La Conferenza dei capigruppo del Senato dice sì al carcere per i cronisti con la lingua tagliente e menzognera. Ma ha bisogno di una pausa di riflessione: deve capire se il ddl sulla diffamazione deve traghettare per il purgatorio o bruciare all’inferno. Ed è meglio spedirlo all’inferno, dice Vita del Pd, perché «sbagliare è umano ma perseverare è diabolico». E certamente «Non ci sono più le condizioni politiche per andare avanti», aggiunge la Finocchiaro. Anche il Pdl è inquieto, ma il “segreto dell’urna” gli nasconde almeno i rossori di fronte a parenti e amici. E sì, «tutto sommato sarebbe meglio che restasse la legge che c’è» si avrebbero «meno complicazioni e meno polemiche».

Mazzatorta, vicepresidente del gruppo del Carroccio, in aula dice parole sensate: “Stiamo dicendo che l’onore di una persona è di scarsa importanza e merita una mera pena pecuniaria… la cosa più grave, e mi rivolgo ai colleghi del Pd, è che stiamo facendo una legge ad personam. Ma ancora più grave è che è una legge ad personam che annulla una sentenza della Cassazione con cui è stata confermata la decisione dei giudici d’appello sul caso Sallusti… è una sentenza che chiarisce in maniera ineccepibile perchè sia giustificata la pena detentiva“. Con questa legge “facciamo il quarto grado di giudizio“.

Non posso dargli torto, Mazzatorta ha proprio ragione.


Il buon Gasparri invece vuole fare il sarto. Vuole cucire un emendamento su misura per Sallusti: un emendamento che esclude il carcere per il direttore responsabile che non ha scritto l’articolo diffamatorio. Più preciso di così! L’amico è stato condannato con sentenza passata in giudicato per un articolo non scritto da lui. E certo, «Il Parlamento deve farsi carico del caso del direttore Sallusti che finisce in carcere». Ma questa rivendicazione , che farebbe meritare a Gasparri l’onore delle armi, è una vera e propria peste: è quella vecchia malattia che ha ammorbato chi ha problemi con la giustizia e anche chi ha problemi con chi ha problemi con la giustizia. Intanto Berselli annuncia: «Sto studiando due proposte di modifica da presentare all’emendamento della Lega già votato. Sto cercando di capire se si può fare». Ma che studia a fare? Forse ha ragione Li Gotti: «Può studiare quello che vuole… Non è il punto, ma il “puntone”. C’è un grosso rischio di incostituzionalità». E così anche chi sta studiando, proprio perché sta studiando, davvero non ha scienza della giustizia di tutti. E il diritto diventa un patto tra persone di miserabile potere che edificano principi e princìpi al di fuori e al di sopra del popolo. E non ci raccontino più, per favore, la storiella dell’arbitrio del giudice. Ci raccontino, per favore, dell’oscuro intrigo e delle pericolosissime leggi cecate che guardano solo alla spocchiosa superiorità di pochi.

La ministra Severino spera e spera, ma spera in una discriminazione: «Il mio auspicio è che possa riprendere il dibattito parlamentare che porti a un consolidamento della linea dell’esclusione del carcere e un miglioramento delle misure a garanzia sia del diritto-dovere di informare, sia del diritto di riparazione, come la rettifica». E con lei sperano molti senatori di maggioranza, convinti come sono che il il testo che potrebbe sfornare il Senato «sarebbe meglio della legge attuale» dato che rende il carcere alternativo ai soldi e riduce la pena fino a un anno piuttosto che da uno a sei anni. Basta sentirli per capire in quale misero confine ci hanno relegato.

E penso alle parole di Sciascia, che di cose di giustizia si intendeva, “Tutti i nodi vengono al pettine. Sì, quando c’è il pettine“. E noi non abbiamo un pettine. E noi abbiamo tanti nodi.


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38 COMMENTI

  1. Chiarissimo e Carissimo Professore
    ho letto dopo avere schiacciato i cattivi pensieri con il mio marranzanu e il tuo malarruni i “commentini” e non ho pensato a Sallusti mediatico e privilegiato ma alle diverse voci della stessa legge che canta poco con le voci afflitte a cui è negato anche il diritto di difendersi e se è vero che non si risponde al torto con il torto per evitare il linciaggio e i roghi nelle piazze è anche vero che il princìpio vale anche per il tuo verduraio e per il mio calzolaio e però il reo ha diritto alla pena perché di diritto umano si tratta e di diritto che riconferma l’umanità del reo e mi chiedo se non sia trappola per topini coscienziosi e porte aperte per i Sallusti senza axia

  2. Chiarissimo Professore
    non sono ancora pensionabile e per questo ogni tanto mi gingillo meravigliandomi alla vista di carrubi iblei e ulivi saraceni e agavi augurali e tessendo centrini e bevendo vinello
    fermo e rosso come la topolino di Paolo Conte e però non dimentico le pandette e la roba dell’avvocatare e la D&G che non è dolce come cannoli e cassate di terra mia bedda e Tu la disconosci perchè cosa che non si indossa consumandosi all’ombra della legge e con il consenso della legge e la senti pungere come ferita che non cicatrizza e grazie a Te che
    mi richiami al dovere di essere terrestre terrona che dall’ingiustizia sperimentata ricava il Buon Diritto

  3. E continua a lasciarmi perplesso la decisione del procuratore della Repubblica pubblico ministero
    Bruti Liberati, nell’udienza di convalida dell’arresto per evasione davanti al giudice per le direttissime Carlo Cotta del tribunale di Milano, di vietare ai giornalisti riprese fotografiche e filmiche.

    L’art. 127 cpp dispone sì al comma 6 che l’udienza in camera di consiglio si svolga senza la presenza del pubblico, ma non a pena di nullità, come invece per le disposizioni contenute nei commi 1 e 3 e 4 a norma del comma 5. È questione delicata, ne sono consapevole, tenendo pure conto di due fatti: (a) che il pubblico ministero e i difensori sono sentiti solo se compaiono, con la conseguenza di una possibile mancanza di contraddittorio in violazione dell’art. 111 della Costituzione; (b) che in alcuni tribunali è invalsa la prassi di ammettere i giornalisti nell’aula dove si procede alla convalida dell’arresto, ed è ovvio che parlo dei tribunali che conosco.
    Che tutte le udienze debbano celebrarsi in pubblico si desume dall’art. 101 comma 1 della Costituzione: «La giustizia è amministrata in nome del popolo», come chiarito da Corte Cost. 24 luglio 1986 n. 212. E che tutte le udienze debbano celebrarsi in pubblico lo dice tra l’altro l’art. 6 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali: «Ogni persona ha diritto a che la sua causa sia esaminata […] pubblicamente».

    Mi pare un principio assoluto, questo, che deroghe non tollera. Ma se ne potrà discutere in questo blog, quando i penalisti puro sangue saranno tornati dal Palio di Siena. ci sarà un altro post d’apertura che non mi faccia andare «fuori tema». E però, fin d’ora non riesco a immaginare come sia legittimo che un procuratore della Repubblica pubblico ministero possa in dibattimento sostituirsi a un giudice nella cd. disciplina dell’udienza. Non a torto Calamandrei chiamava il pubblico ministero ««giudice non imparziale e avvocato senza passione».

    Postilla 1.

    R. von Jhering, «Lo scopo nel diritto» [1872], a cura di M. Losano, Einaudi, Torino 1972, p. 282: «Non si può essere parte ed imparziale ad un tempo».

    F. Nietzsche, «Aurora» [I ed. 1881; II ed. 1887], IV, 413 [«Gli accusatori privati e pubblici»], trad. di F. Masini, in «Opere», a cura di G. Colli e M. Montanari, V, I, «Aurora e frammenti postumi (1879-1881)», Adelphi, Milano 1964, p. 208: «Osserva bene chiunque accusa e inquisisce, – in questo egli rivela il “suo” carattere: e per la verità ha non di rado un carattere peggiore di quello della vittima, dietro al delitto della quale egli si trova. L’accusatore pensa in tutta innocenza che chi combatte un crimine e un malfattore debba già di per se stesso essere un carattere buono o esser considerato come tale, – e così si lascia andare, vale a dire dà fuori».

    Postilla 2.

    Scusa Angela, ma con cosa ti stai gingillando, con quel rudimentale strumento sonoro che in Calabria si chiama «scacciapensieri»?

  4. Pure il peggiore delinquente è «persona» e pure a lui si deve riconoscere la stessa «dignità» che si riconosce a chi non delinque. Lo dice l’articolo 3 comma 1 della Costituzione: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale».

    E invece, sulla stampa di centrosinistra i cui titoli appropriati sarebbero per me di sinistra e non di centrosinistra «La guerra contro AS e il suo cadavere» o «AS moribondo dato in pasto ai lupi della Sila», dell’articolo 3 comma 1 della Costituzione spesso non si tiene conto e spesso lo si vanifica e lo si mortifica, spesso così vanificando e mortificando quel garantismo che fu luminosa conquista dei filosofi e dei giuristi fieri avversari dello Stato assoluto e poi della Rivoluzione francese e poi della Resistenza, e spesso così giungendo al limite della diffamazione di un diffamatore.

    L’escamotage di Edmondo Bruti Liberati e Guido Brambilla lo trovo assurdo in punto di diritto: non mandiamo in carcere AS perché sovraffollerebbe le carceri già di per sé sovraffollate e mandiamolo invece alla detenzione domiciliare anche se da lui non richiesta.

    E mi lascia perplesso la decisione di Bruti Liberati, nell’udienza di convalida dell’arresto per evasione davanti al giudice per le direttissime Carlo Cotta del tribunale di Milano, di vietare ai giornalisti riprese fotografiche e filmiche.

    Che c’era di tanto segreto che i giornalisti non potevano fotografare e filmare?

    C’era qualcosa di recondito che i giornalisti non dovevano documentare con foto e film?

    E documentare con foto e film non rientra nella professione dei giornalisti e nel diritto di ciascuno di noi ad avere dai giornalisti le massime informazioni possibili?

    O i giornalisti si devono limitare a fotografare e filmare la nuova frangetta di Kate Middleton e il suo nuovo vestito verde intenso, il tutto nobilitando con le parole straniere «brushing glamour» sconosciute all’omino di media cultura antropologica come sconosciute gli sono le parole «spread» e «spending review»?

    E poteva Bruti Liberati, procuratore della Repubblica appartenente alla magistratura inquirente o alla pubblica accusa o agli avvocati dell’accusa che dir si voglia e dunque parte processuale alla pari con l’avvocato della difesa, vietare ai giornalisti riprese fotografiche e filmiche?

    O questo divieto con tanta di motivazione non spettava piuttosto al giudice Cotta, appartenente alla magistratura giudicante e dunque non parte processuale ma nella sua terzietà «super partes»?

    È probabile che le Crociate contro AS, attizzando gli animi e anzi le pulsioni primordiali e irrazionali degli animi in cui i linciaggi e i roghi sulle piazze e anche i linciaggi e i roghi sulle piazze dei cadaveri sono sempre pronti a esplodere, consenta a un blog o a un quotidiano o a un settimanale o a un mensile o a una trasmissione televisiva di avere più frequentatori e commentatori e più tifosi divisi tra la liberazione di Gesù e Barabba davanti a Pilato. Solo che le Crociate e i linciaggi e i roghi sulle piazze e il vociare della folla per Barabba libero e Gesù condannato sono se non sbaglio l’antitesi della legalità democratica e ricordano se non sbaglio i tempi in cui il delinquente pur dopo la condanna per sentenza andava sbeffeggiato e deriso e coperto di sputi e bestemmie come se fossero suonate le trombe di un’Apocalisse furente di alte fiamme e di filo spinato e di ferri acuminati: il delinquente non più uomo o uomo di ogni «dignità» privato e perciò oggetto e non soggetto, il delinquente come perverso facitore di un peccato oltre che di un reato.

    La Costituzione sta morendo sta morendo sta morendo, «falling down falling down falling down», in questa nuova «Waste Land» o «Terra guasta» più che «Terra desolata» che l’Italia sta diventando o è diventata anche per penuria di cultura giuridica garantista e abbondanza d’incultura giuridica di stampo Santa Inquisizione?

