Spending review passata di moda? Sicuramente sì, almeno a leggere i programmi delle principali coalizioni – o liste non apparentate – in previsione delle elezioni politiche 2013 del prossimo 24 e 25 febbraio.

Eppure, le prime, importanti ricadute della revisione di spesa varata nella scorsa estate dal governo Monti, con la supervisione del supercommissario ad hoc, Enrico Bondi, stanno emergendo proprio in queste settimane, con l’inizio del 2013.

Giustizia, sanità, pubblico impiego, scuola, lavoro: non c’è ambito che le lame “tecniche” di Mario Monti non abbiano sfiorato, con particolare rilevanza su tutte le voci inerenti la spesa pubblica.


Ora, invece, le forze in competizione alle prossime politiche, sembrano aver dimenticato questa formula che tanto spaventava lavoratori e contribuenti nelle notti di mezza estate.

Allora, per trovare traccia della spending review all’interno dei manifesti programmatici delle liste che si presenteranno alle prossime elezioni, bisogna ricorrere al concetto più vago di spesa pubblica, intendendo con ciò, il grande fardello che, insieme al debito pubblico, grava sulle spalle degli italiani.

Con un ammontare superiore agli 800 miliardi annui, la spesa pubblica è una delle voci che, sempre più spesso, finiscono sotto la lente di partiti e governi, i quali, con risultati altalenanti, per non dire fallimentari, cercano di porvi un freno senza però mai invertire di netto la tendenza.

Per sapere se la cura tecnica di Monti andrà a buona fine, bisognerà aspettare quantomeno il 2014: per il momento, accontentiamoci di sapere le prospettive di intervento per la riduzione della spesa pubblica che i principali partiti intendono mettere in pratica in caso di vittoria elettorale.

Centrosinistra: la coalizione guidata da Pier Luigi Bersani, che include Pd, Sel, Centro democratico e altre formazioni minori, citano come ricetta una “riqualificazione della spesa“. particolare attenzione viene destinata ad alcuni comparti chiave, come la scuola – cui si promette un incremento di risorse – e la pubblica amministrazione, la quale sarà sottoposta a dei veri e propri “piani industriali”, per contenere i conti e aumentare l’efficienza.

Centrodestra: 16 miliardi l’anno è la cifra che Silvio Berlusconi e i suoi alleati promettono di far risparmiare alle casse dello Stato in materia di spesa pubblica. Resta da capire in che modo: nel programma del Pdl non si accenna alla modalità in cui un esborso così sostanzioso sarà recuperato in soli 12 mesi. Più specifica, invece, la parte in cui viene affrontato il nodo dei cosiddetti “costi standard”, sui quali viene proposto un allargamento anche al budget per i dipendenti di Regioni e altri enti del pubblico. Riguardo ai dirigenti, invece, viene avanzata l’ipotesi di mansioni solo a tempo determinato, con funzionalità completa della mobilità obbligatoria tra gli statali.

Centro: Monti e la sua “Scelta civica” terranno fede a quanto già seminato con la spending review estiva, cercando di ottimizzare le risorse, sia quelle risparmiate che, in seconda battuta, quelle mantenute in bilancio di spesa pubblica.  Per questo, l’Agenda del premier uscente si impegna a continuare sullo schema di “riduzione e riqualificazione della spesa corrente”, affinché si realizzi una gestione compiuta del fabbisogno statale. Ciò che verrà tenuto in cassa per mezzo dei tagli alla spesa pubblica, nelle speranze della coalizione montiana andrebbe reimpiegato a favore di crescita e sviluppo.

Rivoluzione civile: il movimento di sinistra con candidato premier Antonio Ingroia, prefigge di lasciare indenni tanto la scuola pubblica quanto la sanità dalle tenaglie della spending. Punto fermo dell’azione del pm in aspettativa, sarà quello di punire evasori e corruttori, senza intaccare le necessità delle strutture sanitarie e “per la cultura”. Sul fronte dei compensi, viene riproposto – dopo che è stato accantonato dai governi già in carica – un limite a stipendi e pensioni dei dirigenti pubblici, dei rappresentanti in Parlamento e dei consiglieri regionali. Oltre allo scioglimento di tutte le Province, Ingroia e i suoi propongono di decurtare dal conto spesa statale 94 mila auto blu e 7mila Cda ritenuti superflui.

MoVimento 5 Stelle: come noto, uno dei punti fermi del programma di Beppe Grillo e dei suoi adepti è quello di ridurre drasticamente le spese statali, a cominciare da stipendi e vitalizi di parlamentari e dirigenti, senza dimenticare i capitoli all’ordine del giorno della soppressione delle Province e della cancellazione dei rimborsi elettorali. Inoltre, sul versante amministrativo, i 5 Stelle scrivono nel proprio programma che aboliranno tout court le Authority esistenti, per giungere, quindi, all’accorpamento degli enti comunali al di sotto dei 5mila abitanti. Spinta alla digitalizzazione delle pratiche burocratiche, per un rapporto diretto ufficio-cittadino.

Fare per fermare il declino: il partito-movimento con a capo il giornalista Oscar Giannino dedica ampio spazio al nodo della spesa pubblica, ritenendo plausibile una sua riduzione di 6 punti del Pil in massimo 5 anni, facendo leva sulle privatizzazioni, ma soprattutto sulla spesa primaria corrente. Per raggiungere questo obiettivo, verranno limati a partire dal 2015 il reddito del lavoro dipendente (-1%) e dei contributi sociali (-1,5%), da inquadrare in una manovra più ampia sul cuneo fiscale. Quindi, nel mirino i cosiddetti consumi intermedi, con obiettivo di riduzione fissato a un miliardo nel 2013 e poi a scalare nei due anni successivi, con crescita massima della spesa previdenziale a 1,9% annuo. Il piano di Giannino arriva a una riduzione di 12,2 miliardi nell’anno corrente, 24,5 per il 2014 e 39,6 miliardi di euro nel 2015.


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