Agosto 2011. L’americana Standard & Poor’s, prima agenzia di rating al mondo per importanza, declassa l’affidabilità del debito sovrano degli Stati Uniti d’America. È la prima volta che gli USA perdono la “tripla AAA”, il massimo grado di garanzia per gli investitori. Non era successo nemmeno durante la crisi del ’29.

Ora l’Amministrazione Obama ha portato in tribunale il colosso del rating per responsabilità relative allo scandalo dei mutui subprime, origine della crisi finanziaria scoppiata con la bolla del mercato immobiliare USA nel 2008 che ha poi finito per contagiare il mondo intero e, in particolare, l’Europa. Nella fattispecie, il Dipartimento di Giustizia americano, presieduto da Eric Holden, ha chiesto un risarcimento di 5 miliardi di dollari: una cifra impressionante che, qualora dovesse essere corrisposta da S&P, sarebbe tale da azzerare i guadagni di diversi anni della sua attività, oltre a rappresentare il primo gravissimo danno all’immagine di quella che è considerata, fra le “tre sorelle” (assieme a Moody’s e Fitch), la “regina” del rating.

Cinque miliardi di dollari. Questo è l’ammontare dei danni che S&P avrebbe causato a banche, investitori istituzionali e piccoli risparmiatori con le proprie pagelle non corrispondenti al reale stato di salute finanziaria delle società monitorate. Una vecchia storia. Ma gli inquirenti federali hanno deciso di concentrarsi su un periodo limitato, gli 8 mesi da marzo ad ottobre del 2008, a cavallo dell’esplodere della crisi con il crac della Lehmann Brothers (le cui azioni era valutate con la tripla A fino al giorno prima dell’annuncio della bancarotta). Alla luce delle ricerche effettuate il Segretario Holden ha spiegato come “quasi ogni titolo che aveva come contropartita un credito verso i titolari di mutui, e che fu valutato con i crediti dalla S&P, non solo ebbe risultati molto inferiori ai rating, ma finì per fallire”.


Le ricerche del Dipartimento di Giustizia rivelano, con dovizia di prove (email, documenti interni, testimonianze) una realtà di corruzione diffusissima. I rating venivano sistematicamente comprati. Dalle indagini dei procuratori federali emergono casi di certi analisti di Standard & Poor’s che avrebbero voluto assegnare voti bassi ad alcuni titoli considerati a rischio di solvibilità, ma i cui pareri vennero regolarmente ignorati per l’intervento di dirigenti superiori che, attuando le linee dell’agenzia, li cestinavano “nell’interesse del business”.

Il tutto avveniva ai danni degli investitori, cui venivano venduti come sicuri ed affidabili titoli in realtà “tossici”, riempiti di crediti legati ai mutui subprime, inesigibili in quanto concessi senza alcuna reale garanzia. Senza contare che investitori particolari come i fondi pensione (alcuni dei quali arrivano a movimentare cifre di prima grandezza nel novero di centinaia di milioni quando non addirittura miliardi di dollari) sono obbligati per legge, negli Stati Uniti, ad investire solo in titoli considerati sicuri, e dunque con un rating elevato. Un inganno sistematico relativo al reale stato di salute delle società analizzate, durato anni ed anni e culminato, infine, con l’esplosione dell’enorme bolla speculativa sul mercato immobiliare.

Una conclusione che gli economisti più lungimiranti, in tempi non sospetti, avevano già previsto come inevitabile, poiché all’origine di tutto vi è un gigantesco conflitto di interessi. Le agenzie di rating sono infatti società private che svolgono la propria attività di indagine a scopo di profitto ma i cui giudizi, al tempo stesso, svolgono un ruolo fondamentale nel regolare i mercati finanziari. Il nodo da sciogliere sta tutto qui. E se nel settore privato il rating viene remunerato dalle stesse agenzie che richiedono l’esame, col rischio di avere un giudizio “tenero”, ecco invece che nel caso dei Titoli di Stato di molti Paesi, per cui il giudizio viene emesso gratis, troviamo valutazioni ultra-rigoriste. Abbiamo visto in Europa le conseguenze di questo stato di cose, con le agenzie di rating scatenate nel declassare ripetutamente i debiti pubblici degli Stati più esposti (Grecia, Spagna, Portogallo, Italia e persino Francia, cui sempre S&P ha tolto nel gennaio 2012 la tripla A), con la concreta possibilità, tra fine 2011 e prima metà del 2012, di far implodere l’intera Eurozona.

Dati gli intrecci tra loro, la maxi-causa federale della Casa Bianca contro S&P può innescare una catena di cause “satelliti” contro le altre due principali agenzie di rating, Moody’s e Fitch (che insieme a S&P detengono oltre il 90% delle valutazioni mondiali), e contro le grandi banche d’affari ad esse strettamente correlate, tre su tutte: Goldman Sachs, JP Morgan e Morgan Stanley. In relazione agli intrecci tra agenzie di rating e banche d’affari, gli inquirenti federali avrebbero allo studio diversi dossier relativi a clamorosi casi di “insider trading”: in poche parole, uomini delle agenzie comunicavano in anticipo a ristrette cerchie di “amici intimi” imminenti cambi nelle “pagelle”, dando loro l’occasione di realizzare in poche ore profitti per milioni di dollari.