    Postilla.

    Scusa Angela, ma ti sei messa in pensione e ti gingilli tra agavi e carrubi e centrini punto a croce al tombolo e vinello e sigarette e cannoli e babà e cassate?

  5. Il personalissimo e infuriato attacco contro Sallusti della stampa di centrosinistra a me sembra che con il diritto non c’entri proprio niente e che anzi contrasti con quel principio giuridico che fu dell’Illuminismo e anche di Hegel: «Chi delinque ha diritto alla sua pena».
    In punto di diritto, Sallusti è stato condannato a 14 mesi di reclusione. E in punto di diritto, che c’è di strano se Sallusti vuole andare in carcere? Ha chiesto forse la detenzione domiciliare?
    La detenzione domiciliare la si chiede con apposita istanza: se il condannato è in libertà, la si chiede al pubblico ministero che ha disposto la sospensione dell’esecuzione della pena e il pubblico ministero la trasmette al tribunale di sorveglianza competente che fissa l’udienza.
    Come se la sono cavata Edmondo Bruti Liberati e Guido Brambilla? Se la sono cavata ricorrendo alla legge 17 febbraio 2012 che è legge di conversione del decreto legge 22 dicembre 2011 n. 211, il cd. decreto svuota carceri. E dandone una loro interpretazione che non condivido: «In un sistema democratico non si può imporre ciò che un imputato non vuole. C’è però in questo caso l’interesse dell’ordinamento ad intervenire per motivi di sovraffollamento carceri».
    Il sovraffollamento delle carceri non sarebbe certo aumentato in maniera chiassosa e scandalosa con Sallusti in carcere. Una persona in più in carcere non fa alcuna differenza, ogni giorno che passa le nostre carceri diventano sempre più sovraffollate.
    Dove allora «l’interesse dell’ordinamento ad intervenire per motivi di sovraffollamento carceri»? Non lo si vede punto per il semplice motivo che non ricorre. E invece si vede che «in sistema democratico» è stata imposta a Sallusti una misura alternativa al carcere che Sallusti non ha mai voluto e non vuole.
    Bruti Liberati e Brambilla hanno inteso adottare un provvedimento «ad personam»? Un provvedimento per favorire Sallusti e non per favorire lo sfoltimento delle carceri dal loro sovraffollamento?
    Messo alla detenzione domiciliare non voluta, Sallusti ha violato gli obblighi imposti dalla detenzione domiciliare non voluti: reato d’evasione e arresto convalidato e di nuovo detenzione domiciliare e di nuovo Sallusti che durante la convalida dell’arresto «spera» d’andare in carcere pur dichiarando che rispetterà gli obblighi imposti dalla seconda detenzione domiciliare e processo per direttissima fissato il 6 dicembre prossimo.
    Si faceva prima a mandarlo in carcere dopo la sentenza di condanna definitiva della Cassazione. E così si sarebbe rispettata la sua volontà e di conseguenza il suo diritto a scontare la pena inflittagli evitando a Bruti Liberati e a Brambilla di spedirlo d’ufficio alla detenzione domiciliare con la scusa, e di una scusa per me si tratta e non di un’argomentazione in punto di diritto, che le carceri sono già troppo affollate ed era inutile affollarle ancora con un altro detenuto ed era meglio per un solo detenuto in più nelle carceri sacrificare quella volontà e quel diritto.
    Volete continuare a crocifiggere Sallusti per farne un Cristo in Croce chiamandolo probabile eversore o reale e patentato eversore dell’ordine democratico? Volete che il Sallusti mediatico continui a trarre benefici per la sua immagine che nella società dell’immagine o dell’apparenza è già gonfia come una grande mongolfiera che alla grande veleggia nei mari grandi della carta stampata e della televisione e delle comunicazioni via web?
    Fate. In punto di diritto, tutto ciò non ha alcun interesse. Tutto ciò è politica e non informazione e non giuridica valutazione dei fatti. Tutto ciò è moralismo feroce da lupi della Sila assetati di sangue e non etica e non etica del diritto e non «ars boni et aequi».

  6. Ieri giovedì 29 novembre 2012 TMNews ha riferito le parole pronunciate da Sallusti nella trasmissione «La Zanzara» su Radio24: «Mi risulta che Bruti Liberati abbia ricevuto forti pressioni e indicazioni dal presidente Napolitano e dal ministro Severino di evitare a qualsiasi costo di mandarmi in carcere perché sarebbe un’immagine che l’Italia non potrebbe sostenere in campo internazionale».

    Vere o false queste parole?

    Se vere, in punto di diritto ci sarebbe stata un’indebita interferenza di Napolitano e della Severino su Bruti Liberati e un’indebita sottomissione di Bruti Liberati a Napolitano e alla Severino, con grave scardinamento dell’autonomia e della leale collaborazione tra i poteri dello Stato come previste dalla Costituzione: roba illecita con tanto di possibili sanzioni secondo il nostro ordinamento giuridico.

    Se false, in punto di diritto ci sarebbe stata da parte di Sallusti la commissione di un altro reato o di più reati in concorso: offesa all’onore e al prestigio del presidente della Repubblica e vilipendio della Repubblica e delle istituzioni costituzionali e dunque della magistratura e diffusione di notizie non veritiere o tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico.

    Per la mia scarsa attitudine a navigare su internet, non trovo smentite del Qurinale e del ministero della Giustizia e della procura di Milano. E magari ci saranno. E le troverò al mio ritorno se Angela la Capitana della Nave o qualche commentatore vorrà nel frattempo darmele.

    Nel manoscritto del «Libro dei giustiziati» di Ferrara, che comprende l’elenco di quelli che furono sottoposti alla pena capitale tra il 1441 e il 1577, la prima pagina reca la seguente dicitura: «Gente a cui si fa notte innanzi sera». È ovvio che non è più tempo di pena capitale: con la sua abolizione, la pena di morte ha subíto la morte di una pena. Ma non vorrei che il diritto annottasse prima della sera, e annotta prima della sera quando pur in linea con la Costituzione rimane inerte o per così dire «sommerso».

    Postilla.

    Desidero ringraziare la collega chiarissima professoressa Maria Serena Mazzi, ordinaria di Storia medievale presso l’Università di Ferrara, che un paio d’anni fa mi spiegò con mio profitto alcune cose del suo bel libro «“Gente a cui si fa notte innanzi sera”. Esecuzioni capitali e potere nella Ferrara estense», Viella, Roma 2003.

  7. In punto di diritto, secondo me ha sbagliato Bruti Liberati nel ritenere che in base al cd. decreto svuota carceri ricorressero a favore di Sallusti «le condizioni per l’esecuzione della pena detentiva presso il domicilio» e motivando che si tratta di pena inferiore a 18 mesi e che non c’è pericolosità sociale a carico del condannato e che il domicilio della Santanché è idoneo. Non nelle motivazioni sta secondo me lo sbaglio. Secondo me lo sbaglio sta nel provvedimento assunto d’ufficio da Bruti Liberati: a norma di legge, manca infatti la richiesta dei domiciliari da parte di Sallusti e questa richiesta è condizione di procedibilità per assegnargli i domiciliari.

    In punto di diritto, il magistrato di sorveglianza deve respingere il provvedimento di Bruti Liberati.

    Se non lo respingerà avremo secondo me due decisioni contra legem: la prima di Bruti liberati e la seconda del magistrato di sorveglianza.

    Il che è preoccupante.

    Ed è anche preoccupante la nota diffusa dal Quirinale e riportata dall’Ansa di ieri mercoledì 28 novembre 2012: Napolitano e la Severino si sono incontrati e «hanno convenuto sulla esigenza di modifiche normative in materia di diffamazione a mezzo stampa, tenendo conto delle indicazioni della Corte europea di Strasburgo, non escludendo possibili ricadute concrete sul caso Sallusti».

    Siamo ancora allo Statuto Carloalbertino, quando il capo dello Stato partecipava alla formazione delle leggi?

    Siamo giunti al diritto blablaistico o al diritto fai-da-te?

    E perché Napolitano, invece di inviare messaggi motivati alle Camere come da Costituzione, ha inviato a Filippo Berselli un messaggio per invitare al rispetto della Costituzione in occasione della quarta edizione del «Salone della Giustizia»?

    E perché Napolitano promulgò la legge 15 luglio 2009 n. 94 sul cd. pacchetto sicurezza e per esprimere le sue perplessità di ordine costituzionale scrisse una lettera di 5 pagine a Berlusconi presidente del Consiglio e a Maroni ministro dell’Interno e ad Alfano ministro della Giustizia e per conoscenza ai presidenti del Senato e della Camera, quando è noto che per Costituzione il presidente della Repubblica se ha dubbi sulla costituzionalità di una legge deve rinviarla alle Camere?

    E intanto, nel blablaismo del diritto o del diritto fai-da-te, i nostri figli prima «choosy» ora per la Fornero sono «viziatelli» e non trovano lavoro e i lavoratori perdono il lavoro e gli affamati muoiono di fame com’è giusto che muoiano gli affamati e domenica 18 novembre 2012 è morta di fame a 43 anni Isabella Viola lasciando alla pietà del quartiere Furio Camillo a Roma i 4 figli orfani.

    Postilla.

    Da domani sarò due o tre giorni fuori Cáscina e così non vi annoierò per quei due o tre giorni con i miei commenti in punto di diritto, tecnico e spesso noioso il diritto essendo e nessuno ci colpa.

  8. In punto di diritto, a Sallusti è stato applicato l’articolo 13 della legge 8 febbraio 1948 n. 47 che prevede due pene cumulative e non alternative secondo lo schema dell’«et-et», la reclusione più la multa: «Nel caso di diffamazione commessa col mezzo della stampa, consistente nell’attribuzione di un fatto determinato, si applica la pena della reclusione da uno a sei anni e quella della multa non inferiore a lire 500.000», la somma espressa in lire essendo stata poi rivalutata in euro. E a Sallusti non è stato applicato l’articolo 595 comma 3 del codice penale, che prevede due pene alternative e non cumulative secondo lo schema dell’«aut-aut», o la reclusione o la multa: «Se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a euro 516».

    Il principio giuridico è infatti: «Lex posterior derogat priori». E in questo caso la legge posteriore del 1948, pur emanata a ridosso della Costituzione, è meno liberale della norma precedente contenuta nel codice Rocco promulgato con Regio Decreto 19 ottobre1930 n. 1398 e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 26 novembre 1930 n. 251 supplemento ordinario ed entrato in vigore l’1 luglio 1931.

    In punto di diritto, nonostante la bocciatura dell’articolo 1 del disegno di legge sulla diffamazione, la pena cumulativa e non alternativa della reclusione più la pena della multa è rimasta per gli eventuali giornalisti che diffamino.

    In punto di diritto, non capisco l’esultanza di Vincenzo Vita e di Silvia Della Monica e di Anna Finocchiaro dopo quella bocciatura. Il primo: «Il caso è chiuso. Abbiamo vinto, è la morte non accidentale di una porcata». La seconda: «Muore una legge inutilmente liberticida e gravemente incostituzionale». La terza: «È morto così. Basta così».

    In punto di diritto, non è «morto» un bel niente: (a) la legge illiberale del 1948 è ancora in vigore; (b) il presidente Schifani ha solo «sospeso» i lavori e non ha chiuso il cantiere non potendolo chiudere.

    In punto di diritto, per evitare il ping pong tra l’aula del Senato e la commissione Giustizia e il can can sul caso Sallusti cominciato con le dichiarazioni di Napolitano, l’emendamento avrebbe dovuto recare: «È abrogato l’articolo 13 della legge 8 febbraio 1948 n. 47 e dal comma 3 dell’articolo 595 del codice penale sono espunte le parole “la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni».

