La sussistenza di una successiva famiglia di fatto, nei confronti dell’ex coniuge divorziato, rende nullo l’obbligo di corresponsione degli alimenti. Questo è quanto sancito dalla Corte d’Appello di Bologna tramite la sentenza n. 394, depositata ieri, con la quale si convalida la disposizione presa dal tribunale che aveva concesso all’ex marito, con riguardo ad una coppia separata da dieci anni, di cessare la corresponsione dell’assegno mensile, spettante a suo carico in seguito al divorzio, in costatazione dell’avviamento di una nuova relazione da parte della donna. 

Secondo la Corte d’Appello, il subentrante legame, e cioè la famiglia di fatto, giunge ad alterare o viceversa rescindere “la relazione con il tenore e il modello di vita caratterizzante la pregressa convivenza matrimoniale”. L’ex coppia, originaria di Bologna e senza figli, aveva pattuito in sede di separazione l’assegnazione di un sussidio da corrispondere integralmente da parte del marito. Una volta raggiunto l’accordo di divorzio, tuttavia, l’uomo aveva presentato la richiesta del blocco del pagamento degli alimenti in vista del fatto che l’ex moglie, nel frattempo, aveva intrapreso una relazione affettiva stabile con un’altra persona.

Il tribunale aveva dato ragione all’ex coniuge, facendo seguire il ricorso in appello avanzato della donna. Il presidente della Corte d’appello di Bologna, Vincenzo De Robertis, congiuntamente al relatore Fausto Casari e al consigliere Lucio Montorsi ha però confermato la decisione in primo grado.Il nodo fondamentale della controversia -si legge nel documento- dalla cui soluzione dipende l’immediato esito o lo sviluppo del giudizio, è quello della compatibilità del diritto all’assegno divorzile con l’instaurazione di una convivenza more uxorio da parte del potenziale avente diritto.

Che nella fattispecie concreta tale convivenza esista è ormai pacificamente acquisito”. La parte appellante, prosegue il chiarimento della Corte, “chiede che si applichi il criterio enunciato in legittimità dalla Cassazione sezione 1, sentenza 24056 del 10-11-2006, che risolve il problema della precarietà di un tale tipo di relazione ammettendo il potenziale onerato a fornire la prova anche presuntiva del mutamento, in melius, conseguito ad un’instaurazione della relazione”.

La sentenza della Corte d’Appello, di contro, si pronuncia “conformemente alla decisione del primo giudice” ritenendo di dover  “fare proprio altro criterio, sempre di legittimità enunciato dalla sezione 1, sentenza 17195 del 11-08-2011, secondo il quale l’instaurazione di un rapporto stabile e duraturo di convivenza (famiglia di fatto) altera o rescinde la relazione con il tenore e il modello di vita caratterizzante la pregressa convivenza matrimonialecosì invalidando anche “il presupposto per la riconoscibilità di un assegno divorzile”.

Nello specifico, è parere della Corte che ai fini “della precarietà della situazione” deve tenersi in considerazione “che il relativo diritto entri in uno stato di quiescienza potendosene riproporre l’attualità per l’ipotesi di rottura della convivenza tra i familiari di fatto”. Manifesta soddisfazione  l’avvocato Guglielmo Tocci, che ha tutelato la richiesta dell’uomo durante l’intero svolgimento processuale. “Al di la della vicenda –commenta Tocci– sono soddisfatto che la Corte abbia nuovamente riconosciuto che la famiglia di fatto è  a tutti gli effetti equiparabile al matrimonio essendo persino riuscita, secondo il legale, ad oltrepassare quanto già disposto dallo stesso legislatore.

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4 COMMENTI

  1. Ma che bravi i soliti furbetti! Ora che la gente comune ha capito che il matrimonio omologato può essere una trappola per le persone oneste, e ora che le stesse per difendersi non intendono più omologare la naturale unione con una donna che può speculare all’interno della famiglia utilizzando la stessa per i propri interessi, cosa ti fanno i furbetti? Fanno vedere che, punendo la faccendiera (colei che vuole vivere a spese dell’ex marito) nel toglierne l’assegno in caso di convivenza con un altro uomo (more uxorio) incastrano tutti coloro che convivono, costringendoli a versare l’assegno di mantenimento in caso si fossero accorti di essere incappati in una delle tante faccendiere e se ne volessero liberare.

  2. A questo punto anche nel caso in cui sia il marito a costituire una nuova unione di fatto, non deve più l’assegno divorzile alla moglie. Mi sembra di capire che sia la costituzione della coppia di fatto ad annullare l’assegno divorzile. La nuova coppia costituisce, di fatto, la nuova unione, la nuova famiglia. Ho capito bene?
    Grazie.

  3. Pare che non si capisca perché da almeno 3000 anni, se non di più, sia stato inventato il matrimonio come rapporto di coppia legalmente formalizzato in sede pubblica, davanti ad un sacerdote, un delegato del sovrano, o chi altro. Bisogna sottolineare l’enorme ambiguità del termine “coppia di fatto”, Che cos’è ? da chi è rappresentata ?
    Due fratelli che convivono, dopo la morte dei genitori, o anche durante la loro vita, sono una coppia di fatto ? Studenti che dividano un appartamento per ragioni di frequenza universitaria sono una “coppia di fatto” ? Idem per lavoratori, in altra città o all’estero ? Amici che convivano in modo assolutamente platonico ?

    Oppure, per definire “coppia di fatto” occorre l’elemento affettivo e sessuale, ovvero il “mos uxorium”, tra le due persone, di sesso diverso o dello stesso sesso ?

    E, per favore, come si fa a dimostrarlo al magistrato e ad altri ?

    Qualora una “coppia di fatto” rendesse pubblico questo rapporto, automaticamente lo diventerebbe di diritto. Perfino per il Diritto canonico, ed è tutto dire, il matrimonio è un patto comune, stabilito in modo reciprocamente spontaneo davanti al sacerdote, che lo consacra e ai testimoni che lo confermano. Sono gli stessi coniugi i ministri del sacramento. Senza la reciproca volontà, il matrimonio è nullo.

    Dunque, la pubblicizzazione di un fatto lo rende valido di diritto. Una coppia è tale perché tale si dichiara, non semplicemente perché va davanti ad un ministro di culto o un pubblico ufficiale. Solo che, se non lo fa, tale coppia non viene poi riconosciuta come tale. Si tratta di rapporto tra il fatto sostanziale e il fatto probatorio. Ora come provare ciò che non si è voluto far riconoscere pubblicamente ?

    Il Diritto privato e di famiglia non è un arbitrio dei singoli, è null’altro che un Diritto pubblico applicato ai rapporti privati e familiari, ma pur sempre regolato da pubbliche leggi. E’ questo il punto di ambiguità che spinge certuni a parificare il matrimonio alla semplice convivenza, sia pure “more uxorio”.

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