Il disegno di legge approvato dalla Giunta Regionale Siciliana, che prevede i liberi consorzi comunali e la contestuale soppressione delle “province regionali”, è l’ennesimo ultimo atto, in ordine di tempo, che vuole soddisfare la legittima diffusa aspettativa di riduzione dei costi della politica, ma ancora una volta, purtroppo, in modo affrettato, confuso e senza un disegno organico di riforma.

Proposta sorprendente, solo se si considera che la stessa Giunta Regionale, con la deliberazione n. 31 del 31 gennaio 2013 aveva fissato le date per la convocazione dei comizi elettorali per le elezioni amministrative i presidenti ed i consigli provinciali delle nove Province dell’isola, in aperta e dichiarata controtendenza rispetto alla scelta nazionale di commissariare le Province in attesa del riordino.

La proposta prevede di ricostituire i liberi consorzi comunali, già costituiti con l’articolo l della legge regionale 12 agosto 1989, n. 17, ed allora denominate “province regionali” attraverso l’aggregazione di un numero minimo di comuni.

La prima commissione consiliare “affari istituzionali” dell’assemblea regionale siciliana, nella seduta del 6 marzo, ha posto all’ordine del giorno della discussione ben tredici disegni di legge sulle province.

Prima di entrare nel merito dei contenuti della proposta, è bene attendere un testo organico.

Dalla argomentata analisi di Luigi Oliveri, su questa rivista, si traggono comunque già tutte le criticità del progetto di riforma siciliana, come annunciato.

Purtroppo, malgrado il caos politico-istituzionale accentuatosi dopo l’esito elettorale, il tema della soppressione delle Province resta argomento di dibattito principale, cavalcato dalla totalità delle forze politiche, che sembrano fare a gara a dimostrarsi riformatrici, più preoccupate di inseguire l’onda del Movimento 5 stelle che di proporre interventi seri di riforma.

Anche Bersani, nei suoi otto punti programmatici annunciati nella direzione del partito il 6 marzo, pone al terzo posto “Norme costituzionali …per la cancellazione in Costituzione delle Province” dimenticando che nel programma elettorale del partito democratico si diceva “Per le province si chiede una definizione chiara delle funzioni delle “nuove province”, mappatura delle aree di nuova creazione, varo delle Città metropolitane come anello di congiunzione tra enti locali e Regioni, investimenti per evitare il passaggio delle deleghe ai Comuni che non sono preparati, mantenimento della nuova Provincia all’interno della Costituzione”.

Ma l’attualità politica, la nuova politica, evidentemente ha imposto un cambio di rotta.

Con la soppressione delle Province si cerca di trovare accordi di Governo, consenso mediatico ed elettorale… Con la soppressione delle Province si salverà l’Italia!

Illustri opinionisti insistono nell’arrogarsi il compito di dettare l’agenda politica, ponendo sistematicamente come panacea la soppressione delle Province.Più volte ci siamo occupati dell’argomento, sottolineando l’esigenza di una riforma complessiva dei vari livelli di governo in cui si articola la nostra Repubblica. Ma riformare non significa eliminare sic et simpliciter uno dei livelli di governo, in nome dell’auspicato risparmio, peraltro tutto da dimostrare. Non si tratta di difendere il livello provinciale o quello comunale o regionale. Ben venga la soppressione delle Province se accompagnata da un progetto che possa rendere più moderno ed efficace il nostro sistema; purtroppo si insiste invece a sventolare una bandiera, a continuare con proclami e slogan, lontani dall’affrontare con serietà e competenza il tema delle riforme istituzionali.

Una vera riforma, di cui ha bisogno il nostro Paese, deve partire dalle competenze e dall’intera struttura organizzativa del nostro ordinamento, dal superamento del bicameralismo perfetto, al sistema elettorale, alle autonomie. Bisogna innanzitutto delimitare gli spazi d’azione della Pubblica Amministrazione, semplificare e disboscare tutti quegli ambiti di intervento nei quali non ha senso né utilità l’intervento pubblico come oggi esistente, che può rappresentare soltanto un appesantimento di procedure e costi senza benefici. Quindi va individuato l’ambito territoriale ottimale e il livello di governo migliore per l’esercizio delle funzioni, individuando con chiarezza ed univocità chi fa cosa, per chiarezza, semplificazione ed individuazione certa delle responsabilità.

Le Regioni devono finalmente diventare un livello di governo, con potere legislativo – e non gestionale e amministrativo come di fatto sono oggi – secondo il disegno costituzionale: “La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione (…)” – art. 117, primo comma, della Costituzione. E’ un livello di governo troppo distante dai cittadini per continuare a svolgere funzioni amministrative e gestionali di dettaglio, erogazione di servizi alla persona o di gestione del territorio che non sia la pianificazione regionale. E’ la commistione fra il potere legislativo e la gestione che crea una grave anomalia nel nostro sistema. Il soggetto regolatore, quale è la Regione, non può al tempo stesso gestire direttamente ciò che regola, per di più senza controlli adeguati.

Le funzioni amministrative, secondo l’art. 118, sono invece da attribuire a Comuni e Province, quali enti rappresentativi del territorio e conseguentemente soggette al controllo immediato dei cittadini, salvo casi per cui è necessario, sulla base dei principi di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza, attribuirle ad un livello superiore.