C’è chi ha voluto vedere – a ragione – la “vendetta” di Barack Obama che, citando in giudizio S&P, la prima delle (finora) intoccabili agenzie di rating, avrebbe voluto dare fin dall’inizio del suo secondo mandato un chiaro segnale di quella che sarà la linea della Casa Bianca fino al 2016. Se nei primi quattro anni il primo Presidente afroamericano degli Stati Uniti era stato accusato, soprattutto dall’ala sinistra del Partito Democratico, di eccessiva timidezza nei confronti del potere finanziario, ora il messaggio è chiaro: le agenzie di rating, che della crisi esplosa nel 2008 sono non certamente le sole responsabili, ma certamente tra le formidabili complici, sono ora nel mirino dell’Amministrazione USA e non potranno più muoversi fuori da un quadro normativo (in parte già creato, in parte da potenziare) di regole e controlli. In una parola, non ci sarà più nessuno sconto per Wall Street.

Ricordate Occupy Wall Street? “Noi siamo il 99%”? Obama ora risponde, se non proprio al 99%, a quella stragrande “maggioranza silenziosa” di cittadini americani, a quella “Main Street” della gente comune contrapposta alla “Wall Street” tempio della finanza internazionale, in buona sostanza a quella “classe media” che dalla crisi dei derivati tossici e dei mutui subprime elargiti a garanzie zero è uscita duramente impoverita ed è tornata a votare per il Presidente chiedendo una limitazione dei poteri delle grande finanza.

In buona parte, una effettiva timidezza della prima Amministrazione Obama nei confronti di agenzie di rating, società di gestione dei fondi e grandi banche d’affari ci fu, motivata dal fatto che proprio questi soggetti finanziarono largamente la campagna elettorale del Presidente afroamericano, ravvisando in lui l’uomo che avrebbe – come effettivamente fu – “salvato il sistema”, apportandovi sì qualche “freno democratico”, ma gettando al tempo stesso le basi affinchè, una volta scongiurata la “tempesta perfetta”, le cose potessero tornare, sostanzialmente, come prima. Nel frattempo, in attesa che le acque si calmassero, essi avrebbero mantenuto un basso profilo.

Ma all’ultima campagna elettorale la grande finanza si è massicciamente schierata a fianco del candidato repubblicano alla Presidenza, Mitt Romney. E, puntando tutto su Romney in netta contrapposizione ad Obama, Wall Street ha perso, oltre al proprio candidato di riferimento, anche l’occasione di avere un Presidente quantomeno “neutrale”.

Obama, inoltre, è al suo secondo mandato e, come tutti i Presidenti americani giunti a questo punto, non ha più la preoccupazione di dover essere rieletto. Non ci sono più altre campagne elettorali da affrontare, non più nuove promesse da proporre all’elettorato, ma solo quelle già fatte da mantenere. Certo, la potenza di fuoco di Wall Street rimane comunque enorme. Ma essa non potrà più contare, in aggiunta a questa forza, su un inquilino accondiscendente alla Casa Bianca. Obama ha ora le mani molto più libere che durante i suoi primi quattro anni di governo, nonostante un Congresso spaccato (Camera ai Repubblicani, Senato ai Democratici), e in molti scommettono che vorrà dare piena attuazione alla Legge Dodd-Frank e costruire, a partire da essa e procedendo oltre, un sistema più efficace di regolamentazione dei mercati finanziari.

I primi segnali già si vedono. La Sec, l’ente federale statunitense di vigilanza di Wall Street (il corrispettivo dell’italiana Consob), è diventata l’authority di controllo sulle agenzie, decidendo una riduzione del ricorso ai rating in molti dei suoi regolamenti ed elaborando metodi alternativi per chi voglia investire in modo trasparente. La Dodd-Frank, inoltre, ha allargato anche il campo della responsabilità civile, dando modo agli investitori truffati che intendono rivalersi sulle agenzie di poterlo fare con una corsia preferenziale. Creato, infine, l’Office of Credit Ratings, interno alla Sec, deputato alla vigilanza sui rating emessi ed alla tutela degli interessi degli investitori.

Una sfida, quella di Obama, che, ben lungi da essere limitata ai soli Stati Uniti, ha di fatto una portata mondiale. Interessa in primo luogo noi Europei, alla ricerca di quella maggiore unità economica e – in ultimo – politica contro la quale proprio le grandi banche d’affari americane e le agenzie di rating hanno sferrato l’attacco più forte dai tempi della Seconda Guerra Mondiale.

Ma un “Obama europeo” appare, allo stato attuale, una chimera. Proprio quando la tempesta finanziaria pare allentare la sua presa e gli spread tornano a livelli meno preoccupanti, cresce l’euroscetticismo. La Gran Bretagna ha annunciato il suo referendum pro o contro Europa entro il 2016. La strada verso gli “Stati Uniti d’Europa”, oltre che irta di ostacoli, è ancora molto lunga.


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