    Gridino pure «vittoria e vittoria» e alla Churchill alzino l’indice e il medio di una mano quelli che pensano che non ci sia più il carcere per gli eventuali giornalisti che diffamino. C’è, eccome. È dal 1948 che c’è. E delle due, l’una: o costoro non conoscono il diritto o temono che tirare in ballo una legge emanata a ridosso della Costituzione sia una sorta d’offesa alla Resistenza, mentre non lo è perché la legge 8 febbraio 1948 n. 47 fu emanata durante il IV governo De Gasperi 31 maggio 1947 – 23 maggio 1948 sostenuto dalla Dc e dal Pli e dal Psli e dal Pri, quando già si stava procedendo allo smantellamento della Resistenza.

    Questa è storia. E questo è il diritto in vigore, cari Vita e Della Monica e Finocchiaro. Il resto è blablaismo.

    Postilla.

    Dal viareggino e mezzo pisano Mario Tobino, «Il Clandestino», Mondadori, Milano 1962, ma scritto nel periodo della lotta partigiana e consegnato perché i tedeschi e i repubblichini non lo distruggessero a un professore antifascista dell’Università di Pisa e mio Maestro di filosofia del diritto, Vincenzo Palazzolo, comunista togliattiano e non tenero allora con i comunisti di centro e moderati:

    Fu un amore amici
    che doveva finire;
    credemmo che gli uomini fossero santi,
    i cattivi uccisi da noi,
    credemmo diventasse tutta festa e perdono,
    le piante stormissero fanfare di verde,
    la morte premio che brilla
    come sul petto del bambino
    la medaglia alle scuole elementari.
    Con pena, con lunga ritrosia,
    ci ricredemmo.
    Rimane in noi il giglio di quell’amore.

  9. Qui si continua a tacere che fu Napolitano ad invocare una legge ad personam per Sallusti, facendo il nome e il cognome del beneficiario. Modus operandi: berlusconiano. E l’unico giornalista che non tacque fu se non sbaglio Francesco Merlo, che alla linea editoriale di Repubblica pro Napolitano non si piegò.

    Io non conto, perché giornalista non sono. Ma per quel poco che conta la mia opinione in questo blog, intendo accennare ad alcune «anomalie costituzionali» del comportamento di Napolitano, vere e proprie «anomalie costituzionali» sembrandomi.

    [1.] Per anni Napolitano ha promulgato senza rinviarle alle Camere le leggi ad personam volute da Berlusconi, e ancora sono vive e vegete grazie al governo Monti e alla bislacca maggioranza che lo sostiene con il Pd dentro.

    [2.] Per anni Napolitano ha esternato urbi et orbi più di Cossiga e mai alle Camere si è rivolto con un qualche messaggio motivato e neppure per il ddl diffamazione alle Camere si è rivolto.

    [3.] Per anni Napolitano ha fatto finta che non esistesse la cd. legge Sturzo 13 febbraio 1953 n. 60 sulle incompatibilità parlamentari di chi ricopre cariche sociali o controlla società che siano a vario titolo sovvenzionate dalla Stato o si avvalgano di concessioni pubbliche statali: un modo per non mettersi contro Berlusconi.

    [4.] Dopo aver creato con Monti un suo governo, ha in sostanza governato, Monti sempre al Quirinale prima di entrare a palazzo Chigi per le decisioni importanti da assumere in Consiglio dei ministri, e ha in sostanza legiferato pretendendo di metter bocca sulle leggi da varare e suggerendo linee e dettagli, e ha in sostanza interferito nel potere giudiziario per il caso dell’amico Mancino tramite l’amico D’Ambrosio e contro la procura di Palermo e non contro la procura di Firenze se l’è presa per via di alcune intercettazioni che la procura di Palermo avrebbe già dovuto e ora dovrebbe distruggere violando il codice di procedura penale.

    [5.] Napolitano ha deciso la data delle elezioni amministrative scavalcando palazzo Chigi a cui per legge questa decisione compete, e volentieri Monti si lasciato scavalcare, e Scalfari, noto tifoso di Napolitano e Monti, si è limitato a scrivere che c’è stata «qualche improprietà marginale», il minimo che potesse scrivere.

    [6.] Napolitano ha deciso che Monti senatore a vita è ineleggibile e che non è designabile come presidente del Consiglio in una lista politica per le prossime elezioni alle porte, e il pur cauto Corriere della Sera è stato costretto a definire questa decisione «inusuale e irrituale».

    [7.] Ma dove sta scritto nella Costituzione che un senatore a vita non possa capeggiare una colazione che lo indichi ad eventuale presidente del Consiglio?

    [8.] E dove sta scritto nella Costituzione che un senatore a vita non possa aspirare a un seggio da deputato? L’art. 65 comma 2 della Costituzione stabilisce: «Nessuno può appartenere contemporaneamente alla due Camere», nel senso che se un cittadino è eletto tanto a palazzo Madama quanto a Montecitorio ha da optare per l’uno o per l’altro. E però non stabilisce che a un senatore a vita sia impedito di diventare deputato lasciando al momento della proclamazione dei risultati elettorali la carica di senatore a vita.

    Se Napolitano pensi a un Monti bis, non lo so. Il mestiere dell’indovino non è il mio mestiere. E solo constato con tragico timore che il can can su Sallusti ha cominciato a suscitarlo Napolitano tra l’indifferenza o la compiacenza della stampa. E solo constato con tragico tremore che il presidenzialismo o il semipresidenzialismo di fatto inaugurato da Napolitano è un’offesa assai grave alla Costituzione che non tollera alcuna personalizzazione di alcun potere dello Stato.

    Postilla.

    Credo d’aver esercitato il mio legittimo diritto di critica. Ed esercitando il mio legittimo diritto d’informazione scussa scussa, riferisco senza commentare le parole pronunciate dal giornalista e saggista russo d’origine lituana Daniel Estulin su Rai2 di venerdì 26 ottobre 2012: «Il vostro nemico è Mario Monti. È un traditore della nazione italiana, dovrebbe essere messo in prigione. […] In Italia, persone come Mario Monti, che sanno esattamente quello che sta succedendo nel mondo, distruggeranno l’Italia apposta».

  10. La legge Alfano è una cosa e un’altra cosa è la legge Severino, se non altro perché la prima dà la possibilità di scontare ai domiciliari la pena della reclusione residua o unica di 12 mesi e la seconda eleva questi 12 mesi a 18 mesi.

    In comune le due leggi hanno una precondizione di cui un pubblico ministero deve tener conto nel valutare se esistono le condizioni per concedere i domiciliari al posto della reclusione. E la precondizione è: che ne faccia richiesta il condannato.

    Bruti Liberati ha proceduto d’ufficio e il suo pool è insorto in punto di diritto, tanto che lui ha avocato a sé l’intero procedimento dell’esecuzione della pena e così ha messo a tacere l’opinione dissenziente del suo pool.

    La legge consente una simile avocazione.

    E però, all’omino di media cultura antropologica suona strano che i magistrati della procura di Milano interpretino la legge Severino chi un modo e chi un altro e quasi vengano ai ferri corti. L’omino di media cultura antropologica crede infatti che i Palazzi di Giustizia non siano solo Palazzi con quattro mura e un tetto, ma siano Palazzi dove la Giustizia è amministrata senza guerre tra i magistrati.

    Che accadrà se il magistrato di sorveglianza, all’esito della sua istruttoria, darà ragione o torto a Bruti Liberati?

    Se gli darà ragione, la precondizione della richiesta del condannato salterà ancora una volta. Se gli darà torto, Bruti Liberati ne uscirà bocciato e si terrà la bocciatura. E nessuno griderà allo scandalo, se non l’omino di media cultura antropologica, e già lo sento dire: «Ma santo cielo, con che razza di magistrati abbiamo a che fare e le loro diverse decisioni non rendono incerto il certo e non trattano il diritto come fosse un ferro rovente torcibile a piacimento da un fabbro sull’incudine e non vi siete annoiati continuando a parlare di Sallusti e non sarebbe meglio lasciarlo solitario nella sua arroganza e nel suo delirio di onnipotenza?».

    E se raccontassimo all’omino di media cultura antropologica che il magistrato Francesco Vigorito, consigliere di «Area» e quindi di «Magistratura democratica» e di «Movimento» al Csm ha perorato la causa di Daniela Della Pietra per la nomina a magistrato di sorveglianza a Santa Maria Capua Vetere e componente il collegio del tribunale di sorveglianza di Napoli perché «è più opportuno politicamente piazzare una giovane collega napoletana di area ad un posto direttivo, sia pur di rilevo minore»?

    Stralunerebbe l’omino di media cultura antropologica: «È così che funzionano le cose al Csm con a capo il Presidente della Repubblica?».

  11. Oggi martedì 27 novembre 2012, la ministra Severino ha dimostrato ancora una volta quanto a lei poco interessi una legge sulla diffamazione: «Spero in una normativa più moderna e più adeguata ai tempi».
    Appunto, «spera». Ma niente ha fatto. Se non occuparsi di una legge delega che dà 12 mesi di tempo al governo per emanare un decreto legislativo delegato che stabilisca la priorità dei domiciliari sul carcere per condanne non superiori a 4 anni di reclusione. E quale il governo da qui a 12 mesi? È l’ennesima strategia del rinvio, a cui la Severino è abituata e vorrebbe abituarci. Ma che legge delega e legge delega, la Severino avrebbe dovuto intervenire con un decreto legge.
    Oggi martedì 27 novembre 2012, improvvisandosi giurista, alcuni giornalisti soffrono di questo vizio, Sallusti ha detto a «Mattino Cinque» che la decisione di Bruti Liberati è sbagliata perché avrebbe dovuto mandarlo in carcere e non ai domiciliari. E non sa Sallusti che l’iter non si è concluso.
    Pur tra i nasi storti del suo pool, Bruti Liberati ha applicato il cd. decreto svuota carceri che però prevede che i domiciliari al posto dei 18 mesi di reclusione siano concessi su richiesta del condannato e Sallusti questa richiesta non l’ha avanzata. E spetterà al magistrato di sorveglianza Guido Brambilla compiere un’istruttoria e pronunciarsi sulla legittimità dei domiciliari a Sallusti.
    Oggi martedì 27 novembre 2012, in conferenza stampa a Bruxelles, la commissaria europea per la Giustizia Viviane Reding si è rallegrata per il voto contrario del Senato all’articolo 1 del ddl diffamazione: «Adesso non ci sarà più il carcere per i giornalisti».
    E invece il carcere per i giornalisti in Italia c’è ancora, se diffamano. Strano che la Reding non lo sappia, molto strano.
    Oggi martedì 27 novembre 2012, la Stampa ha dedicato mezza della sua pagina 17 a descrivere la casa della Santanché, 900 metri quadri con piscina coperta e letto king size.
    Troppa pubblicità gratuita e senza argomentare in punto di diritto si sta dando a Sallusti e alla Santanché per non commendevoli ragioni di vendita dei quotidiani e delle riviste dell’audience televisiva.
    E intanto, in tanto fragore mediatico, tanto c’è da criticare la stampa di ogni colore che oggi, martedì 27 novembre 2012, ha relegato al rango di notiziola il caso di una contessa 92enne di Merate che ha dovuto aspettare ben 7 anni per ottenere una sentenza da un giudice di pace in materia di diffamazione.
    La mala giustizia dei nostri giudici, ed è mala giustizia impiegare 7 anni per emettere una sentenza di primo grado, è probabile che interessi a pochi e che alla stampa di ogni colore non renda.

  12. E il bello è che i famosi giudici della Cassazione onnipotente e onnisciente continuano a ritenere la reputazione offesa mediante diffamazione in termini di considerazione sociale dell’onorabilità, vale a dire nei termini del sentimento che una determinata collettività ha di un determinato soggetto.
    E siccome il mio verduraio non è il giudice Cocilovo, la reputazione del giudice Cocilovo conterebbe più della reputazione del mio verduraio. Il mio verduraio è un poverazzo poco stimato per il mestiere che fa. Il giudice Cocilovo, diamine, è un giudice.
    La legge è uguale per tutti: una delle menzogne dei farisei del diritto. Ai quali non nocerebbe leggere due romanzi diversi eppure molto simili: «Morte dell’Inquisitore» di Leonardo Sciascia 1967 e «Il formaggio e i vermi» di Carlo Ginzburg 1976.
    Al mio verduraio ho detto di firmarsi d’ora in poi «Josef K.».
    Postilla 1.
    Ho qualche dubbio di carattere costituzionalistico che ieri il Pdl sia stato battuto, perché la sua non partecipazione al voto consentita dal Regolamento del Senato proprio ieri ha impedito che l’articolo 1 del ddl diffamazione passasse e che l’intero provvedimento non fosse sospeso. E ho qualche dubbio di carattere procedurale che Bruti Liberati abbia spedito Sallusti ai domiciliari ritenendo il carcere misura troppo rigida. In effetti, Bruti Liberati altro non ha fatto se non applicare il cd. decreto svuota carceri. E non è finita: deve ancora pronunciarsi il magistrato di sorveglianza sui domiciliari di Sallusti.

