Il 14 aprile i magistrati amministrativi saranno chiamati a rinnovare il Consiglio di Presidenza dei Giudici Amministrativi (CPGA), l’ organo di autogoverno dei magistrati dei TAR e del Consiglio di Stato. L’organo è composto da un presidente, quattro membri e due supplenti eletti da e tra i magistrati in servizio al Consiglio di Stato; sei membri e due supplenti eletti da e tra i magistrati in servizio ai Tar; quattro membri eletti dal parlamento tra professori universitari o avvocato con 20 anni di esperienza.

Mai rinnovo dell’organo fu tanto contestato. Per votare, infatti, i magistrati amministrativi dovranno andare di persona a Roma. Non è un capriccio, né “un’occasione per farsi una breve vacanza romana“, ma una procedura dettagliatamente prevista dalla legge. Una legge, la n. 186 del 27 aprile 1982, atavica e obsoleta. Ma pur sempre una legge dello Stato.

Per l’elezione dei componenti elettivi del consiglio di presidenza e’ istituito presso il Consiglio di Stato l’ufficio elettorale nominato dal presidente del Consiglio di Stato e composto da un presidente di sezione del consiglio stesso o da un presidente di tribunale amministrativo regionale, che lo presiede, nonché dai due consiglieri più anziani nella qualifica in servizio presso il Consiglio di Stato”, recita l’art. 9. Una sola sede in cui poter esercitare il voto, dunque. Quella del Consiglio di Stato in Roma. “Le elezioni hanno luogo entro tre mesi dallo scadere del precedente consiglio e sono indette con decreto del presidente del Consiglio di Stato, da pubblicarsi nella Gazzetta Ufficiale almeno trenta giorni prima della data stabilita. Esse si svolgono in un giorno festivo dalle ore 9 alle ore 21”, continua l’articolo.

Ecco dunque che lo scorso 12 febbraio il Presidente del Consiglio di Stato Giovannini indice l’elezione dei componenti elettivi del Consiglio di Presidenza per domenica 14 aprile 2013, con inizio alle ore 9,00 e termine alle ore 21,00. Fin qui, nulla quaestio.

Solo che qualche giorno fa il bravissimo Sergio Rizzo, sulle colonne del Corriere, ligio al suo ruolo di cavaliere anticasta, dava in pasto all’opinione pubblica la notizia di un malumore dei magistrati amministrativi per una comunicazione del Segretario Generale della Giustizia Amministrativa che escludeva il rimborso del pernottamento a Roma per la notte del 13 aprile, giorno prima del voto. La notizia è stata poi ripresa dal Fatto Quotidiano.

Il vero problema è tuttavia un altro.

Ed è quello che individua il Presidente dell’associazione Nazionale Magistrati amministrativi Giampiero Lo Presti nella sua lettera al Corriere all’indomani dell’editoriale di Rizzo. “I magistrati amministrativi hanno da tempo rappresentato, non trovando riscontro, di essere favorevoli a una riforma che preveda il voto decentrato per l’elezione dell’organo di autogoverno in luogo dell’attuale disciplina..”.

La polemica è la conseguenza di una legge che ormai appartiene ad un’altra epoca. Nell’era in cui un comico si è fatto politico con un forte consenso basato sull’e-democracy, sul voto digitale e sulla rete come veicolo di condivisione di idee e di opinioni, quanto è tollerabile una legge che obbliga il magistrato di Catania o di Bolzano a recarsi di persona a Roma per esprimere il proprio sacrosanto diritto di voto? Siamo davvero così incapaci da non riuscire ad aggiungere un comma che preveda dei seggi periferici dove votare o il voto per delega o il voto per corrispondenza o, perché no, il voto elettronico?

Ci sarebbe, è evidente, un enorme risparmio. Di denaro pubblico. E di polemiche.

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