Va Francescoe ripara la mia casa che, come vedi, va in rovina”. Le parole che, secondo la tradizione, San Francesco d’Assisi udì da parte del crocefisso rimbombano nel mondo cattolico come le campane di piazza San Pietro dopo i primi sbuffi di fumo bianco.

Ma domani, papa Francesco I non chiuderà lo Ior. Non pulirà il Vaticano dalla sozzura del potere, del denaro, dell’omertà su peccati indifendibili. Non aprirà sui contraccettivi, ai matrimoni tra omosessuali, forse neanche al sacerdozio femminile. Non si confronterà indiscriminatamente con l’Islam, alla ricerca dell’atto eclatante ma incapace di penetrare nella storia. Quelli sono i traguardi, il cammino – quello che serve per raggiungerli – è molto più impervio.

Eppure, andando contro Manzoni che scrisse “i nomi sono puri accidenti”,  se il nuovo pontefice ha scelto di chiamarsi Francesco, il messaggio è arrivato forte e chiaro a tutti i fedeli, ma ancor più, agli ecclesiastici.


San Francesco d’Assisi, patrono d’Italia e simbolo per eccellenza della Chiesa umile, è indubbiamente una figura centrale nella storia del Cistianesimo, esempio di frugalità, del nocciolo del messaggio evangelico, del rifiuto di tutto ciò che è mondano, del bene materiale, e del contemporaneo amore per gli ultimi. In questo senso, la rottura con il predecessore Ratzinger, finissimo teologo e forse unico traghettatore possibile dopo l’era Wojtyla, è netta, quasi altrettanto traumatica come lo è stato, poche settimane fa, l’annuncio delle dimissioni del pontefice tedesco.

A vedere bene, però, è possibile che il cardinale Jorge Mario Bergoglio abbia optato per il nome di Francesco rifacendosi a san Francesco Saverio, missionario del XVI secolo, spagnolo e gesuita, proprio come il neoeletto vicario di Cristo. 

Francesco Saverio era un sacerdote che prestò la sua opera portando la lieta novella del Vangelo in territori inesplorati, fino all’estremo Oriente. Non a caso, si è detto negli ultimi giorni, un compito del nuovo papa sarà proprio quello di radicare la Chiesa in quelle nazioni emergenti, gli unici dove la popolazione è in crescita, ma dove persiste ancora una povertà dilagante.

Insomma, il primo pontefice latinoamericano in duemila anni di storia, non stravolgerà la Chiesa in un batter d’occhio: l’istituzione è troppo antica e ancorata alla propria tradizione liturgica perché anche gli scandali più turpi possano modificarne i connotati in pochi giorni.

Proprio come dai politici non ci aspettiamo che rivoluzionino lo status quo solo avvicendandosi l’un l’altro nelle cariche più importanti, non possiamo chiedere a questo papa di cancellare con un colpo di spugna il lato oscuro della Chiesa che negli ultimi tempi si è esteso in maniera incontrollata. La patologia va curata con moderazione, ma con regolarità: uno shock alla Chiesa non avrebbe altro effetto che provocare un ulteriore indietreggiamento nelle battaglie di civiltà, di giustizia ma soprattutto di amore reciproco, che devono essere vincenti nella dottrina, ma soprattutto nella prassi.

Oggi si apre una nuova fase nella storia della Chiesa cattolica e non solo perché è cambiata la figura che universalmente la rappresenta: per mondarsi, l’ecclesia ha scelto un uomo lontano dai palazzi apostolici romani, addirittura proveniente “dalla fine del mondo”, come lui stesso ha riconosciuto, perché, innanzitutto, a prevalere sia la fede, quella più semplice e radicale, non già intransigente, ma capace di ritornare alla base del suo messaggio di speranza, alla propensione al sacrificio, alla carità, alle virtù fondanti, innanzitutto l’umiltà.

Dunque, quello che dobbiamo sperare, e che probabilmente avremo, non è un leader decisionista fin dalle prime battute, ma una guida carismatica che riuscirà a svolgere la sua funzione di pastore di anime indicando senza indugi la via della salvezza, non solo ai fedeli ma anche alla Chiesa stessa.


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