  13. Postilla.

    In un paese civilizzato e non astioso come mi pare sia il nostro, dovremmo tener conto che a volte certe «cose» non sono né di destra né di centro né di sinistra, solo «giuste» in sé e per sé essendo.

  14. E dunque l’aula del Senato, seguendo le norme del suo Regolamento e non perché Schifani sia intervenuto in maniera anticostituzionale sui votanti, ha bocciato l’articolo 1 del ddl diffamazione. Con conseguente «sospensione» dell’esame dell’intero testo: in punto di diritto, «sospensione» e non «morte».

    Il Pdl non ha partecipato al voto e la sua non partecipazione è stata decisiva per l’esito finale. Come decisivo è stato il voto contrario espresso in segreto da alcuni esponenti di destra, come con onestà ha riconosciuto Vincenzo Vita del Pd: «Una bella manciata di senatori della destra».

    Mai per Berlusconi, io. E però mi permetto di ripetere che il cliché antiberlusconiano a me sembra logoro, almeno qualche volta, e poche ore fa logoro si è rilevato al Senato.

    Cosa accadrà dopo per la normativa ancora vigente sulla diffamazione con il mezzo della stampa, è difficile prevederlo. Credo che se ne parlerà alla prossima legislatura. E spero che il prossimo governo non rimanga latitante su una materia delicata che ha a che fare con due valori costituzionali: la dignità della persona e la libertà di stampa.

  15. L’AS mediatico deve finire.

    L’emendamento pro carcere per i giornalisti, nel caso un cui diffamino, con AS non c’entra niente: ha ricevuto da poche ore l’ordine di arresto ai domiciliari emanato in tempo dalla procura di Milano che ha tenuto conto del decreto «svuota carceri» in legge convertito, e l’ultima parola sul tipo di pena da scontare spetterà al magistrato di sorveglianza. E però, non posso dimenticare che il ddl diffamazione nacque anche, a firma di Chiti e Gasparri, per salvare Sallusti. E contro l’art. 21 della Costituzione e scardinando la logica sistemica dell’art. 595 del codice penale nacque.

    Possibile che Chiti non si sia consultato prima con gli esperti in diritto del Pd?

    Possibile. Forse, non probabile.

    Vannino, Vannino, ammesso che tu mi legga, prendi queste mie perplessità per quello che sono: non alla tua persona rivolte e rivolte invece a un partito che quando tu cominciasti la tua militanza non era il partito di oggi con la Rosy Bindi ed Enrico Letta di spirito democristiano dotati e non era come oggi è la replica ammodernata del partito di Turati o del partito di Saragat.

    Non costa niente augurarsi che il Senato faccia il classico «passo indietro». Se lo farà, nelle forme previste dal suo Regolamento che è norma di rango costituzionale e nelle forme previste dalla Costituzione dovrà farlo e non come si potrebbe fare al mercato o all’osteria.

    Certo, ormai è tardi per chiedere alla Severino di fare il classico «passo indietro», la legislatura è agli sgoccioli. Lo chiesi tante volte, oggi non posso per quel realismo politico che la scienza della politica mi ha insegnato è che non è la Realpolitik da Lukács smascherata. Oggi posso solo segnalare che la Severino non è intervenuta con tempestività sul finanziamento dell’80% erogato dal suo Ministero per pagare l’affitto e le spese di un sontuoso palazzo a Venezia con 100 finestre e vista piazza San Marco per tre giudici di pace, totale euro 2,6milioni l’anno a favore delle proprietarie Assicurazioni Generali. Né è intervenuta con energia per accelerare o sfoltire i 9milioni di giudizi penali e civili pendenti all’inizio del 2012.

  16. Sarebbe un buon auspicio e rispettabile che i senatori dicessero «scusate ci siamo sbagliati». Ma a norma di Costituzione l’iter di formazione di una legge non lo consente e solo consente di chiedere che sia «sospesa» la discussione e rinviata a miglior tempo anche senza determinazione di un termine perentorio per la ripresa della discussione. E la richiesta di «sospensione» c’è già stata da parte della Finocchiaro e di Li Gotti, la prima con argomenti più politici che giuridici e il secondo con argomenti più giuridici che politici, ed è stata bocciata e l’emendamento Berselli è passato e ora si attende il voto dell’aula sull’art. 1 del ddl diffamazione, un voto segreto si attende come preannunciato dalla Finocchiaro. L’eventuale reiterazione della richiesta di «sospensione» incorrerebbe nella facile obiezione del «ne bis in idem».

    La stampa di centrosinistra se la prende con il Pdl e la Lega. Vi aggiungerei però Rutelli e quelli del Pd che si sono astenuti o che al voto non hanno partecipato o che hanno votato il carcere per i giornalisti. E vi aggiungerei il latitante governo Monti e la latitante Severino e il silenzio di Napolitano.

    Non darei tanto credito a Maroni se ha detto che «per i reati d’opinione non si va in galera». Nel nostro ordinamento non esistono i reati d’opinione, esistono i reati d’ingiuria e diffamazione e vilipendi vari espressi mediante un’opinione offensiva nei limiti invalicabili del «bene giuridico protetto» e del «principio d’offensività». E sempre che un giudice riconosca che uno di questi reati si sia consumato, e si sa che non sempre i giudici usano medesimi parametri per giudicare su una medesima materia, tanto che un mio amico brasiliano mi ha scritto qualche giorno fa che ogni processo è paragonabile a una «Casa da Sorte», tradotto in italiano a una «Lotteria». Un esempio recente: Moggi, che pur sembrava aver leso l’onore di Zeman in pubblico dichiarando che non sa allenare una squadra di calcio, se l’è cavata con l’assoluzione, mentre il mio verduraio che in pubblico dichiarò che un suo cliente è un imbecille patentato perché compra e non paga ha subíto una condanna.

    Può il presidente del Senato Schifani «invitare i suoi colleghi a non votare la legge»? A norma di Costituzione, non mi pare proprio che possa, per il ruolo super partes che deve mantenere e per il rispetto che deve alle libere decisioni del Senato. A norma di Costituzione, un tale «invito» spetta solo al presidente della Repubblica se si decidesse d’inviare un messaggio motivato alle Camere.

    Non si sottovalutino per cortesia la responsabilità del ««governo assente». In aula e fuori dell’aula. Non a caso, sabato 24 novembre 2012, a margine dell’ottava edizione del «Premio internazionale di giornalismo Maria Grazia Cutuli» presso il teatro Sangiorgi di Catania, la Cancellieri se n’è lavata le mani: «Giornalisti in carcere? Aspettiamo, lasciamo lavorare il Parlamento».

    È Godot che aspettano la Cancellieri e la Severino e Monti?

  17. Caro Professore,
    è vero i “reati d’opinione non esistono e l’opinione diventa un reato solo se ingiuriosa o diffamatoria o se in un altro reato entra, dal vilipendio alla bandiera e alle istituzioni costituzionali al vilipendio al cadavere e ai sepolcri o alle tombe”. E buono è il Tuo pensiero sulla assai triste vicenda “Odiffredi”. Ed è bello il ricordo di Saramago, l’amico Tuo dai versi belli che con amore fluviale hai tradotto senza punti fermi e semifermi e virgole.
    Il paradosso si fa sempre più strada nella nostra italietta di carta. Le argomentazioni di Odiffredi si possono condividere o non condividere purché, come lui stesso ricorda, si rispetti l’aforisma di Voltaire “detesto ciò che dici, ma didenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo”. Ma Repubblica forse non ama Voltaire e lascia liberi dall’odiosa censura solo chi
    accoglie supino le sue idee di libertà.
    Grazie, Domè

  18. I reati d’opinione non esistono e l’opinione diventa un reato solo se ingiuriosa o diffamatoria o se in un altro reato entra, dal vilipendio alla bandiera e alle istituzioni costituzionali al vilipendio al cadavere e ai sepolcri o alle tombe – giusto per esemplificare.

    Questo nel nostro ordinamento giuridico. Ma il nostro ordinamento giuridico, in forza dell’art. 2 della Costituzione che tutela le «formazioni sociali» chiamate dalla dottrina anche «corpi intermedi» e anzi le privilegia rispetto all’«uomo […] come singolo» perché là «si svolge la sua personalità», consente che al suo interno vivano più piccoli ordinamenti giuridici purché non illeciti e non contrari allo spirito democratico che ha da soffiare in ogni angolo della Repubblica: non Hans Kelsen con il suo statalismo e invece, almeno in parte, Benedetto Croce e Santi Romano.

    Anche un’impresa giornalistica, regole interne possedendo, è un piccolo ordinamento giuridico. Ed è accaduto, non sono certo il primo io a dirlo, che Repubblica abbia cancellato dopo 24 ore il post d’apertura «Dieci volte peggio dei nazisti» scritto da Piergiorgio Odifreddi nel suo blog «Il non senso della vita»: proteste dei lettori al blog di Odifreddi affezionati e del blog di Odifreddi commentatori a centinaia.

    Pur con tinte forti e si sa che senza le tinte forti il dibattito in un blog è destinato a scemare e a trasformarsi nei famosi «mi piace» o «non mi piace» tipici del «to chat-ciarlare» di face book o del «to twit-cinguettare» di twitter, Odifreddi una sua opinione si era limitato a esprimere sul conflitto tra Israele e la Palestina, i suoi maestri José Saramago e Noam Chomsky essendo: «In questi giorni si sta compiendo in Israele l’ennesima replica della logica nazista delle Fosse Ardeatine. Con la scusa di contrastare gli “atti terroristici” della resistenza palestinese contro gli occupanti israeliani, il governo Netanyahu sta bombardando la striscia di Gaza e si appresta a invaderla con decine di migliaia di truppe. Il che d’altronde aveva già minacciato e deciso di fare a freddo, per punire l’Autorità Nazionale Palestinese di un crimine terribile: aver chiesto alle Nazioni Unite di esservi ammessa come membro osservatore! Cosa succederà durante l’invasione, è facilmente prevedibile. Durante l’operazione Piombo Fuso di fine 2008 e inizio 2009, infatti, compiuta con le stesse scuse e gli stessi fini, sono stati uccisi almeno 1400 palestinesi, secondo il rapporto delle Nazioni Unite, a fronte dei 15 morti israeliani provocati in otto anni (!) dai razzi di Hamas. Un rapporto di circa 241 cento a uno, dunque: dieci volte superiore a quello della strage delle Fosse Ardeatine. Naturalmente, l’eccidio di quattro anni fa non è che uno dei tanti perpetrati dal governo e dall’esercito di occupazione israeliani nei territori palestinesi. Ma a far condannare all’ergastolo Kesserling, Kappler e Priebke ne è bastato uno solo, e molto meno efferato: a quando dunque un tribunale internazionale per processare e condannare anche Netanyahu e i suoi generali?».

    Bene. Trascorse 24 ore, la direzione di Repubblica o chi per lei ha deciso che l’opinione di Odifreddi andava cancellata con la spugna della censura: immagino 24 di pensamenti e di ripensamenti dedicate a giudicare se l’opinione di Odifreddi fosse o non fosse conforme alla «linea editoriale» del giornale che per vendite ha da tempo superato il Corriere della Sera.

