Le notizie si rincorrono, ora dopo ora, non si capisce più se i bollettini resi noti siano autentici oppure semplici provocazioni, vane mostre di muscoli militari che un effetto certo lo stanno riscuotendo, la tensione e la paura internazionale. Rimaniamo ai fatti però, quel che è certo è che ieri notte i media sud coreani hanno dato la notizia ufficiale che almeno due sottomarini della Corea del Nord avrebbero preso e il largo e fatto perdere le proprie tracce, la notizia acquisisce valore se si pensa che non è la prima volta che succede visto che a febbraio erano “scomparsi” ben otto battelli.

Il nodo di fondo è che queste operazioni trovano una difficile collocazione, perché a questa mobilitazione poi nei fatti non segue nulla se non un aumento esponenziale della tensione e i livelli di allerta dei paesi circostanti ormai in un vero e proprio stato di preallarme. In questa partita di risiko tutt’altro che fittizia, anche gli Stati Uniti non rimangono a guardare e pur non essendo convinti dalle minacce di Pyongyang e pur determinati a risolvere la questione dal punto di vista diplomatico, hanno deciso di allertare la base più grande che hanno nel Pacifico, Guam. 

La difesa Usa passa proprio per Guam e le Hawaii, le due basi più grandi e fornite che sarebbero deputate non solo all’intercetto e distruzione degli ordigni ma anche alla difesa dei paesi alleati, ossia Giappone, Sud Corea e Russia. La Cina svolge un ruolo a parte e quasi autonomo, anche se questa situazione da un certo punto di vista permette agli Stati Uniti di controllare da vicino il colosso comunista che però non ha nessun interesse alla formazione di una democrazia unitaria delle due Coree che la stringerebbe in una morsa fra India, Birmania e Coree.

Dunque lo scenario internazionale è a dir poco complesso ed intricato, anche perché nonostante l’intelligence americana, così come quella degli altri paesi, fornisca dati sugli armamenti e la capacità di fuoco di Pyongyang, è altrettanto vero che l’embargo e il mistero che avvolgono la Nord Corea non permettono stime precise, inoltre “l’imperatore – bambino”, come è stato ribattezzato Kim Jong – un, da segni di instabilità ed è difficile prevederne le mosse o stabilire se non sia semplicemente un burattino in mano ai propri generali.

Il dato certo è che la Corea ha missili per colpire a medio corto raggio, dunque sarebbe da escludere un attacco diretto alle coste americane, in questo senso conforta il fallimento degli ultimi test balistici tentati, ma sarebbe comunque sufficiente a scatenare una rappresaglia senza precedenti. Se, infatti, venissero colpite Seul, o Tokiyo, o isole di questi due paesi l’incidente diplomatico sarebbe un termine eufemistico per descrivere la situazione, il punto è che il regime nord coreano ha dei precedenti in merito, visto l’affondamento nel 2010 di un battello sud coreano.

Quindi in base a quanto riportato dagli ultimi bollettini bellici il possibile “attacco nucleare” nei confronti degli Usa non dovrebbe esserci, per almeno 3 motivi; il primo è che non ci sono ancora missili attivi abbastanza potenti per coprire la distanza fra i due paesi, il secondo è che il reattore di Yongbyon ha bisogno di un tempo fra i 3 e i 9 mesi per tornare in attività il che ci porta al terzo motivo e cioè che i missili con testata nucleare non possono essere armati prima di un anno.

La sensazione diffusa fra i governi coinvolti è che la Corea del Nord stia semplicemente agitando lo spauracchio dell’Apocalisse nucleare ma che in realtà non abbia questa intenzione e soprattutto, al momento, non ne abbia la capacità, quel che è certo però è che questa “partita” si sta complicando e la tensione invece che allentarsi, nonostante i vari appelli, sta aumentando così come la mobilitazione delle varie forze armate.

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