Quella di oggi è una data storica per il conflitto che, dopo la Seconda Guerra Mondiale, ha segnato più di ogni altro gli equilibri del mondo, cioè quello in corso in Medio Oriente tra Israele e Palestina.

Salvo sorprese, infatti, l’Assemblea Generale dell’Onu, in giornata, dovrebbe esprimersi favorevolmente per l’ingresso della Palestina come Stato non membro osservatore alle Nazioni Unite.

La questione, naturalmente, ha creato profonde divisioni nella comunità internazionale e l’Italia non si è smentita per il suo carattere tipicamente ondivago sulle questioni di politica estera.


A poche ore dal voto, sembra ormai certo che la rappresentanza italiana all’Onu finirà per astenersi, nella piena conferma di una cronica mancanza di coraggio e di assumere posizioni anche scomode in merito alle questioni dirimenti la pace internazionale.

Ma cosa implica la votazione di oggi? Si tratta solo di un pro forma, come ha punzecchiato il premier israeliano Nethanyahu, oppure siamo veramente a una svolta per il conflitto in Medio Oriente?

Intanto, va specificato quali popolazioni siano toccate dalla risoluzione oggi al voto. Nel documento, si specifica che a essere rappresentate al palazzo di Vetro saranno Cisgiordania, Gerusalemme Est e Gaza: insomma, i territori che non sono sotto l’autorità del governo israeliano.

Qui risiede, forse, il primo grande strappo diplomatico: per Israele, riconoscere Gaza tocca un nervo scoperto, dopo le recenti operazioni militari portate avanti nella striscia, con relative critiche annesse alle vittime civili coinvolte. A governare, nell’area di Gaza, è infatti l’organizzazione fondamentalista di Hamas, che non riconosce il diritto all’esistenza dello stato israeliano.

Ma quel che più infastidisce Nethanyahu è senza dubbio il richiamo, secondo questo preciso schema geopolitico di riconoscimento, ai confini anteriori 1967, secondo quanto auspicato dalla Dichiarazione d’indipendenza della Palestina: un vero smacco per le prerogative israeliane, in quello che viene letto come un colpo di spugna a decenni di lotte.

Secondo gli ultimi conteggi, a pronunciarsi favorevolmente all’ingresso della Palestina come osservatore, saranno 132 Paesi sui 193 rappresentati in assemblea.

In appoggio all’istanza presentata dal vertice dell’Anp, Abu Mazen, figurano anche Francia, Spagna, Russia e Cina. Contrari alla risoluzione, tra gli altri, Stati Uniti, Germania, naturalmente Israele, e Canada, con la Gran Bretagna che potrebbe avallare il documento in extremis se il nuovo Stato rinunciasse a partecipare ai lavori del Tribunale penale internazionale.

Già, perché in ballo non c’è solo il riconoscimento di uno status giuridico con funzione di rappresentanza: se arriverà il sospirato sì per la Palestina, da oggi, il nuovo Stato non-membro dell’Onu avrebbe comunque facoltà di partecipare alla stesura di Convenzioni e Trattati internazionali.

Il ministro degli Esteri Giulio Terzi, intanto, commenta così la risoluzione, confermando “il sostegno alla statualità palestinese, che risale già al 1980 ed è stato rafforzato costantemente con il tempo. Ma, allo stesso tempo, vogliamo che emerga e sia riaffermato il convincimento della comunità internazionale del diritto alla sicurezza di Israele“.

La posizione italiana, seppur condivisibile nella sostanza, riflette l’incapacità di staccarsi da blocchi di influenza prestabiliti che per ragioni di realpolitik hanno la meglio anche a fronte di analisi non ideologiche.

Sempre più osservatori del conflitto israelo-palestinese sono infatti concordi nel ritenere come unica via d’uscita, quella dei due Stati contigui, che ribadisca il diritto di Israele a vivere in sicurezza.

Ma ciò che più deprime, di fronte a questa giornata storica, è la spaccatura profonda tra Paesi membri dell’Unione europea, che dimostra ancora una volta come il centro di decisione degli scenari internazionali sia ormai fuori da un vecchio continente,  immerso nelle sue beghe interne, tra  speculatori finanziari con i canini in vista e sovranità limitate: un organo, oggi, del tutto ininfluente sul fronte della diplomazia mondiale.

 


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