    Bene. Ho conosciuto di persona José Saramago e Noam Chomsky, persone di grande onestà intellettuale e fermo il primo nel biasimare il modo con cui l’Unione Europea è nata e fermo il secondo nel biasimare la politica degli Stati Uniti d’America specie in campo internazionale: sbaglierò, eppure nei libri di Odifreddi e nei suoi post ho sempre trovato lo spirito antidogmatico di José Saramago e Noam Chomsky.

    Bene. Odifreddi, con un annuncio quieto, ha chiuso il suo blog.

    Bene. Si può dissentire dalla matematica e dalla matematica applicata di Odifreddi e si può dissentire dal suo ateismo razionalista condiviso da Margherita Hack e si può dissentire dalla sua filologia che l’ha condotto ha scorgere nel «cristiano» un «cretino» sulla base del francese «chrétien | crétin».

    Bene. Non resta che prendere atto delle regole interne di quel piccolo ordinamento giuridico che l’impresa Repubblica si è data e che i giornalisti di Repubblica devono rispettare, pena la spugna della censura.

    E però, mi sembra che non di rado a sopprimere gli spazi di libertà di opinione siano proprio le imprese giornalistiche, con la conseguenza che o segui con buona dose di compiacenza la loro «linea editoriale» o per una modesta deviazione dalla loro «linea editoriale» sei fuori e ti metti a badare al giardino di casa tua.

    Giusta la lotta per la libertà di stampa contro il Senato e contro l’assenza del governo e contro eventuali ordini illegittimi di perquisizione emanati dai pubblici ministeri nei confronti dei giornalisti e contro eventuali modalità illegittime di perquisizione da parte della polizia giudiziaria. E mi chiedo: è meno giusto criticare un giornale che a un suo giornalista o comunque a un suo collaboratore o a un suo blogger impedisce d’esprimere le proprie opinioni?

    Postilla 1.

    Apprendo ora che, secondo una circolare del ministero retto dalla Severino, da dicembre in poi, se non si troveranno i fondi per rinnovare il contratto con la DigitPa, i verbali d’udienza li si devono scrivere a mano, sempre che no si tratti di «udienze penali nei processi con rito direttissimo, con imputati in stato di fermo o detenzione, ovvero nei procedimenti in cui si decide in merito a provvedimenti restrittivi della libertà personale»». Ma non si era adoperato il governo Monti a introdurre nei rapporti tra cittadini e pubbliche amministrazioni la telematica e non si era vantata la Severino del processo tematico? Alla Severino ha risposto non a torto il presidente della corte d’Appello di Firenze Fabio Massimo Drago: «Il rischio vero è, dal primo dicembre, che il servizio venga proprio interrotto, raddoppiando o triplicando i tempi dei processi».

    Postilla 2.

    Alla corte d’Appello di Bologna solo venerdì 23 novembre 2012 i giudici hanno messo mano e occhi a una sentenza di primo grado emessa nel 2002 contro uno spacciatore arrestato in via Savenella nel 1998, ventenne allora. E perché scritta con grafia indecifrabile dalla giudicessa Aurelia Del Gaudio hanno dichiarato improcedibile la causa rinviandola al giudice di primo grado. Senza generalizzare: a quale responsabilità saranno chiamati questi giudici della mala giustizia e dipende sempre dagli avvocati se alcuni processi vanno al macero per intervenuta prescrizione?

    Postilla 3.

    angela bruno
    20 novembre 2012 alle 18.02

    Cara Angela di Vittoria Comune,

    è la corte di Cassazione che ha confermato la sentenza della corte d’Appello ritenendo che AS sia responsabile non per omesso controllo ma per dolo e nesso di causalità nella diffamazione del giudice Cocilovo. E io non sono né la Cassazione né l’Appello. E in diritto penale sono poi un povero mestierante mulo che si arrabatta come può, all’«ammuzzu» spesso. A dire il vero, pensavo che sul tuo post d’apertura sarebbero intervenuti penalisti puro sangue. Staranno tutti a Siena allenandosi per il Palio? Se sì, andrò a trovarli. E ora ti lascio e continuo a leggere il libro di Giuseppe Barone e Giuseppe Vecchio «Il diritto all’istruzione come “diritto sociale”. Oltre il paradigma economistico», Esi, Napoli 2012. Me l’ha inviato con affettuosa dedica l’affettuoso Pippo 28 prossimo Rettore 30 e lode.

  19. L’approvato emendamento Berselli è o non è incostituzionale perché in contrasto con l’art. 3 comma 1 della Costituzione «discrimina» la diffamazione compiuta da un comune cittadino dalla diffamazione compiuta da un giornalista in completo concorso o in concorso incompleto con il suo direttore?

    Dispone l’art. 595 commi e 2: «1 Chiunque, […] comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a euro 1.032. 2 Se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato, la pena è della reclusione fino a due anni, ovvero della multa fino a euro 2.065». E qui tralascio le piccole modifiche apportate in tema di multa dall’art. 113 della legge 24 novembre 1981 n. 689 e dall’art. 52 comma 2 lettera a) del d.lgs. del 28 agosto 2000 n. 274.

    La domanda è: se il mio verduraio diffama, e certo la sua diffamazione non ha l’eco che invece ha la diffamazione con il mezzo della stampa, può andare in carcere o fino a un anno o fino a due anni. Con l’approvato emendamento Berselli il carcere per il giornalista che diffama è di un anno e il direttore del giornalista la fa franca anche se con dolo abbia agito.

    Tutto questo per chiarire in punto di diritto la normativa attuale sulla diffamazione e la normativa che s’intende introdurre con l’approvato emendamento Berselli se lunedì prossimo avrà il voto finale favorevole dell’aula del Senato.

    Tutto questo per dire ««no» al carcere per i giornalisti e «no» al carcere per il mio verduraio. Un’eventuale disparità di trattamento tra i giornalisti e il mio verduraio sarebbe un vulnus recato alla Costituzione e mi pare che già tanti vulnera la Costituzione abbia subíto.

    Immagino l’obiezione: «Ma l’onore, ma l’onore di una persona non va tutelato?». Rispondo: «C’è proprio bisogno del carcere venti ore su ventiquattro su sudice brandine per i diffamatori e per l’eventuale diffamatrice Angela Bruno e per l’eventuale diffamatore mio verduraio e non bastano le multe anche aumentate e il risarcimento del danno non patrimoniale per il diffamato secondo il paradigma del “diritto penale leggero”?».

    Postilla 1.

    Stando all’approvato emendamento Berselli, per non andare in carcere un giornalista potrebbe non firmare il suo articolo diffamatorio, punito con il carcere solo il giornalista firmatario dell’articolo essendo. E anche questo, in punto di diritto, non mi torna.

  20. E va bene, nella stampa di centrosinistra siamo ancora all’AS mediatico e non lo si vuol proprio seppellire e anzi più visibilità gli si vuol dare e più propaganda gli si vuol fare e manca solo che in una qualche piazza di Roma, non in Campo dei Fiori per cortesia, gli si eriga una bronzea statua con lui lancia in resta a cavallo.

    E va bene, nella stampa di centrosinistra siamo ancora all’elogio incondizionato della Finocchiaro: anche per lei lancia in resta una bronzea statua a cavallo in una qualche piazza di Roma?

    Eppure al gioco del ping pong la Finocchiaro non ha mancato di giocare, come da Adnkronos di mercoledì 7 novembre 2012: «Il ritorno in commissione Giustizia del ddl sulla diffamazione si rende necessario per “asciugare” il testo, renderlo più snello. Si tratta di un “espianto”, visto che troppe aggiunte sono state fatte da maggioranze occasionali, che impedirebbero al mio gruppo di votare l’articolo 1. È stata una decisione indispensabile perché il testo all’esame dell’aula non corrisponde ad un progetto condiviso».

    Eppure la Finocchiaro, dopo il voto segreto chiesto con un quorum di molto superiore a quello previsto dal regolamento del Senato, non ha mancato di dire che alcuni senatori del Pd è probabile che abbiano infoltito la schiera dei franchi tiratori, come da Il Mondo di mercoledì 14 novembre 2012 che sintetizza un’intervista rilasciata a Repubblica: «Voglio essere onesta fino in fondo, non escludo affatto che qualcuno del Pd abbia votato l’emendamento leghista a voto segreto».

    L’immagine del «binario morto» usata dalla stampa di centrosinistra è della Finocchiaro, come documentabile scorrendo la stampa di questo mese di novembre. Repubblica, Carlo De Benedetti ed Eugenio Scalfari benedicenti, l’ha fatta sua. E ha fatto sua l’immagine, sempre della Finocchiaro, della «legge Frankenstein». E così sembra che la Finocchiaro detti pure le immagini a Repubblica.

    Eppure già il senatore Raffaele Lauro del Pdl, come da Asca di martedì 20 novembre 2012: «Il provvedimento sulla diffamazione a mezzo stampa è diventato una barzelletta parlamentare. È morto e neppure il miracolo di Lazzaro lo resusciterà». Ma guai a citare in positivo uno del Pdl su Repubblica, si evocherebbe satana.

    L’«ultima gabola» l’ha inventata Filippo Berselli, e pazienza se nella stampa di centro sinistra si legge che l’hanno inventata «quelli del Pdl», e pazienza se la Finocchiaro ebbe parole di elogio per Berselli, sempre come da Asca di martedì 20 novembre 2012: «Il testo del relatore era un punto di equilibrio prezioso».

    È vero, come dice la stampa di centrosinistra: «Questo Parlamento, per fortuna», è «giunto ai suoi ultimi mesi di vita». Ma è anche vero che di questo Parlamento in prossima scadenza è parte la Finocchiaro ed è parte il Pd che per un bislacco accordo con il Pdl ha sempre sostenuto il governo Monti specie in occasione dei tanti voti di fiducia richiesti e non da ultimo il voto di fiducia richiesto per la fallimentare legge sulla corruzione e intanto si profila all’orizzonte il nuovo parto di quel bislacco accordo, il mantenimento dell’attuale legge elettorale con lievi ritocchi in grado di trasformare il porco della «porcata» nel bue di una «boiata».

    È vero che c’è da rallegrarsi che questo Parlamento stia avviandosi al capolinea. Ma almeno per me è anche vero che c’è da rallegrarsi che l’intero governo Monti stia avviandosi al capolinea, con la Severino che nessun problema della giustizia e delle carceri ha saputo risolvere.

    Giusta la lamentela della stampa di centrosinistra che l’art. 3 della Costituzione sia stato considerato «carta straccia» dal Senato. Ma Repubblica, Carlo De Benedetti ed Eugenio Scalfari benedicenti, invocherà l’art. 3 della Costituzione quando si dovrà discutere della responsabilità civile diretta dei magistrati?

    Giusto è lamentare la mala legislazione. Ma altrettanto giusto è lamentare la mala giustizia se documentale caso per caso e dunque senza generalizzare.

    Non tutti si chiamano Carlo De Benedetti che nel 1993 in piena Tangentopoli ammise d’aver pagato tangenti ai partiti allora al governo per 10miliardi di lire, sì, 10miliardi di lire, con lo scopo d’ottenere un appalto dalle Poste Italiane e la procura di Roma lo arrestò e nella stessa giornata lo mise fuori libero in spregio dell’art. 3 della Costituzione, giacché la procura d Roma credo si sarebbe comportata in maniera diversa con il mio verduraio e il mio pesciaio e il mio barbiere e il mio amico facchino all’angolo della strada e in carcere li avrebbe tenuti in attesa di giudizio come tanti cittadini comuni sono da anni in carcere in attesa di giudizio.

    E non si dolga troppo Repubblica per la prescrizione non allungata in materia di reati di particolare gravità, Carlo De Benedetti proprio della prescrizione avendo usufruito per alcuni capi d’imputazione a lui ascritti. Mi ricorda Emma Marcegaglia che sparò ad alto zero sulla proposta del condono edilizio, dopo averne usufruito ai tempi di Berlusconi.

    È che a me la «doppia verità» non è mai piaciuta, nemmeno quando Palmiro Togliatti, era nato una Domenica delle Palme, sbarcò lunedì 27 marzo 1944 a Salerno dopo che l’Unione Sovietica aveva riconosciuto il governo Badoglio e una «doppia verità» ai suoi compagni disse e comincio da lì l’ossimoro del «partito di lotta e al contempo di governo».

