In questo articolo voglio far conoscere ai cari lettori di LeggiOggi un caso che, come l’omicidio di Meredith Kercher, ha collegato le giurisdizioni di Paesi differenti, divenendo un fatto di cronaca internazionale. È la storia di un italiano, Enrico Forti, detto “Chico”, da tredici anni rinchiuso in un carcere di massima sicurezza a Miami, condannato all’ergastolo per omicidio.

Il giovane Forti, originario di Trento, campione internazionale di windsurf, si trasferì nel ’92 negli Stati Uniti, dopo aver vinto una importante cifra nel famoso gioco televisivo chiamato “TeleMike”.

Con questa vincita, Forti iniziò la sua nuova vita a Miami, dove intraprese la carriera di filmaker e produttore, attività che gli permisero di accumulare una piccola fortuna. Sposò una giovane modella, Heather Crane, dalla quale ebbe tre figli.


Il ragazzo di Trento sembrò aver realizzato il sogno americano. Ma il suo spirito intraprendente e il suo fiuto per gli affari non lo ripagarono adeguatamente. La fortuna presentò ben presto il conto.

Thomas Knott, tedesco, malfattore, arrestato per droga e varie truffe in Germania, era il vicino di casa di Forti a Williams Island, Miami.

Tramite Knott, Forti conobbe Anthony Pike, un australiano, proprietario di un famoso albergo di Ibiza, in Spagna, il Pikes Hotel.

Tony Pike era in una situazione economicamente difficile, la sua attività era in passivo, il suo albergo, che all’inizio degli anni ’90 era frequentato da gente dello spettacolo, lo portò ad indebitarsi fortemente.

Perciò a Forti venne offerto di acquistare il Pikes. Intanto il figlio di Tony, Dale, di ritorno dalla Malesia, venne invitato a Miami, dove sperava di intraprendere una nuova carriera nel mondo del cinema grazie all’aiuto di Chico.

Il giovane Pike arrivò a Miami il 15 febbraio 1998 e dopo un incontro con Forti, che andò a prelevarlo dall’aeroporto, i due si separarono nel parcheggio di un ristorante a Key Biscayne, dandosi un appuntamento il 18 febbraio, quando si sarebbero incontrati con il padre di Dale.

Il giorno successivo, il 16 febbraio, Dale venne trovano morto e denudato in un boschetto a Sewer Beach, una spiaggia molto conosciuta dai surfisti.

Il 18 febbraio Forti, che si trovava a New York, venne a conoscenza della morte di Dale e rientrò a Miami. Si presentò alla polizia, dove gli confermarono della morte di Dale e gli comunicarono la scomparsa, non vera, di Anthony.

Ed è qui che Forti commise il suo grande errore. Terrorizzato dalla notizia della morte di due delle persone a lui più vicine, affermò di non aver mai incontrato il giovane Pike.

Il 20 febbraio si ripresentò alla polizia, senza l’assistenza di un legale, per consegnare alle autorità i documenti riguardanti i suoi affari con il padre della vittima. Dopo un estenuante interrogatorio durato 14 ore, dichiarò di aver incontrato Dale poche ore prima della sua morte e di averlo accompagnato al ristorante in Virginia Key.

Forti venne arrestato in un primo momento con l’accusa di frode, circonvenzione di incapace e concorso in omicidio.

Assolto successivamente da ogni accusa di frode, tornò libero per venti mesi, ma con una cauzione da record: un milione di dollari.

Le indagini sulla morte di Dale continuarono. La macchina di Forti venne minuziosamente controllata, finché 45 giorni dopo l’omicidio i periti trovarono sul gancio di traino dell’auto alcuni granelli di sabbia, che secondo l’accusa provenivano da Sewer Beach, la spiaggia dove venne trovato il corpo senza vita di Pike. Secondo la perizia della difesa quei granelli non ricollegavano direttamente l’auto alla spiaggia, essendo comune alla sabbia di molte altre spiagge della zona.

L’arma del delitto, mai ritrovata, risultò compatibile con una pistola, che fu acquistata da Tom Knott (ve lo ricordate?) con la carta di credito di Forti.

Secondo l’accusa Forti aveva un movente. Temeva che Dale potesse interferire con le trattative per l’acquisto dell’albergo. Forti intendeva comprarlo a basso costo da Tom Pike, ormai vecchio e demente. Così invitò Dale a Miami e “lo condusse verso la morte”.

Il 15 giugno del 2000 i dodici giurati della contea di Miami Dade emisero il verdetto: COLPEVOLE!

