E fu così che il governo Monti si scoprì precario: stop alle deleghe in bianco e raggio d’azione limitato, proprio negli ambiti in cui più ha inciso la sua azione riformatrice. Nella confusione del quadro politico istituzionale, per i contribuenti qualche piccola soddisfazione c’è: sicuramente, per altri due mesi non vedranno la luce nuove tasse e, in misura ancor più significativa, in un’ipotesi da film horror, un eventuale prelievo sui conti correnti stile Cipro non potrebbe essere varato.

Sono questi alcuni dei punti fermi sui quali i costituzionalisti si trovano concordi nell’esaminare la situazione attuale: ciò che può mettere in pratica il governo Monti dimissionario ma ancora in funzione appartiene alla stretta schiera dei provvedimenti di massima urgenza, come il decreto per una calamità naturale, ma nulla che riguardi il settore fiscale, economico e contributivo.

Insomma, un governo zoppo, ma che non dispiacerà troppo ai lavoratori italiani, ormai abituati alla costante rimodulazione del regime impositivo: magra consolazione nell’incertezza diffusa.

Lo scenario è noto: con l’assenza di una maggioranza precisa in entrambi i rami del Parlamento, e il presidente della Repubblica al culmine del semestre bianco, dunque impossibilitato a indire nuove elezioni, Giorgio Napolitano ha pensato di uscire dall’ingorgo lasciando in carica il governo uscente, coadiuvato dalla stampella di due commissioni di esperti, una per il ramo politico istituzionale e l’altra per quello economico sociale. Una doppia task force – già sulla graticola per l’assenza di donne  – in grado di esprimere le varie anime presenti in Parlamento, con l’innesto di qualche personalità dai ruoli per loro stessa natura super partes, come l’ex presidente della Consulta Valerio Onida o l’attuale Garante Antitrust Giovanni Pitruzzella.

Le perplessità giuridiche, sul ruolo che il governo Monti si troverà a svolgere nei prossimi 50 giorni, restano tutte nelle parole di Piero Alberto Capotosti: “La nomina dei saggi è pur sempre un inedito, ma può essere catalogata nella fattispecie di mandato esplorativo collettivo, ma la riviviscenza del governo è del tutto anomala: l’attuale Parlamento non solo non gli ha dato fiducia, ma non la può neppure togliere”.

Si tratta di una scelta assolutamente inedita, che non ha precedenti nella storia repubblicana e, dunque, suscita diversi interrogativi tra gli esperti del dettato costituzionale.

E’ il Corriere della Sera  a intervistare alcuni tra i massimi conoscitori nazionali della materia, cercando di fare luce sulla decisione di Napolitano e sulle conseguenze che questa straordinaria situazione potrà innescare, seppur, secondo le previsioni, dalla brevissima durata temporale. Dal 15 aprile, infatti, le Camere cominceranno a riunirsi in seduta comune assieme ai delegati regionali, per eleggere il nuovo Capo dello Stato, a trenta giorni esatti dalla chiusura del termine di Napolitano. Toccherà poi al suo successore prendere una posizione definitiva sullo stallo che si è venuto a creare alle Camere: cercare spazi d’intesa tra le parti o indire nuove elezioni.

Intanto, però, siamo alle prese con i cosiddetti saggi, termine che Napolitano nega di aver mai proferito,  sposando invece la definizione di “consulenti”. A questo proposito, dalle pagine del Corriere, l’ordinario di Diritto pubblico Giovanni Guzzetta spiega come “si tratta di una novità, ma rientra pur sempre nella potestà del Capo dello Stato dare fondo a tutte le possibilità”. il vero nodo, naturalmente, è rappresentato dal governo Monti ancora in funzione, sebbene per affari correnti. “Non può adottare nessun provvedimento che sia politicamente vincolante”.

Emerge però qualche distinguo: qualora lo spread subisse un’ennesima e tutt’altro che esclusa – stando alla diffidenza con cui viene letta all’estero la crisi italiana –  impennata “davanti a tensioni dei mercati a motivo delle esigenze europee, il governo potrebbe adottare atti urgenti”, spiega l’ex presidente della Corte costituzionale Cesare Mirabelli.

La linea prevalente viene riassunta, in chiusura, da Niccolò Zanon, ordinario di Diritto costituzionale e membro Csm, il quale enuncia: “Il governo può fare un decreto per pagare i debiti della pubblica amministrazione, ma non certamente imporre nuove tasse”.

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