    Postilla.

    Anche questi righini li avevo scritti qualche giorno fa. Ma non m’era riuscito inserirli in questo blog: come mi ha spiegato Giová, il sistema era andato il tilt. E nessuno ci colpa.

  21. Complimenti ad Anna Finocchiaro.

    Era contro il voto segreto e ora è a favore: «È vero sono stata io […] Ebbene stavolta il voto segreto lo chiediamo noi».

    Ma non sa la Finocchiaro magistrata del concorso batte botte, il più difficile del mondo secondo molti magistrati che glorificarsi amano e credono di appartenere a un potere senza responsabilità, che tutto ciò che è «segreto», il «segreto di Stato» compreso, non si addice alla democrazia che invece ha da navigare in un tremare di mari trasparenti?

    Ma lo ha studiato Gramsci, la Finocchiaro?

    E gli Atti dell’Assemblea costituente e la Costituzione rientrano tra le letture della Finocchiaro?

    E della lezione etica di Enrico Berlinguer, la Finocchiaro che ricorda?

    La Finocchiaro come prima Rutelli per il voto segreto. E Bersani per Papa Giovanni a suo modello, e a suo modello il cardinal Martini per Vendola.

    Il famoso centrosinistra mi pare più centro che sinistra. Mi auguro che almeno non si sposti a destra, noti i rapporti tra D’Alema e Berlusoni essendo.

    Buona fortuna a tutti, ne abbiamo bisogno.

    Postilla 1.

    Confesso: in tanta tristezza, a me sta passando la voglia di commentare.

    Postilla 2.

    Anche questi righini li avevo scritti qualche giorno fa. Ma non m’era riuscito inserirli in questo blog: come mi ha spiegato Giová, il sistema era andato il tilt. E nessuno ci colpa.

  22. [1.] Calcolo dei voti: 122 a favore dell’emendamento Berselli e 111 contrari e 6 astensioni.

    [2.] Perché il sottosegretario alla Giustizia, in rappresentanza del governo, si è limitato a motivare il suo parere negativo «per ragioni tecniche» non altrimenti specificate e avrà così obbedito all’ordine generico e in punto di diritto non argomentato della scuderia Monti-Severino che sul ddl diffamazione ha preferito rimanere in silenzio e inerte?

    [3.] Perché Silvia Della Monica si è astenuta e Gerardo D’Ambrosio non ha partecipato al voto e con lui non hanno partecipato al voto molti suoi colleghi del Pd?

    L’incostituzionalità dell’emendamento approvato e che lunedì prossimo sarà sottoposto al voto conclusivo dell’aula a me sembra che in ciò consista: nella «discriminazione» tra il trattamento riservato a un direttore di un giornale e a un giornalista, una «discriminazione» vietata dall’art. 3 comma 1 della Costituzione.

    In più si stravolge la logica del sistema nella materia del concorso di persone nel reato.

    Non è vero che i concorrenti in un reato, mettiamo il ladro e chi gli fa da palo o chi lo accompagna in auto sul luogo del delitto, debbano per diritto soggiacere alla medesima pena, come ha affermato Achille Serra dell’Udc. Stabilisce infatti l’art. 110 cp: «Quando più persone concorrono nel medesimo reato, ciascuna di esse soggiace alla pena per questo stabilita, salve le disposizioni degli articoli seguenti». E in forza della clausola di riserva contenuta nell’ultimo inciso della norma, stabilisce l’art. 114 comma 1 cp: «Il giudice, qualora ritenga che l’opera prestata da talune delle persone che sono concorse nel reato a norma degli articoli 110 e 113 abbia avuto minima importanza nella preparazione o nell’esecuzione del reato, può diminuire la pena». E dunque spetta al giudice la possibilità di graduare la responsabilità dei concorrenti in un reato, a lui spetta stabilire se il palo o l’autista del ladro siano responsabili al pari del ladro o invece meritino una pena attenuata rispetto alla pena da infliggere al ladro.

    E la logica del sistema nella materia del concorso di persone nel rato si stravolge perché l’emendamento Berselli mette da parte il giudice e il suo prudente apprezzamento delle prove e il suo libero convincimento e consente alla legge di predeterminare la graduazione delle responsabilità e delle pene tra i concorrenti nel medesimo reato.

    Finché il ddl diffamazione non sarà diventato legge, non si potrà sollevare alcuna questione di legittimità costituzionale davanti a un giudice nella speranza che diventi «giudice a quo» e ponga il relativo quesito alla Corte costituzionale sospendendo o non sospendendo il processo.

    Se dovesse perdurare il silenzio e l’inerzia della scuderia Monti-Severino, c’è solo da augurarsi che Napolitano mandi un messaggio motivato alle Camere, cosa che non rientra nelle sue abitudini, e che non promulghi d’emblée la legge e la rinvii alla Camere per un ripensamento.

    Nel mio piccolo, lancio qui una petizione: Napolitano mandi subito un messaggio motivato alle Camere e non promulghi d’emblée la legge e la rinvii alle Camere per un ripensamento. E la lancio nella consapevolezza triste che noi commentari di questo blog, pur faticando e non poco a scrivere le nostre opinioni, alla fine della storia e anche all’inizio, non contiamo niente. E rischiamo di filastroccare: «C’era una volta un Re | seduto sul sofà | che disse alla sua serva | raccontami una storia | e la serva incominciò: | C’era una volta un Re | seduto sul sofà…».

    Postilla.

    Questi righini li avevo scritti qualche giorno fa. Ma non m’era riuscito inserirli in questo blog: come mi ha spiegato Giová, il sistema era andato il tilt. E nessuno ci colpa.

  23. E allora contro la stampa è tornata ad avercela Elsa Fornero.

    Vi ricordate quando a Torino, qualche settimana fa, invitò i giornalisti a lasciare la sala dove già si erano assiepati per ascoltarla?

    Bene, ieri è fuggita stizzita dall’Auditorium del ministero della Salute di fronte alle domande postole da Filippo Roma per la trasmissione televisiva «Le Iene» sul caso dei lavoratori dell’Isfol.

    E che le costava rispondere «questo lo so e ve lo spiego e quest’altro non lo so e non posso spiegarvelo»?

    Si è giustificata: «Mi è stato impedito di entrare».

    Ma se così fosse stato, come mai la stizzita Fornero «no-choosy» non ha sporto querela per la violenza usatale?

    Ho l’impressione che così non sia stato e sono propenso a credere alle parole di Roma: «Non abbiamo impedito a nessuno di entrare, anche perché in quel caso avremmo commesso un reato».

    Vogliamo annoverare la Fornero nelle fila dei berlusconiani o vogliamo constatare che non ci sono distinzioni di destra e centro e sinistra tra i numerosi politici che sulla bocca dei giornalisti non compiacenti vorrebbero mettere cerotti e bende con la scusa di salvare Sallusti?

  24. È un ottimo auspicio, quello della stampa di centrosinistra «fermatevi su Sallusti» e ben spiegato sul blog «Toghe» di Repubblica: «C’è da augurarsi solo che quel testo finisca definitivamente sul binario morto. […] Sconti la sua pena ai domiciliari. E finiamola qui».

    Ma non dipende da noi fermarci. Da noi dipende fermare l’AS mediatico, mi pare che se ne stia parlando fin troppo e fin troppo si stia facendo il suo gioco e quello della parte politica che lo sostiene: si è aperto il sipario e le luci si sono accese sul palcoscenico e gli attori recitano una commedia tragica e questa è Ofelia e l’altra è Cordelia e questo è il fantasma di Berlusconi e l’altro è Sallusti irato ai patri numi e gongolante per la sua ira.

    Il ddl diffamazione procede su un binario funzionante, nostro malgrado. E qui non c’entrano né dio né satana. Qui c’entrano la storta politica e i meandri in cui pare che la Severino e Monti si siano persi, e nessuno dei due si chiama Dedalo figlio di Icaro o Dedalus figlio di Joyce.

    Filippo Berselli, presidente della commissione Giustizia al Senato e relatore del ddl diffamazione ha già presentato un emendamento forse accettabile anche dalla Lega e dall’Api: carcere fino a un anno per il giornalista che diffama e multa da 5mila a 50mila euro per il direttore del giornale che abbia agito con dolo perché se con colpa ha agito la multa va da 2mila a 20mila euro.

    Giovedì prossimo se ne discuterà in aula. E vedremo che accadrà. E vedremo se Anna Finocchiaro e Luigi Li Gotti riusciranno ad avere la meglio con la forza della ragione contro la ragione della forza.

    Sul Pd mi permetto di esprimere qualche dubbio. È vero: « È opportuno che la Camera alta concentri tutte le sue energie sulla legge elettorale». Ma è anche vero che senza l’accordo tra Pd e Pdl nessuna nuova legge elettorale si farà, e al massimo si ritoccherà la legge attuale battezzata dal suo promotore una «porcata» e perciò negli annali della storia passata con il nome di «porcellum».

    E noi?

    Noi non contiamo niente. E niente contano le opinioni che esprimiamo. Per il diritto costituzionale, noi siamo parte dello «Stato collettività» e non dello «Stato governo». E in violazione del diritto costituzionale, lo «Stato governo» ha annientato lo «Stato collettività», ci ha annientati come cittadini. E così è tornato Gaio con la sua odiosa «summa divisio personarum» riportata nei Digesta: «Omnes homines aut liberi sunt aut servi».

    È questo, prego chi può, di dire alla Severino. E non tema chi può che più non gli si apriranno le porte di palazzo Clodio o che più non comparirà nella mailing list della corrente sindacale di Magistratura democratica. Gli si apriranno altre porte e altre mailing lists , tutte le porte e tutte le mailing lists di quelli che ogni giorno combattono gli autoritarismi striscianti e i loro diktat e il presidenzialismo di fatto e i suoi proclami di cuore e però di un cuore non privo di una certa demagogia. Per mandare al macero l’emendamento Pini, i magistrati cercheranno il compiacente giurista di turno, e lo cercheranno nel tentativo di sottrarsi senza alcuna argomentazione giuridica agli articoli 3 e 28 della Costituzione. E lì si dovrà scegliere in punto di diritto e non in punto di politica: per la Costituzione o contro la Costituzione?

    Postilla.

    Anche per i miei due pronipotini Davide e Brando e per tutti i bambini e i ragazzi d’Italia non mollerò, «ut liberi sint et non servi». E non mollerò, a costo di restare in minoranza e di diventare antipatico o frainteso, perché dalla parte della Costituzione sto e perché se mi fraintenderanno vorrà dire che non mi sarò prostituito.

  25. Per comodità riporto il vecchio e il nuovo testo dell’articolo 2635 del codice civile.

    [1.] Infedeltà a seguito di dazione o promessa di utilità. – 1 Gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, i sindaci e i liquidatori, i quali, a seguito della dazione o della promessa di utilità, compiono od omettono atti, in violazione degli obblighi inerenti al loro ufficio, cagionando nocumento alla società, sono puniti con la reclusione sino a tre anni. 2 La stessa pena si applica a chi dà o promette l’utilità. 3 La pena è raddoppiata se si tratta di società con titoli quotati in mercati regolamentati italiani o di altri Stati dell’Unione europea o diffusi tra il pubblico in misura rilevante ai sensi dell’articolo 116 del testo unico di cui al d.lgs. 24 febbraio 1998, n. 58. 4 Si procede a querela della persona offesa.

    [2.] Corruzione tra privati. – 1 Salvo che il fatto costituisca più grave reato, gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, i sindaci e i liquidatori, che, a seguito della dazione o della promessa di denaro o altra utilità, per sé o per gli altri, compiono od omettono atti, in violazione degli obblighi inerenti al loro ufficio o degli obblighi di fedeltà, cagionando nocumento alla società, sono puniti con la reclusione da uno a tre anni. 2 Si applica la pena della reclusione fino a un anno e sei mesi se il fatto è commesso da chi è sottoposto alla direzione o alla vigilanza di uno dei soggetti indicati nel primo comma. 3 Chi dà o promette denaro o altra utilità alle persone indicate nel primo e nel secondo comma è punito con le pene ivi previste. 4 Le pene stabilite nei commi precedenti sono raddoppiate se si tratta di società con titoli quotati in mercati regolamentati italiani o di altri Stati dell’Unione europea o diffusi tra il pubblico in misura rilevante ai sensi dell’art. 116 del testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria, di cui al decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58 e successive modificazioni. 5 Si procede a querela della persona offesa, salvo che dal fatto derivi una distorsione della concorrenza nella acquisizione di beni o servizi.

