“Dum Romae Consulitur, Saguntum Expugnatur!”. E’ l’amaro commento dello storico Tito Livio in occasione della prima guerra Punica, ma anche il grido del Cardinale Salvatore Pappalardo durante i funerali del generale Dalla Chiesa. La storia, amaramente e drammaticamente, si ripete oggi quando a fronte di un Paese che dà chiari ed inequivocabili segnali di grande sofferenza sociale ed economica, a Roma si discute su alleanze, strategie, assetti politici e ripartizioni di cariche.

E’ difficile non cadere nella retorica di rito quando accadono fatti come quello recente di Civitanova Marche, dove due coniugi si sono tolti la vita a causa delle insostenibili condizioni economiche. Hanno preferito terminare la loro esistenza insieme nel garage della loro abitazione, piuttosto che chiedere aiuto ai servizi sociali. No, a volte alla dignità non si riesce proprio a rinunciare!

E’ difficile non scadere nelle banali e scontate espressioni di disappunto nel leggere periodicamente le tragedie di imprenditori rovinati per eccesso di credito nei confronti dello Stato o per un fisco miope che pignora gli strumenti di lavoro, condannando le imprese interessate ad un inevitabile fallimento.

Probabilmente le statistiche ci diranno che il “fenomeno” dei suicidi per motivi economici c’è sempre stato (sebbene oggi in aumento) e che la percezione del “problema” è amplificata dal risalto dato dai media. Eppure ciascuno di noi è testimone di una realtà economica in fase di forte involuzione, di una realtà fatta di negozi che aprono e chiudono nel giro di pochi mesi, di cartelli con scritto “cedesi attività”, di immobili invenduti ed invendibili, di cassa integrazione, di produzioni in calo e di procedure fallimentari.

E nello stesso tempo siamo lettori stupefatti, avviliti ed infuriati di cronache politiche che parlano di veti incrociati, adunanze segrete in agriturismi, trattative misteriose o in streaming, di un dibattito politico che oramai si riduce a “io non voglio allearmi con lui”, “io appoggio un governo solo se…” e “io non faccio accordi con nessuno, rimango duro e puro, così vinco le prossime elezioni”.

Uno splendido settennato presidenziale come quello di Giorgio Napolitano viene svilito negli ultimi giorni dalla nomina di dieci “saggi” che, per diretta ammissione del più prestigioso di questi, hanno il solo ed inutile compito di prendere tempo per coprire l’incapacità dei partiti di trovare un accordo e formare un governo.

Non c’è spazio né tempo per disoccupati, esodati, cassintegrati, per le imprese, per rinnovare una Unione Europea interessata al saldo dei bilanci statali e completamente indifferente al benessere dei propri cittadini.

Siamo impotenti  osservatori di infinite discussioni su chi o cosa dovrà essere il prossimo Presidente della Repubblica: di destra o di sinistra, uomo o donna, biondo o moro, magro o grasso!

Il voto di protesta del 25% degli italiani non si è tradotto in una nuova politica sociale, ma rischia di rimanere fine a se stesso. E c’è già chi pensa ad un voto di protesta contro il voto di protesta.

Politica e vita quotidiana come rette parallele che non si incontrano mai, che nulla hanno in comune, che parlano lingue diverse.

Noi, oramai rassegnati all’immutabile quadro politico, assuefatti a scandali e polemiche, senza nemmeno più la forza di protestare, davanti a tragedie come quelle di Civitanova constatiamo che ancora una volta Sagunto sta bruciando!

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