece erano valse ad una assassina una infermità mentale parziale il che le aveva permesso di ridurre la pena di 10 anni, da 30 a 20 e infine sempre nel 2011 queste tecniche erano state prese in considerazione nella condanna di un commercialista quando fu fatto “l’esame del ricordo autobiografico” al cervello della segretaria che aveva denunciato le molestie sessuali.

Roberta Marchiori, giudice del Tribunale di Venezia, in un caso di abusi in un asilo tuttavia sembra intenzionata a bloccare il ricorso alle neuroscienze. Per il pediatra di un asilo nido di Vicenza, reo confesso di abusi su 6 bambine costatigli ora 5 anni con rito abbreviato, il tema del processo era l’ingresso o meno, come prova, delle novità scientifica in virtù della quale la difesa proponeva la non imputabilità per incapacità di intendere e volere al momento dei fatti.

I consulenti ingaggiati dall‘avvocato difensore Lino Roetta, ossia i professori Giuseppe Sartori e Pietro Pietrini, ritenevano infatti che il pediatra avesse maturato una sorta di “pedofilia acquisita”, e cioè che , insieme ad alcuni deficit cognitivi, il formarsi di una massa tumorale che premeva sul cervello (scoperta mediante una risonanza magnetica dai consulenti) avesse comportato sulla capacità di intendere e volere un deficit, non consentendogli il controllo degli impulsi sessuali. 

La risonanza magnetica non era stato l’unico esame, erano stati fatti colloqui clinici e test neuropsichiatrici, questa tesi si basava sull’Implicit Association Test, Iat, “l’esame del ricordo autobiografico” sviluppato dall‘equipe di Tony Greenwal nel 1998 per studiare l’intensità dei legami associativi tra concetti rappresentati nella memoria, e far emergere l’informazione implicita inconscia che potrebbe anche non essere accessibile alla coscienza del soggetto.

A differenza dei processi precedenti citati prima, a Venezia la novità scientifica accreditata dai consulenti della difesa si è scontrata con una agguerrita controperizia dei consulenti del giudice, Ivan Galliani e Fabrizio Rasi, che ritengono che la correlazione tra alcune patologie organiche e l’orientamento pedofilo proposta dalla difesa “trova fino ad oggi riscontro in numero assai limitato di casi” indicato dalla difesa; due, uno studio del 2009 su un omosessuale che sarebbe divenuto eterosessuale dopo un ictus all’emisfero destro, e uno studio del 2003 su un quarantenne che dopo l’insorgere di un tumore aveva preso a molestare la figlia e che aveva smesso dopo la rimozione del tumore.

Questa, ritiene quindi il giudice, rimane “un’ipotesi che può essere proposta in via sperimentale, ma che allo stato non trova conferma nel patrimonio condiviso dalla comunità scientifica di riferimento”, parametro di una sentenza di Cassazione del 2010 sull’approccio dei giudici al sapere scientifico.

In merito all’esame del ricordo autobiografico, impiegato ad esempio sulla vittima dal giudice Guido Salvini a Cremona nella sentenza battistrada del 19 luglio 2011, per la giudice Marchiorii risultati non possono ritenersi pienamente affidabili” in quanto è “una metodologia di carattere sperimentale i cui risultati non possono essere ritenuti indiscussi” soprattutto perché ” non si può escludere che il ricordo, specie se riferito a situazioni complesse e protrattesi nel tempo, possa essere frutto di suggestioni o autoconvincimenti”.

Inoltre pesano i “dubbi sull’utilizzabilità” di questo esame che “secondo alcuni non è altro che una macchina della verità”, ovvero uno strumento non ammesso dall‘ordinamento italiano che “vieta l’utilizzo di metodi o tecniche idonei ad alterare il ricordo e a influire sulla libertà di autodeterminazione”.

 

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