    Mi si spieghi per cortesia quale differenza passa tra la Severino e i suoi predecessori Palma e Alfano. E per cortesia me lo si spieghi anche alla luce del riformulato reato di concussione che così riformulato, come qualcuno osservò prima del recente giudizio stroncante della Cassazione, inciderà in massiccia maniera sui processi in corso. E per cortesia me lo si spieghi anche alla luce del nuovo reato rubricato come «traffico di influenze illecite» che è paradossale dal punto di vista della logica giuridica perché punisce atti che per loro natura illeciti non sono e non punisce atti che per loro natura illeciti sono. E per cortesia mi si spieghi a che serve il digesto indigesto della legge sulla corruzione che il falso in bilancio e l’autoriciclaggio non prevede o se serve solo ai corrotti di ieri e di oggi e di domani.

    Da parte mia, un semplice consiglio e un semplice augurio alla collega chiarissima professoressa Severino: studia con attenzione i classici della letteratura giuridica e in specie di quella tedesca che sulla «Natur der Sache» hanno ancora molto da insegnarti, e torna a casa alla scadenza della legislatura senza pensare ai tanti errori che hai commesso e che hanno contribuito allo sfascio della giustizia in Italia, e torna ad avvocatare tanto il diritto applicato è come la pasta con cui si fa la pizza alla napoletana, e pure i magistrati a volte lo tirano a destra e a volte a sinistra, e a volte e tra loro si contraddicono, e il Consiglio di Stato ha contraddetto il Tar Lazio per la vicenda delle elezioni da indire con la Polverini imperante, e stamattina in un tribunale toscano una giudicessa si è permessa di concedere «inaudita altera parte» la sospensione della provvisoria esecuzione di un decreto ingiuntivo munito della formula di provvisoria esecuzione, nonostante che l’articolo 649 del codice di procedura civile parli di «ordinanza» e non di «decreto».

    E se possono e vogliono, diano un segnale chiaro di ravvedimento quelli che, il diritto sapendolo o non sapendolo e qui in questo libero blog non importa se lo sapessero o non lo sapessero e se lo sappiano o non lo sappiano, le trombe suonarono alla Severino quando mise piede trionfale in via Arenula. Mi pare una minima richiesta, la massima essendo quella di temprare lo scettro ai regnatori Napolitano e Monti che vanno dicendo d’aver evitato il disastro della nostra economia fingendo di non conoscere di che lacrime grondi e di che sangue il «popolo minuto» affamato e disperato.

    Ma già, loro sono le Istituzioni, mi raccomando la «I» maiuscola, e vanno secondo alcuni rispettati lodandoli o tacendo, mentre secondo me questa è idea pericolosa perché allora bisognerebbe rispettare anche le Istituzioni, mi raccomando ancora la «I» maiuscola, dei regimi totalitari, e secondo me le Istituzioni, mi raccomando ancora la «I» maiuscola, vanno rispettate solo se rispetto meritano, altrimenti vanno con indignata durezza criticate cercando in maniera non violenta di cambiarle – a furia di porgere l’altra guancia si rischia di perdere la faccia.

  26. Sul ddl diffamazione la Severino e l’intero governo Monti avrebbero potuto intervenire con un maxiemendamento su cui porre la fiducia: ai voti di fiducia ci siamo da tempo abituati e una fiducia in più non costa niente. E così di Sallusti e del suo ego mediatico non si sarebbe più parlato, gloria a dio e alla madonna e ai santi tutti e agli angeli e agli arcangeli e ai cherubini tutti.

    Solo che la Severino non mi pare all’altezza, come da noiosa cronistoria.

    [1.] La Severino aveva esultato per l’approvazione della legge sulla corruzione, da lei voluta con impuntature più salde dell’acciaio e su cui fu apposta la fiducia con il ritornello «noi siamo il Governo degli Onesti». La Cassazione le ha bocciate, la legge e la Severino. Una legge ambigua in alcune parti e in altre parti di difficile interpretazione e lacunosa nella previsione del nuovo reato rubricato come «Corruzione tra privati»: questo, in sintesi, il giudizio della Cassazione contenuto nelle 21 pagine redatte dal suo Ufficio studi. Sarà anche tardivo il giudizio della Cassazione. Ma la Severino aveva forse chiesto prima alla Cassazione di esprimersi? Non mi risulta. E invece mi risulta che quando la legge in itinere era già qualcuno aveva criticato il nuovo testo dell’articolo 2635 del codice civile: (a) perché in sostanza ripetitivo del vecchio testo dell’articolo 2635 del codice civile rubricato come «Infedeltà a seguito di dazione o promessa di utilità»; (b) perché il medesimo reato, pur cambiando nome quasi che ci fosse una differenza se io anziché chiamarmi Domenico mi chiamassi Davide o Brando, presuppone che la condotta incriminata rechi «nocumento» all’impresa, niente importando che dalla condotta criminosa l’impresa possa trarre ingiusti vantaggi e comunque non colpendo la corruzione in quanto tale ma tutelando il patrimonio dell’impresa; (c) perché è rimasta la procedibilità a querela di parte o meglio è stata reinserita all’ultimo momento e con un colpo di mano dalla Severino prima che si passasse al voto di fiducia tra la distrazione dei votanti; (d) perché un reato procedibile a querela di parte è un reato depotenziato, nel senso che la querela blocca l’iniziativa autonoma dell’autorità giudiziaria ed è sempre remissibile e nel senso che non si comprende proprio chi tra i faccendieri di un’impresa disonesta abbia interesse a sporgere querela contro un altro faccendiere di un’altra impresa disonesta o all’interno della stessa impresa disonesta; (e) perché la procedibilità d’ufficio è prevista solo se «dal fatto derivi una distorsione della concorrenza nella acquisizione di beni o servizi», formula con la quale si dice tutto e il contrario di tutto e perciò destinata con alto grado di probabilità a non servire a scopo alcuno nei tribunali e a servire per qualche tesi di laurea o di dottorato o per qualche monografia aggrovigliata da presentare a un concorso universitario.

    [2.] Sul premio che la Cassazione darà alla Severino, ricordo la sua prima dichiarazione dopo il giuramento all’uscita dal Quirinale accompagnata dai suoi due nipotini: «La mia priorità sarà il carcere». Era il 17 novembre 2011. È trascorso un anno e le carceri sono ancora luoghi di sequestro di persone e luoghi di tortura e di suicidio per carcerati e guardie carcerarie.

    Nessun rimpianto per Berlusconi, intendiamoci. E però sentirsi dire a ogni piè sopito che questo è il «Governo degli Onesti» m’insulta.

    Postilla 1.

    Monti ha compiuto una manovra di retromarcia rispetto alla spocchiosa dichiarazione dell’altro ieri: «Qualunque cosa accada nel futuro ci saranno governi responsabili che faranno ancora meglio per far progredire l’economia italiana». Il tecnico ha imparato presto l’arte del politicante di dire e poi ritrarre.

    Postilla 2.

    Napolitano, tra l’ovvietà che i risultati delle prossime elezioni politiche non li si possono scrivere a tavolino prima del responso delle urne, ha trovato il modo d’affermare che la linea tracciata dal suo occhio di lince Monti è irreversibile e che il futuro governo, qualche che sia, dovrà fortificarla e giammai ostruirla. Sì, il «Governo degli Onesti» come ai tempi di Quintino Sella e Marco Minghetti. Sì, il «Governo degli Onesti Banchieri» che il popolo minuto continua ad affamare per la gloria degli ottimati.

  27. Mi sembrava d’aver azzardato, quando ho scritto i righini del 19 novembre 2012 ore 11.17.

    Ma leggo ora che in una lettera al direttore del Corriere della Sera, Rutelli ha per così dire confessato: «Io sono stato calunniato, nel caso Lusi».

  28. Caro Prosessore,
    ma si può dire che AS non sia responsabile? Non è stato il suo comportamento doloso
    o colposo a generare diffamazione? Non c ‘è forse un nesso di causalità tra il comportamento di AS e la diffamazione di Cocilovo?
    Uso la forma interrogativa per salvarmi da eventuali rossori che il confronto con Te mi procurerebbe in tema di responsabilità.
    Seppellire AS mediatico? Vabbé, discendo e ascendo. Ci sto.

  29. sulla responsabilità oggettiva mi permetto d’insistere che è anticostituzionale

    e chi è la Simona Ventura, una Velina di Maja?

    devo gingillarmi cercandola su internet?

    sulla rete internazionale, giusto per salvare l’identità della nostra lingua in compagnia di Camilleri vs. Monti?

    scusa Angela, ma non ti sei ancora decisa a seppellire l’AS mediatico?

  30. Poscritto.

    Simona Ventura nella trasmissione Cielo Che Gol ha dichiarato: “Io non ho nè padri nè padroni e ho l’onestà intellettuale di fare qualsiasi domanda mi venga voglia di fare”. Beata lei! Peccato però che a raccogliere dal vivo questo miracolo della natura sia proprio Sallusti.

    Non le si può rimproverare di non saper mettere a proprio agio l’ospite. E l’ospite ben accolto appaga la curiosità di una sempliciona spiegando come è diabolica la responsabilità oggettiva del direttore. E sì, un povero direttore è responsabile di tutto ciò che viene pubblicato su un giornale “si dà per scontato che un direttore possa monitorare tutto. Io posso controllare l’italiano ma per quanto riguarda il contenuto di un articolo mi devo fidare di chi l’ha scritto”. Chi l’ha scritto? Non l’ha scritto un anonimo? E se non è un anonimo non è Farina radiato dall’albo? E quanti ne ha di questi nella sua ciurma? Ma la Ventura non bada a queste cose e continua: “Ah non si controllano le fonti?”. Sallusti che sa fare il suo antico mestiere ha la risposta pronta: non può controllare tutto. E dopo parla del peso delle parole che se anche pietre vanno lanciate perchè producono libertà. E insorge un nuovo Davide con le sue pietre appuntite di Terebinto. Vabbè.

  31. Un fatto è certo: che Rutelli ha votato il carcere per i giornalisti. Un fatto è incerto: se Rutelli riuscirà a evitare il carcere per i direttori non autori di un articolo diffamatorio.

    Da questo fatto certo si può desumere un indizio in termini penalistici o una presunzione in termini civilistici?

    Azzardo.

    Non sarà che Rutelli ha sfoderato quella morale del risentimento da Nietzsche disprezzata? Non sarà che Rutelli ha provato risentimento nei confronti della stampa che il dovere suo compiendo ci ha informato di Luigi Lusi che dalle casse dell’ex Margherita ha sottratto 25milioni di euro? Non sarà che Rutelli ha provato risentimento nei confronti della stampa che il dovere suo compiendo lo ha messo insieme a Lusi pur da Lusi distinguendolo?

    Non mi pare un «fuori tema», il mio, o almeno spero che non lo sia: ho forse detto che tra i tanti pronipoti altri due me ne sono arrivati, Davide qualche giorno prima del mio compleanno e Brando il giorno del mio compleanno?

    Postilla.

    Ma allora Angela, lo vuoi seppellire l’AS mediatico?

  32. «L’AS mediatico».

    La guerra civile mediatica continua e non da ieri è cominciata ed è cominciata da quando i media hanno acquistato una forza tale da soppiantare il vecchio modo di fiancheggiare un partito o una coalizione e il vecchio modo di fare campagna elettorale. Se il centrodestra ha la sua stampa e la sua televisione, la sua stampa e la sua televisione le ha anche il centrosinistra e anche le hanno quelle formazioni politiche per così dire intermedie che in una zona grigia dimorano e stanno alla finestra per vedere che tempo il cielo promette e assistere alla corsa dei carri nell’arena per poi salire all’ultimo momento sul carro che per primo sta tagliando il traguardo.