Ecco che è il Comune, ente più vicino ai cittadini, l’Ente destinatario di tutte le funzioni, soprattutto quelli collegati ai servizi alla persona, che meglio di qualunque altro livello di governo è vicino ai cittadini; alla Provincia quale ente di area vasta vanno attribuite tutte le funzioni, principalmente di gestione del territorio, che non possono essere svolti dai Comuni: viabilità, trasporti, tutela dell’ambiente, formazione professionale, politiche del lavoro, protezione civile, pianificazione territoriale di coordinamento, istruzione scolastica superiore, organizzazione dei servizi pubblici locali (rifiuti, servizio idrico, trasporto pubblico locale), etc.

Un adeguato ed efficace sistema di controlli deve garantire la correttezza della gestione. Solo dopo questo lavoro di analisi si può e si deve discutere di ambiti territoriali, di adeguate dimensione degli Enti, di organi, di modalità di governo (ad elezione diretta, elezione di secondo grado). Si può ritenere opportuna l’eliminazione delle Province, o la loro trasformazione in consorzi di comuni, come prevede la proposta siciliana, oppure in enti di secondo grado, secondo il modello del Governo Monti o altre formule.

Si può discutere delle dimensioni adeguate delle Regioni. Oggi alcune Regioni hanno dimensione e popolazione inferiore ad una Provincia.

Si possono prevedere accorpamenti dei Comuni.

Ogni modifica di tale portata non può non tenere in considerazione tutti i complessi aspetti legati, solo per fare qualche esempio, alla gestione del personale, dei patrimoni, delle partecipazioni societarie, dei mutui per investimenti, del patto di stabilità, etc. che pongono questioni rilevanti in caso di soppressione di un ente e contestuale subentro, addirittura pro quote, di altri enti nell’esercizio di alcune funzioni. Sarebbero piuttosto da eliminare gli enti di 2° grado (consorzi, società, agenzie, ato…) in eccesso, che sono fuori dal controllo dei cittadini ed aumentano i costi anziché ridurli. Enti, che in caso di soppressione delle Province, si moltiplicherebbero, con buona pace degli inviti al risparmio.

Assume infatti un carattere devastante l’esistenza di quella miriade di organismi, agenzie, ATO, consorzi ed enti di secondo grado, proliferati in questi anni al di fuori dei livelli di governo individuati dal titolo V della Costituzione, non allo scopo della gestione associata di servizi (cosa che sarebbe ancorché virtuosa), ma con l’intento di disgregare la governance organica del territorio e delle sue risorse moltiplicando, questi si, i posti ed i costi della politica

Chi immagina di rispondere alla pressante e ineludibile richiesta di pulizia e di riduzione dei costi che proviene dall’opinione pubblica ipotizzando semplicemente soppressioni di livelli essenziali di governo non fa il bene delle Istituzioni e non si raggiunge l’obiettivo sperato. Tanto più se si considera che se oggi ci si trova nella situazione di crisi politica, di difficoltà a formare un Governo non è certo imputabile al sistema delle autonomie.

In questo periodo storico drammatico, nel quale si susseguono notizie allarmanti che derivano dalla crisi economica ed occupazionale, che portano alla disperazione e a gesti estremi, i cittadini devono poter sentire al loro fianco le Istituzioni, che devono avere la capacità di dare risposte autorevoli e concrete.

Al contrario, anni di inutile, sterile e dannosa propaganda contro le Istituzioni e contro i dipendenti pubblici, sollevata ad arte per perseguire un immediato consenso politico o mediatico, ha contribuito ad esacerbare gli animi, ad allontanare i cittadini ed alimentare la rabbia. Se tale propaganda è condita con ipotesi di cancellazione o soppressione di enti definiti inutili, non suffragate da alcuna seria analisi, l’esito nefasto è inevitabile.

Dunque non si tratta di difendere l’attuale assetto costituzionale che, al contrario, va riformato e riorganizzato in termini di efficienza ed economicità, senza scelte demagogiche e di facile consenso ma che mostreranno a breve tutte le enormi criticità che, se non preventivamente analizzate e gestite, tradurranno una riforma attesa in un grave danno per i servizi per i cittadini e per le risorse pubbliche.

 

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2 COMMENTI

  1. E’ vero che va individuato un programma riformistico dell’architettura istituzionale per quel che riguarda l’ambito territoriale ottimale e il livello di governo migliore per l’esercizio delle funzioni e delle competenze, individuando con chiarezza ed univocità chi fa cosa (per la verità il Testo Unico degli Enti Locali, il DLgs 267/2000, è molto chiaro in tal senso, anche se in più punti e più volte disatteso da Stato e Regioni soprattutto per quel che riguarda le funzioni e le competenze delle Province stabilite agli artt 19 e 20 dello stesso TUEL): ad esempio adottando il modello francese dove le Province (chiamate Dipartimenti) corrispondono alle Prefetture; oppure adottando il modello autonomistico della Provincia di Trento che funziona benissimo, con quel territorio ai vertici della qualità della vita in Italia e con le Regioni italiane, a questo punto, che potrebbero assumere le funzioni e le competenze della Regione Trentino Alto Adige.
    E soprattutto ci auspichiamo che, in seguito a tale riforma, le diverse identità e l’ autonomia istituzionale dei singoli territori, ottenute sino ad oggi, dopo tanti sforzi e sacrifici da quelle popolazioni, vengano mantenute, anzi rafforzate, senza mortificarne nessuna a beneficio di altri territori e comunità, come si voleva fare con la riforma di Patroni Griffi e del Governo Monti…Ad esempio Barletta ed il suo territorio hanno ottenuto la loro Provincia nel 2004 dopo 150 anni di lotta di quelle popolazioni e nessuna riforma deve cancellare con un tratto di penna quegli sforzi e quei sacrifici di tante persone, alcune oramai scomparse!

    Prof. Vincenzo Piccialli

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