LAutorità Garante della Concorrenza e del Mercato, l’AGCOM, ha moss0 una segnalazione al governo e al Parlamento per chiedere di modificare la legge che dispone la ripartizione dei soldi dei diritti televisivi (più correttamente “diritti audiovisivi”) tra le squadre di Serie A, ossia i soldi che le emittenti televisive pagano annualmente alle squadre per poter trasmettere le partite. Per il campionato 2012-2013, il valore complessivo dei diritti televisivi è ammontato a 966 milioni di euro. L’AGCOM, presieduta da Giovanni Pitruzzella, sostiene che bisognerebbe stabilire una ripartizione delle risorse secondo il “merito sportivo” e in base a una decisione varata da un soggetto terzo, diverso dalla Lega Nazionale Professionisti Serie A (LNP-A, comunemente conosciuta come Lega Serie A e fino al 2010 Lega Calcio). Su parere dell’AGCOM, l’associazione delle squadre non rappresenterebbe infatti un soggetto esterno ed imparziale nell’assegnazione dei soldi derivanti dalla vendita dei diritti televisivi. Inoltre, sempre secondo l’Autorità, dovrebbero essere cambiati anche i criteri attuali, quelli inerenti ai risultati “storici”, sostituendoli invece con, non ancora dettagliatamente precisati, meriti sportivi.

Questa proposta, spiega l’AGCOM, ha lo scopo di rendere più competitivo e più allettante il campionato di Serie A: «un evento sportivo ha infatti una maggiore attrattiva quando c’è equilibrio tecnico tra le squadre e quindi incertezza sul risultato», si legge nel comunicato. Questa ipotetica situazione potrebbe anche attrarre più investitori nel calcio italiano, soprattutto nei confronti delle società di più modeste dimensioni. L’attuale meccanismo non agevolerebbe infatti profitti diffusi, i quali sarebbero invece riservati primariamente alle solite squadre. Oltre ai criteri di distribuzione, secondo l’AGCOM, andrebbe cambiato anche il soggetto che se ne occupa: la Lega Serie A non può essere imparziale, si sostiene, dal momento che i rispettivi organi sono composti dai rappresentanti delle squadre, che dunque potrebbero prendere le decisioni a proprio vantaggio, influenzando così la scelta complessiva.

Attualmente il sistema funziona il base al decreto legislativo n. 9 del 2008 il quale attribuisce alla Lega Serie A, in quanto organizzatore del campionato e “contitolare” dei diritti televisivi, il compito di pattuire le regole per la ripartizione. La Lega Serie A le ha stabilite nell’articolo 19 del proprio Statuto, approvato il primo luglio 2010. E’ necessario però chiarire come i diritti tv non siano spartiti soltanto tra le squadre di Serie A del campionato in corso (una parte va infatti alle squadre retrocesse negli ultimi anni), e bisogna inoltre distinguere tra quote fisse e quote variabili. Una prima quota, rappresentata dal 40 per cento del totale, viene suddivisa in modo paritario tra le venti squadre di Serie A. Una seconda quota del 30 per cento, una “seconda fetta”, viene suddivisa in base al “bacino d’utenza”, che si distingue per il 25 per cento in base alla “quota di sostenitori” e per il 5 per cento in base alla “quota popolazione”. Una terza fetta, del 30 per cento, viene infine assegnata con riferimento ai risultati sportivi, a sua volta suddivisa in tre diversi punti.

La quota di sostenitori rappresenta il numero di tifosi calcolato ogni tre anni da tre diverse società di ricerche di mercato: numero riferito a una determinata squadra, nel territorio italiano, calcolato con una media ponderata. Nessuna squadra può avere però più del 25 per cento delle risorse: la parte eccedente viene suddivisa tra le altre. Juventus, Inter, Milan, ossia le prime tre, otterrebbero insieme (in base ai dati della stagione 2009/2010) il 57 per cento di questa seconda “fetta”. E già si capisce quanta differenza possa intercorrere per esempio tre queste e il Chievo, che è un quartiere della città di Verona. Il 5 per cento della seconda quota,  la “quota popolazione”, viene suddivisa in proporzione al numero di abitanti del comune di riferimento della squadra, calcolato sul totale degli abitanti dei comuni con almeno una squadra in Serie A, in base alla più recente rilevazione ISTAT (l’Istituto nazionale di statistica). Questo meccanismo, tra l’altro, avvantaggerebbe ancor di più le città in cui ci sono due diverse squadre, come Milano, Roma, Torino,o Genova.

La terza quota del totale delle risorse, del 30 per cento, i “risultati sportivi”, viene poi assegnata in base appunto a quest’ultimi. Questa cifra si suddivide ulteriormente in tre quote, cioè tre diversi criteri che si riferiscono ai risultati sportivi stessi. La prima è la quota assegnata in base ai risultati della stagione in corso, con riguardo a come si è conclusa la classifica della stagione. Non vengono quindi prese in considerazione la Coppa Italia, la Supercoppa italiana, o i risultati delle squadre a livello internazionale. La seconda è la quota assegnata in base ai risultati degli ultimi cinque anni, sempre riferendosi alla classifica di Serie A: in questo caso, quindi, nel calcolo rientrano a pieno titolo anche le squadre che nelle stagioni precedenti hanno disputato in Serie B. La terza quota di questo capitolo riguarda infine i risultati storici: questa parte è distribuita in base ai risultati sportivi ottenuti dalle varie squadre, all’interno delle competizioni diverse dal campionato (nazionali o internazionali), a partire dalla stagione 1946-1947.


SCRIVI UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here