A Roma è stato sottoscritto dal Consiglio Nazionale Forense (CNF) il Protocollo d’intesa per garantire la tutela della genitorialità nell’organizzazione delle attività giudiziarie e della professione forense nella giustizia militare. Il documento è stato firmato dal presidente della Corte di appello militare e da tutti i rappresentanti del Consiglio della Magistratura militare e della Procura Generale militare presso la Corte militare d’Appello, di Tribunali e Procure militari, insieme con il Comitato unico di garanzia per le pari opportunità del Ministero della difesa. Le parti sottoscrittrici del Protocollo, nell’affermare la centralità del tema della conciliazione tra vita professionale e vita familiare nell’organizzazione lavorativa di donne e uomini, hanno condiviso la necessità di prospettare interventi volti ad assicurare la concreta tutela di maternità e paternità, anche ai fini dell’effettiva parità tra uomini e donne nell’esercizio della professione forense con riguardo all’organizzazione delle attività giudiziarie.

In ragione dei ruoli attribuiti e delle rispettive competenze, i firmatari si sono dunque impegnati ad adottare contegni e comportamenti funzionali alla salvaguardia dello stato di gravidanza, della condizione di maternità e paternità, così come all’attuazione dei principi di parità. L’intesa è stata stimolata dall’ordinanza n. 312 emessa dalla Corte costituzionale il 12-20 dicembre 2012, tramite la quale la Consulta ha segnalato al giudice di perseguire una soluzione interpretativa che risultasse “idonea ad equiparare la posizione lavorativa della donna libera professionista alle altre lavoratrici in tema di diritto di usufruire del periodo di maternità”. Il presidente del CNF, Guido Alpa, si è detto convinto che, oltre alle necessarie e confacenti previsioni normative, le buone prassi tra le istituzioni rappresentative di avvocati e magistrati debbano senz’altro contribuire a garantire la conciliazione tra vita professionale e vita familiare, entrambe valori fondamentali nonché diritti inviolabili sia per le donne che per gli uomini.

La recente legge di riforma dell’ordinamento forense (L. 247/2012) si è fatta carico del problema in specifiche norme le quali, da un lato, riconoscono la maternità e il puerperio come giuste esenzioni dalla prova dell’effettività/continuità della professione forense e, dall’altro, presumono la rappresentanza di genere all’interno di tutte le istituzioni rappresentative della categoria forense. La circostanza che la questione delle pari opportunità si sia posta anche nella magistratura militare rappresenta un segnale emblematico di avvicinamento fra i due generi, anche all’interno di una carriera così peculiare. Il protocollo suggerisce di riconoscere lo stato di gravidanza e l’accudimento dei figli (sopratutto nei primi tre anni di vita) quale motivo di impedimento nelle udienze penali con imputati liberi (artt. 420ter e 484, comma 2bis, e 598 c.p.p.) e causa di rinvio dell’udienza e di trattazione del processo ad orario specifico.

La condizioni che si prevede tutelare con il Protocollo in questione (gravidanza, allattamento, obblighi di cura della prole nei primi tre anni di vita o altre gravi necessità dei figli) sono considerate motivo di impedimento a comparire da parte del difensore anche nei procedimenti penali con imputati subordinati a custodia cautelare. Sul difensore graverà l’onere, prima, di richiedere il rinvio dell’udienza a norma dell’art. 304 c.p.p., e poi di informare l’imputato delle conseguenze dell’ipotetico accoglimento dell’istanza sotto il profilo della sospensione dei termini di durata della misura. Nei procedimenti relativi alle misure di prevenzione, in quelli di sorveglianza ed in quelli che presentano ragioni particolari di celerità l’eventuale rinvio dell’udienza dovrà altresì tenere conto di ogni altro interesse configgente e dei correlati termini processuali. Per il CNF, quello con la Giustizia militare è un Protocollo che si somma a quelli già firmati con il Dipartimento delle Pari Opportunità, il Ministero della Giustizia, il CSM e con la Corte di Cassazione.


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