Che il quadro politico fosse tornato indietro di diversi anni, lo si era capito con il ritorno in campo di Berlusconi, in vista di una contrapposizione tra il Cavaliere e l’ennesimo sparring partner di centrosinistra nella figura, stavolta, di Pier Luigi Bersani.

Ora, l’ipotesi di rinviare il Festival di Sanremo perché finirebbe per coincidere con la settimana pre-elettorale determina un’amara certezza a quanti avevano sperato, per un secondo, di aver chiuso una stagione tormentata: siamo ripiombati nella Seconda Repubblica, come un flashback che non sappiamo quanto potrà durare.

Cosa c’è di più tipico dell’età berlusconiana, infatti, dell’intervento a gamba tesa sui palinsesti televisivi in vista delle elezioni politiche? Nulla. Se il sistema politico a partire dal 1994 è stato incentrato di volta in volta su referendum pro o contro una figura al centro di continui turbinii partitico-giudiziari, la televisione ne è stato il palcoscenico prediletto.


Come dimenticare, infatti, le infinite polemiche scaturite dalla legge della par condicio, che da ormai vent’anni cerca di regolare – con esiti spesso tragicomici – l’esposizione delle forze politiche in vista delle votazioni?

Un principio se vogliamo anche condivisibile, ma di cui una democrazia compiuta nel terzo millennio dovrebbe tranquillamente fare a meno. Da noi, è accaduto l’opposto: si è fatta la legge e non la si è rispettata, tanto in Rai quanto nel Polo privato, come i numeri delle presenze in video dei vari leader certificano regolarmente dopo ogni chiamata elettorale.

La costante resta la solita: accendere il clima per ottenere lo stravolgimento dei programmi, togliere di mezzo qualche personaggio scomodo, produrre dei telegiornali-panino più soporiferi di un film in terza serata.

Ancora, le diatribe da tubo catodico con vista sulle urne hanno portato a esperimenti da terzo mondo mediatico, come, ad esempio, lo stop – poi rientrato – ai talk show prima delle regionali 2010, che avrebbe dovuto fermare la messa in onda di programmi come Annozero, Ballarò e Porta a porta.

Oggi, la polemiche attorno alla battuta di Luciana Littizzetto – “Berlusconi hai rotto il c…” – è l’evento che riporta indietro le lancette di anni che, solo poche settimane fa, sembravano dimenticati, quasi rimossi dall‘appeasement montiano e dalla prospettiva di una stagione nuova.

Niente da fare: Berlusconi è tornato e, con lui, l’eterna questione del servizio pubblico, ancora oggi espressione non delle diverse anime del Paese, ma dei partiti autonominati in Parlamento. Un corto circuito che rischia di avere la sua coda peggiore proprio nella fasi finali di questo che sembra ormai un modello antiquato di rapporto con l’elettorato, in piena epoca di internet e di social network.

Pensare che gli elettori possano farsi influenzare nelle loro intenzioni di voto da un programma nazional-popolare come il Festival di Sanremo è ai limiti dell’offensivo per una nazione che vuole dirsi moderna ed evoluta. E non basta: l’intento esplicito di spostare la gara canora è addirittura antistorico: cercare – si dice – di non togliere audience alle tribune elettorali, sermoni da tv preistorica di inizio anni ’80 che, oggi, non sposterebbero un voto neanche se il politico di turno dietro la scrivania si esibisse nel Gangnam style.

Certo, Fabio Fazio – conduttore del Festival 2013 – non ha mai nascosto le sue opinioni politiche e Luciana Littizzetto, stavolta, ha alzato un po’ troppo i toni, ricorrendo a una battuta da Bar Sport che ne ha messo in ombra il fulminante estro satirico.

Eppure, negli Stati Uniti, David Letterman e Stephen Colbert, due tra i più dissacranti conduttori di talk show seguiti da milioni di persone ogni sera, non erano in vacanza alle Bahamas la settimana precedente la rielezione di Obama.

Semplicemente, lì, come in tutte le democrazie compiute, il mezzo televisivo non è in mano a un ormai incancrenito duopolio trentennale, e dunque non c’è pericolo che l’esposizione di questo o quel personaggio possa in qualche maniera influenzare la contesa elettorale.

Ora, ci aspettano settimane di ammuina, tra la Commissione di Vigilanza che si esprimerà per rinviare il Festival dal 12 febbraio quantomeno al 26, per scongiurare l’incrocio fatale con le urne, in programma per il 17 o il 24.

Insomma, prepariamoci a nuovo atto di quella commedia d’avanspettacolo che è stato il rapporto media-potere nella Seconda Repubblica, dove troppo spesso si è dimenticato il fatto che spetta ai politici stessi impegnarsi per fornire meno argomenti ai comici, e non, come parecchi vorrebbero, l’inverso.

 


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