L’Italia non può permettersi a lungo di rimanere senza un Governo. Parola della Banca d’Italia e del Fondo monetario internazionale che, dati alla mano, certificano come il prolungarsi dell’incertezza derivante dallo stallo politico nel quale si trova il nostro Paese quasi certamente potrebbe tradursi in un addio alla ripresa economica prevista – dalle stime precedenti del Governo, del Fmi e dell’Ocse – per la seconda metà del 2013. Una ripresa che, quand’anche si verificasse, non riporterebbe comunque la crescita del Pil in territorio positivo, ma segnerebbe comunque un’inversione di tendenza dall’attuale fase discendente ad una fase di risalita (poi ultimata nel 2014).

Nell’intervento di Fabio Panetta, nuovo vicedirettore della Banca d’Italia designato dal Governatore Ignazio Visco, si legge che lo scenario inconcludente uscito dalle elezioni del 24 e 25 febbraio 2013 rischia di minare gravemente la fiducia di consumatori ed investitori e, con esse, le chances per la “pur moderata” ripresa di fine anno. A tutto questo si aggiungono le nuove turbolenze derivanti dalla crisi del debito pubblico di Cipro (pur con il suo impatto relativamente modesto: il piano di salvataggio previsto è pari complessivamente ad appena 10 miliardi di euro, a fronte dei 172 finora stanziati per la Grecia, 78 per il Portogallo, 67 per l’Irlanda e 41 per le banche spagnole) e le prospettive, ben più preoccupanti, di un aggravamento delle condizioni di salute dell’economia francese (segnata dalla perdita di competitività e dall’aumento della disoccupazione). Ne deriva un quadro più complicato per l’intera Eurozona che si ripercuote negativamente anche sul nostro Paese (la terza economia dei 17 Paesi dell’Ue che condividono la moneta unica).

Intanto, i dati diffusi da Via Nazionale delineano con drammatica chiarezza uno scenario pesantissimo per l’Italia, che dall’inizio della crisi a fine 2008 – con la crisi dei mutui esplosa negli Stati Uniti e da lì esportata a tutto il mondo, passando per la crisi dei debiti sovrani dell’Eurozona e una seconda recessione – ha perso 7 punti percentuali di Pil e 600.000 posti di lavoro, mentre il reddito pro capite è tornato ai livelli del 1997. Insomma, un vero e proprio “quinquennio nero”.


Paure, quelle di Bankitalia, condivise anche dal Fondo monetario internazionale, che vede nell’incertezza dello scenario politico italiano e nella difficoltà della coalizione di Centrosinistra guidata dal Partito Democratico di formare un Governo stabile addirittura uno dei “rischi chiave” che minano la ripresa mondiale, insieme alla manovre fiscali con cui gli Stati Uniti devono affrontare il rientro del loro (crescente, ma finora giudicato sostenibile dai mercati) debito pubblico.

Il ragionamento che si fa tra gli analisti dell’Fmi è semplice: la continuazione ed il peggioramento della crisi economica italiana (già per il 2013 si prevede che il prodotto interno lordo decrescerà di un ulteriore 1%) aggraverebbe di riflesso anche la situazione dell’Eurozona, con il rischio (pari circa al 50% delle possibilità) che la recessione continui anche qui per l’intero 2013. E dalla nuova frenata di Eurolandia le stesse prospettive di ripresa globale dovrebbero essere riviste al ribasso. Per questo l’Italia (con il suo 127% di rapporto tra debito e Pil) si conferma la “sorvegliata speciale” del Fondo.

Gli indicatori dei primi tre mesi del 2013 vedono, per l’economia europea, una “non crescita” molto vicina alla stagnazione mentre la ripresa appare “sconnessa” per tutti maggiori Paesi dell’area euro, inclusa per certi versi anche la Germania, tradizionale “locomotiva” d’Europa. Anche la disoccupazione è rivista ovunque al rialzo. Le stime, per l’Italia, parlano di un 11,6% nel 2013 e di un 11,8% nel 2014: peggio di noi, tra le maggiori economie Ue, solo la Spagna.

Proprio mentre dagli ultimi dati si scopre che a gennaio 2013 i crediti delle banche alle imprese sono calati del 3% su base annua, tra le misure più urgenti per stimolare la ripresa la Banca d’Italia segnala l’assoluta necessità che le banche italiane riprendano a garantire un adeguato flusso di credito a sostegno di famiglie ed imprese. Magari attraverso una diminuzione dei propri costi che passi anche dalla riduzione del numero degli sportelli (quasi raddoppiati nell’ultimo ventennio, spesso senza una reale necessità territoriale) e, contestualmente, un aumento degli asset patrimoniali e maggiori investimenti nei servizi Internet.

Nei giorni scorsi anche il Presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, ha auspicato lo scioglimento del nodo drammatico tra crisi politica e crisi economica, chiedendo al Governo in carica un decreto legge che autorizzi l’immediato pagamento di almeno 48 miliardi di euro di debiti dovuti alle imprese da parte delle Pubbliche Amministrazioni, sui 70 complessivi. Una misura che, a fronte di un aumento dello 0,5% del deficit pubblico, darebbe – secondo le stime di Confindustria – una boccata d’ossigeno all’intero sistema economico e produttivo italiano, portando a 250.000 nuovi occupati nei prossimi 5 anni e ad una crescita del Pil dell’1% per i primi 3 anni, arrivando all’1,5% nel 2018.

Ma è la mancanza di prospettive per quanto riguarda la formazione di un Governo in grado di sostenere un vasto programma di riforme a gravare come una pesantissima ipoteca sul futuro prossimo. Mentre lo scenario di un ritorno alle urne (con la stessa legge elettorale che ha consegnato l’attuale stallo al Senato e con tutti i rischi che ciò comporta anche sul piano internazionale), tra gli ormai ultimi ed inascoltati moniti del Capo dello Stato uscente Giorgio Napolitano, si fa sempre più vicino.


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