Persino l’acclamato festival della canzone italiana, giunto alla sua 63a edizione, ha letteralmente invaso, accendendolo,  il dibattito politico attuale. Sanremo “non sarà la festa dell’Unità, non sarà un festival politico“, mette in evidenza il direttore di Rai1 Giancarlo Leone durante la conferenza stampa. “C’é una percezione sbagliata di un festival che vuol entrare a piedi uniti sulla politica. Non sarà così, avrete modo di giudicarlo“, conclude.

Le dichiarazioni “tutelanti” da parte dei vertici Rai emergono a fronte della polemica suscitata dall’ex premier Silvio Berlusconi, il quale ha severamente ribadito: “ Se il Festival di Sanremo diventa la festa dell’Unità credo che il 50 per cento degli italiani non pagherà il canone”.

“Ma quindi Berlusconi non ha ancora pagato il canone! Volevo ricordagli che c’é tempo fino al 28 febbraio per farlo senza incorrere in ulteriori sanzioni“, ironizza il conduttore Fabio Fazio, in commento alle esternazioni del cavaliere. Fazio ribadisce come Sanremo costituisca una vasta e prestigiosa vetrina, recriminando alle screditanti dichiarazioni emesse dal leader del Popolo della Libertà l’infelice tentativo di ricercare un’attenzione massmediatica ulteriore.


Il fondatore del Pdl, al contrario, punta sulla necessità, inascoltata, di rinviare l’intera kermesse: “Abbiamo difficoltà a comunicare in campagna elettorale a causa della parcondicio. E il Festival della canzone italiana diminuisce la possibilità a dieci giorni dal voto di comunicare con gli italiani“, commenta Berlusconi.

Dallo schieramento politico contrario si pronuncia sul tema il segretario Pd, Pier Luigi Bersani: “Io mi auguro che lascino stare il festival, è troppo nazional-popolare. Quanto al canone, Berlusconi ha campato sul dualismo Rai-Mediaset, non lo toglierebbe mai perché potrebbe cambiare qualcosa.Noi invece daremo un’occhiata all’antitrust per aprire il mercato“, afferma il democratico durante un intervento radiofonico.

Una tematica indubbiamente fortemente politicizzata negli ultimi anni, anche in ragione delle recenti riforme normative approvate al riguardo dalle “europeissime” Francia e Gran Bretagna, che attraverserà da protagonista la manifestazione musicale sarà quella sui matrimoni gay. “La musica da sempre è stata vicina alle grandi battaglie per i diritti (…). Senza dare alcun giudizio, penso che portare questa esigenza sul palco sia doveroso nel momento in cui questo tema è internazionale. Lo faremo con molta delicatezza”, si esprime così Fabio Fazio, in conferenza stampa, confermando per la prima puntata l’attestato intervento di una coppia omosessuale di Torino, in procinto di convolare a nozze a New York.

Il palco dell’Ariston pare ergersi, dunque,  a difesa dell’estensione equanime dei diritti civili, facendo leva su di un tema ancora tristemente ostracizzato nel nostro Paese. Stando alle parole scritte da Leoncarlo Settimelli, cantante e giornalista ideologicamente di sinistra scomparso pochi anni fa, nel suo “Tuttosanremo” , si apprende invece, a sorpresa, che il Festival della canzone nacque proprio per avvantaggiare quello che, correntemente, costituirebbe lo schieramento di centrodestra, venendo a rappresentare  un utile strumento di propaganda nazional-popolare nei confronti del rilancio della canzone italiana più tradizionale.

Settimelli riferisce anche di come, dopo la perdita di risalto internazionale dell’evento a partire dagli anni 70 del secolo scorso, esso fu rilanciato negli anni 80 in veste di accresciuto  tripudio di spettacolo anche e soprattutto per colmare il distacco segnato dalle reti private lanciate proprio da silvio Berlusconi. Singolare castigo, dunque, quello che oggi  Berlusconi paventa al prospetto della gestione sanremese Fazio-Litizzetto-Crozza, tentando di innescare la rivolta contro il “Festival dell’Unità”.

Le accuse che tacciano Sanremo come fulcro televisivo politicamente schierato si alternano ogni anno; basti citare i sollevamenti a sinistra che le celebrazioni destrorse sulla famiglia tradizionale  ed eterosessuale citate da una canzone di Povia di qualche anno fa, fecero scaturire unanimenente. Anche nel 2010 la vittoria di “Chiamami ancora amore” di Roberto Vecchioni, preannunciando la  fine del governo del Cav., fu ribattezzata come inequivocabile manifesto anti gelminiano, con conseguenti remore politiche.

Il Festival di Sanremo rimane dunque la quintessenza dei nostri tempi. Ciò che rimane alquanto dubbio, rispetto alle polemiche degli scorsi giorni, ha a che fare con la messa in discussione pseudo ideologica dell’evento canoro, proprio da parte di un contendente politico che si vede impegnato in campagna elettorale.


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