La Corte non ha le prove che lei sig. Forti abbia premuto materialmente il grilletto, ma ho la sensazione, al di là di ogni dubbio, che lei sia stato l’istigatore del delitto. I suoi complici non sono stati trovati ma lo saranno un giorno e seguiranno il suo destino. Portate quest’uomo al penitenziario di Stato. Lo condanno all’ergastolo senza condizionale”!

Una sensazione, quindi. Una sensazione che ha prodotto la morte civile di un italiano, per molti assolutamente innocente.

Con gli anni il movimento dei sostenitori di Chico è cresciuto notevolmente, soprattutto grazie alla rete e ai numerosi gruppi che sono sorti sui social network e che hanno svolto un’intensa opera di sensibilizzazione dell’opinione pubblica sul caso Forti.

Da Jovanotti a Fiorello, fino ad arrivare alla criminologa Roberta Bruzzone, che nel suo ultimo libro, “Chi è l’assassino – Diario di una criminologa”, sostiene la tesi dell’innocenza di Chico e della presenza di un complotto. Le motivazioni dell’accusa cedono davanti al ragionamento della criminologa, che in un dossier diretto all’ex ministro degli Affari Esteri, Giulio Terzi, chiede che venga riaperto il caso e che giustizia sia fatta.

Il finale di questo giallo è ancora tutto da scrivere e forse, con l’intervento delle autorità italiane, si potrà far luce su questa storia e portare alla liberazione di Chico o alla conferma della condanna ma “al di là di ogni ragionevole dubbio”.


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3 COMMENTI

  1. Il caso di Enrico Chico Forti si caratterizza per la quasi totale mancanza di documenti, per l’assenza di una qualsivoglia organizzazione americana e per l’assoluta incompetenza dei sedicenti esperti chicchiani.
    Questa situazione fa del male a quel poco che rimane del movimento abolizionista italiano, copre ancora una volta di ridicolo il nostro povero paese e spiega i nostri mali molto meglio di tante analisi.
    Trombonismo, arrivismo, sensazionalismo, incompetenza, disinformazione, dilettantismo: nulla dei mali che mandano a fondo l’Italia ci viene risparmiato in questo microcosmo.
    Non v’è una sola informazione fornita dai chicchiani che non sia inventata, distorta, manipolata o gonfiata. Nulla di quanto ci viene raccontato regge alla più superficiale delle analisi. Persino i dati sugli omicidi nella Miami Dade County sono balordi.
    Non è certamente con questo cazzeggio che si aiuteranno i 70 italiani nelle prigioni americane (uno nel braccio della morte) e non saranno certamente le vergognose idiozie sparate nei media italiani che apriranno uno spiraglio per Chico Forti.

  2. Il grande imbroglio.
    Chico Forti è un bugiardo, un truffatore e un assassino. Lo ha deciso, dopo un lungo e regolare processo, una giuria americana. Se lo si vuole innocente occorre produrre qualcosa che abbia una solidità ben maggiore di qualche facezia pseudogiuridica.

    Enrico Forti, che tutti chiamano Chico, ha preso in consegna la vittima Dale Pike alle 18.00 di domenica 15 febbraio 1998 e del poveretto si perde ogni traccia fino alle 18.00 del giorno dopo, quando in suo cadavere sarà rinvenuto per puro caso. Chico Forti non solo è completamente privo di un qualsivoglia alibi, ma mente fin dal primo momento. Alle 19.16 di quella sera telefona alla moglie da un posto vicinissimo a quello del crimine e le dice che Dale Pike non è arrivato. Menzogna che ripeterà più volte anche al padre della vittima e alla polizia. Oggi afferma di essersi fermato a una stazione di servizio dove Pike avrebbe fatto una telefonata e cambiato programma, ma Forti non si è mai minimamente preoccupato di rintracciarne il misterioso destinatario.

  3. Gli Stati Uniti sono, dagli Europei e soprattutto dagli Italiani, considerati la cima del mondo. Gli Stati Uniti, modello anche nell’amministrazione giudiziaria dai filmetti di Perry Mason in poi, sono quelli che hanno una particolare “simpatia” per gli Italiani, perlomeno dai tempi di Sacco e Vanzetti.

    Impagabile la frase: “Ho la sensazione, ali là di ogni ragionevole dubbio…”, che denota un alto senso della logica del linguaggio e dell’intrinseca “coerenza” di una frase. Se bastasse una sensazione per avere certezza, allora, guardando il celebre bastone nell’acqua, si avrebbe la “certezza” che sia rotto.

    Andate, andate negli USA a farvi una moderna “cultura”, fatevi pure istruire su come mandare in galera la gente sulla base di “sensazioni”. Non so se compatire di più noi Italiani, che abbiamo fatto degli USA un modello da imitare servilmente, oppure gli Americani, popolo dalla pistola facile. e dalla galera etnica.

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