Quella di Giulio Andreotti è stata, sì, una vita costellata di incarichi prestigiosi. Ma come ogni storia di vicende umane, il lato oscuro non è mancato. Al netto delle supposizioni, delle dietrologie, delle dicerie che tra corridoi e redazioni sono filtrate a volte incontrollate, il nome del Divo, oltre a una serie pressoché infinita di personalità spesso finite alla sbarra, è stato associato alla responsabilità certa di alcuni crimini nel corso della sua pluridecennale esperienza in politica. Vediamo, dunque, i processi che hanno portato alla condanna, o quantomeno alla prescrizione, dell’imputato illustre Giulio Andreotti, assieme a qualche frequentazione poco nobile comprovata nelle ricostruzioni storiche e dibattimentali.

Innanzitutto, naturalmente, l’odissea giudiziaria del processo per mafia. Come noto, Andreotti evitò il carcere anche dopo la concessione dell’autorizzazione a procedere arrivata dal Senato nel 1993, grazie all’intercorrere della prescrizione, scattata il 21 dicembre 2002. La sentenza della Corte di Cassazione infatti venne pronunciata quasi due anni dopo il via all’estinzione del reato, il 15 ottobre 2004. L’impianto accusatorio, che vedeva Andreotti come referente delle cosche mafiose nelle istituzioni, venne confermato fino alla primavera del 1980, data entro la quale Andreotti sarebbe stato riconosciuto colpevole per associazione semplice, visto che l’aggravante mafiosa venne inclusa nel Codice penale soltanto a partire dal 1982. Nel 1985, però, stando alle ricostruzioni del sovrintendente capo Francesco Stramandino, già responsabile della sicurezza di Andreotti alla Farnesina, si sarebbe tenuto un incontro tra Andreotti e il capo mafioso Andrea Manciaracina (vicino a Totò Riina), circostanza confermata dall’imputato che, però, giustificò il faccia a faccia come un confronto sulla legislazione della pesca. Dunque, dopo un’assoluzione in primo grado e una sentenza in cui veniva riconosciuto all’imputato di aver commesso il reato di associazione per delinquere, a sombinare i piani dell’accusa intervenne la prescrizione. Nella sentenza, si parla di “un’autentica, stabile ed amichevole disponibilità dell’imputato verso i mafiosi”. Sugli incontri provati anche a seguito del 1980 tra Andreotti e uomini affiliati a Cosa nostra, la Corte ravvisò la totale assenza di prove per poter ricostruire i contenuti dei dialoghi intercorsi.

Così, la sentenza definitiva conferma che “la Corte palermitana non si è limitata ad affermare la generica e astratta disponibilità di Andreotti nei confronti di Cosa Nostra e di alcuni dei suoi vertici, ma ne ha sottolineato i rapporti con i suoi referenti siciliani (del resto in armonia con quanto ritenuto dal Tribunale), individuati in Salvo Lima, nei cugini Salvo e, sia pure con maggiori limitazioni temporali, in Vito Ciancimino, per poi ritenere (in ciò distaccandosi dal primo giudice) l’imputato compartecipe dei rapporti da costoro sicuramente intrattenuti con Cosa Nostra, rapporti che, nel convincimento della Corte territoriale, sarebbero stati dall’imputato coltivati anche personalmente (con Badalamenti e, soprattutto, con Bontate) e che sarebbero stati per lui forieri di qualche vantaggio elettorale”. VAI AL TESTO COMPLETO DELLA SENTENZA

Piena di colpi di scena è invece stata la vicenda processuale sulla morte del giornalista Mino Pecorelli, ucciso a Roma nel 1979. Secondo le testimonianze del pentito Tommaso Buscetta, infatti, le inchieste di Pecorelli, direttore del giornale Osservatorio politico, avrebbero messo a serio rischio la carriera politica di Andreotti – forse per le informazioni che stava raccogliendo circa il memoriale in cui Aldo Moro aveva rilasciato le sue confessioni alle Brigate Rosse che lo avevano imprigionato – ragion per cui il suo omicidio “fu commissionato dai cugini Salvo per conto di Giulio Andreotti”. Fu questo il primo procedimento in ordine temporale in cui Andreotti si trovò coinvolto – quello per cui palazzo Madama concesse l’autorizzazione a procedere nel 1993. Sei anni più tardi, nel 1999, la sentenza di primo grado riconobbe Andreotti innocente ma le ricostruzioni dei pentiti “attendibili”. Quindi, nel 2002, l’Appello ribaltò l’esito del primo giudizio, condannando il politico 83enne a 24 anni di reclusione in qualità di mandante dell’assassinio. Infine, l’ultima parola venne pronunciata dalla Cassazione, che nel 2003 annullò senza rinvio la sentenza di Appello, rendendo così definitiva l’assoluzione di primo grado.

Da ultimo, Andreotti annovera, una sentenza di condanna, questa sì definitiva, emanata nel 2010, dove fu riconosciuto colpevole di diffamazione per aver “oltrepassato il limite della continenza e del diritto di critica”, nei confronti del giudice Mario Almerighi, in alcune interviste rilasciate nel 1999.

Tra le innumerevoli, e ben poco raccomandabili, conoscenze ascritte al curriculum dello stesso Andreotti, è confermata quella con Michele Sindona, iscritto alla loggia P2 e implicato in numerosi crimini, tra cui il delitto Ambrosoli, di cui è riconosciuto in qualità di mandante. A favore di Sindona, secondo le ricostruzioni, Andreotti si sarebbe speso in prima persona per evitare l’estradizione nel periodo in cui si trovava latitante a New York.

Vai al testo completo della sentenza del processo per mafia del 2004, con la prescrizione di Andreotti

© RIPRODUZIONE RISERVATA


1 COOMENTO

SCRIVI UN COMMENTO

Scrivi il tuo commento!
Inserisci il tuo nome