    De Benedetti e Scalfari si sono pronunciati. Il primo si è lasciato andare a battute non certo leggere su Berlusconi, a battute che volere o volare sono apparse quasi degne delle battute di Berlusconi. Il secondo, a proposito del dopo Monti, ha detto che un eventuale ministero della Giustizia attribuito a Ingroia è un’idea che fa rabbrividire. Eppure, Ingroia lo salvò da un’incriminazione per diffamazione e calunnia. Eppure, Ingroia un non piccolo contributo ha dato per chiarire molti aspetti delle trattative intercorse tra lo Stato e la mafia. Che Repubblica sia sulla linea di De Benedetti e Scalfari è cosa che non mi turba, la trovo naturale. Mi turba invece il costante uso di Repubblica del solito cliché antiberlusconiano con il codazzo della Lega: salvi gli ex alleati di Berlusconi, da Fini a Casini. E mi turba perché così si resuscitano Berlusconi e Bossi e li si rimette nell’arena, ciascuno con il suo carro o forse entrambi in un solo carro.

    Vannino Chiti ha rilasciato tante dichiarazioni sul ddl diffamazione. Anna Finocchiaro, lo stesso. E fu contenta la Finocchiaro, insieme a Berselli e Gasparri, quando l’aula rinviò questo ddl in commissione Giustizia per una riscrittura e anomalie o strappi procedurali non ravvisò forse perché non ce n’erano. E fallì la Finocchiaro come capogruppo dei senatori Pd durante il voto segreto, non seppe convincere tutti i suoi a votare contro l’emendamento della Lega appoggiato dall’Api di Rutelli. Di ciò la stampa di centrosinistra niente riferisce.

    Leggo sulla stampa di centrosinistra l’auspicio non nuovo che il ddl diffamazione finisca su un binario morto. Ma non leggo come in punto di diritto ha da finire su un binario morto né leggo del mancato intervento della Severino e dell’intero governo Monti che proprio in punto di diritto avrebbero avuto e ancora hanno modo di presentare un maxiemendamento e porvi la fiducia.

    Leggo sulla stampa di centrosinistra che è un’assurdità giuridica e una violazione di ogni principio d’uguaglianza concepire una norma che esoneri dal carcere i direttori che non siano gli autori dell’articolo diffamatorio o che pubblichino un articolo diffamatorio anonimo o con firma di comodo. Ma non leggo che il problema riguarda la «culpa in vigilando» e la «responsabilità oggettiva»: davvero un direttore può oggi leggere tutti gli articoli che il suo giornale pubblica e la «responsabilità oggettiva» non è forse contraria all’art. 24 comma 2 della Costituzione perché toglie all’eventuale responsabile l’inviolabile diritto di difesa e gli impedisce di discolparsi come in ambito civilistico accade con l’art. 2049 e come non dovrebbe accadere secondo l’antico principio romanistico che almeno una «levissima culpa» occorre e come si desume dall’avverbio «altrimenti» che compare nell’art. 42 comma 3 cp che appunto a una «levissima culpa» sembra alludere e per me garantista di sicuro allude?

    Leggo sulla stampa di centrosinistra che la procura di Milano sta lavorando per evitare ad AS il carcere. Ma di grazia, con quali strumenti giuridici sta lavorando e non è chiaro sull’ordine d’esecuzione della pena il codice di procedura penale o lo si vuole stravolgere con qualche escamotage alla buona lì per lì inventato?

    Leggo sulla stampa di centrosinistra che la corte di Cassazione e il Csm per la legge anticorruzione hanno parlato in ritardo e che in ritardo non avrebbero parlato se al governo ci fosse stato Berlusconi. Ma allora mi chiedo: la corte di Cassazione e il Csm sono politicizzati al pari del sindacato dell’Anm e delle sue correnti e da questa politicizzazione non deriva un grave danno per l’imparzialità nell’amministrazione della giustizia e nella somministrazione della pena e la sfiducia dei cittadini nei confronti dei magistrati e del Csm non è in qualche modo giustificata?

    Leggo sulla stampa di centrosinistra che nella vicenda barese dei «veleni» la cosa più sorprendente è che si accusi un giornalista di ricettazione. Ma la cosa ancor più sorprendente non è che due pm di Bari accusino una collega gup d’aver assolto Vendola per amicizia e che la collega gup abbia intrattenuto eventuali rapporti d’amicizia con la sorella di Vendola e che gli istituti della ricusazione e dell’astensione siano stati a piè pari saltati?

    Complimenti alla Severino che si è guadagnata un premio da una corte di Cassazione dalla stampa di centrosinistra e non da me descritta come politicizzata. E complimenti a Monti che dal Kuwait ha rilasciato una dichiarazione spocchiosa, come dire che dopo di lui e senza di lui il diluvio universale non è improbabile e nemmeno l’apocalisse. E dagli organi d’informazione si sa che Monti è per una legge elettorale in cui nessuno vinca, con la conseguenza di un Monti bis non certo sgradito a Napolitano.

    Per cortesia Angela, seppellisci l’AS mediatico.

  33. Questi magistrati, che dolor a volte.

    Ho citato il caso del parkinsoniano certificato Tinebra di cui poco ha parlato la stampa.

    E ora è scoppiato il caso dei pm baresi Francesco Bretone e Desirée Digeronimo, una lettera d’accusa scriventi ai vertici Antonio Pizzi e Antonio Laudati e Giorgio Lino Bruno contro la gup Susanna De Felice che ha assolto Vendola il 31 ottobre scorso, ah, ma tu cara collega sei amica di Patrizia sorella di Vendola e perciò l’hai assolto e avresti dovuto astenerti e con Patrizia hai frequenti rapporti diretti e anche in combriccola.

    Si è mossa la procura di Lecce disponendo la perquisizione nella redazione barese di Repubblica e nell’abitazione del giornalista Giuliano Foschini, indagato per ricettazione avendo scritto alcuni articoli per documentare la vicenda dei «veleni». E così a Foschini hanno messo il bavaglio.

    Il sindacato dell’Anm, a quanto ne so, si è limitato a esprimere il suo «sconcerto» per la vicenda dei «veleni».

    Vito Savino presidente del tribunale di Bari, a quanto ne so, si è chiesto: «Nel caso in cui il presidente Vendola fosse stato condannato, quella lettera sarebbe stata scritta?».

    E il Csm e la ministra Severino e il procuratore generale della Cassazione non so se si siano mossi o se abbiano intenzione di muoversi.

    Certo è che il sindacato dell’Anm, con il suo semplice «sconcerto», poco ha fatto: secondo il proverbio usato anche da Piercamillo Davigo e qui integrato, i cani non mangiano i cani e al massimo li mordicchiano e li graffiano.

    Ma santo cielo, bastano i rudimenti del diritto penale per sapere che i pm Bretone e Digeronimo avrebbero potuto e dovuto agire prima della sentenza della gup De Felice. O dobbiamo credere che dell’amicizia tra la De Felice e la Vendola Patrizia siano da poco venuti a conoscenza?

    Ma santo cielo, bastano i rudimenti del diritto penale per sapere che se tra la De Felice e la Vendola Patrizia ci sia stata amicizia la De Felice avrebbe dovuto astenersi.

    Si ha l’impressione che qualcuno menta.

    E sarebbero questi i magistrati in cui noi cittadini dovremmo avere piena fiducia?

    Immagino che AS stia gongolando, ecco avevo ragione io a chiamare «fetenti» i magistrati.

    E allora spendiamo ogni tanto qualche parola di biasimo nei confronti di quei magistrati che male giustizia amministrano o sono scorretti alla Tinebra o tra loro si scannano o tra loro eventuali menzogne dicono. La spendano qualche parola di biasimo quelli che di penale più di me ne sanno, e in Sicilia ottimi penalisti ci sono, e uno con piacere ne cito per tutti, il prof. Salvatore Aleo, e con piacere lo citò perché con me si laureò in filosofia del diritto e la filosofia del diritto non ha dimenticato, come tu Angela non l’hai dimenticata e come credo non l’abbiano dimenticata i miei ex studenti catanesi e pisani, dal prof. Giuseppe Vecchio a Giová Antoci – ist die Historisierung seidene Stlle?

    Postilla.

    Se può in qualche modo servire ai servitori della verità che la verità servendo più servi non sono:

    http://www.quirinale.it/qrnw/statico/attivita/grazia/tabelle_grazie.htm

  34. Mi è stato domandato se secondo me esistono le condizioni per concedere la grazia ad AS. E chi ciò mi ha domandato, il nome non importa farlo, ha risposto che a suo parere queste condizioni non esistono.

    Capisco l’emotività della domanda. E capisco l’emotività della risposta data. E però il ragionamento giuridico, che a suo modo scientifico è, dall’emotività dovrebbe prescindere e sulle norme fondarsi e non su chi vogliamo noi, se Barabba libero e Gesù in croce o se Gesù libero e Barabba in croce.

    [1.] L’istituto clemenziale della grazia, proprio per il fine umanitario che lo caratterizza, esclude valutazioni d’ordine politico e impone che la grazia sia concessa da un organo neutro, estraneo al circuito dell’indirizzo politico: il potere di concedere la grazia spetta solo al presidente della Repubblica con suo decreto controfirmato dal ministro di Giustizia che in questo caso non è un ministro proponente e competente a porre veti e invece è un ministro per così dire notarile alla controfirma obbligato o un «ministro fantasma» secondo la colorita e forse azzardata definizione di Paolo Armaroli in «Quaderni Costituzionali» del 30 gennaio 2004.

    [2.] È vero che l’art. 89 comma 1 della Costituzione dispone: «Nessun atto del Presidente della Repubblica è valido se non è controfirmato dai ministri proponenti, che ne assumono la responsabilità». Ma è anche vero che ci sono atti del presidente della Repubblica che non hanno bisogno di alcuna controfirma. Sono gli atti che per forma e sostanza si chiamano atti presidenziali esclusivi. Tra questi, i messaggi motivati alle Camere e la nomina dei senatori a vita. Quando nel 1949 l’allora presidente del Consiglio Alcide De Gasperi andò al Quirinale per discutere della nomina dei senatori a vita, Luigi Einaudi tirò fuori dalla tasca un bigliettino su cui aveva appuntato i nomi dei senatori a vita di suo gradimento. E a De Gasperi non resto che prenderne atto. Per la nomina dei cinque giudici della Corte costituzione il presidente della Repubblica ha per legge bisogno della controfirma del presidente del Consiglio e il presidente del Consiglio non può negargliela, qui notaio o «presidente del Consiglio fantasma» pure lui essendo.

    [3.] Per il procedimento di concessione della grazia, la disciplina la detta l’art. 681 cpp: (a) individuazione dei soggetti che possono chiedere la grazia; (b) la grazia concessa d’ufficio; (c) la grazia concessa a condizioni; (d) parere del procuratore generale presso la corte d’Appello o del magistrato di sorveglianza se il condannato è detenuto, che a loro volta si avvalgono dei pareri delle Forze di polizia e dei responsabili degli istituti penitenziari; (e) trasmissione di questi pareri istruttori al presidente della Repubblica da parte del ministro di Giustizia con proprio «avviso» favorevole o contrario alla concessione della grazia; (f) esecuzione del provvedimento di grazia a cura del pubblico ministero.

    [4.] La decisione ultima sulla grazia è dunque del presidente della Repubblica, che è legittimato a concederla anche se i pareri istruttori e l’«avviso» del ministro della Giustizia fossero tutti contrari. Così già Andrea Manzella su Repubblica di domenica 28 dicembre 2003. Se poi la concessione della grazia a una determinata persona riscuota il plauso o il biasimo dell’opinione pubblica e dei mezzi d’informazione, ciò è faccenda che non riguarda il diritto e la rispettabile emotività riguarda.

    Non nascondo che la materia è delicata, una di quelle da possibile conflitto d’attribuzione presso la Corte costituzionale: nell’estate del 1991, quando Cossiga intendeva concedere la grazia a Renato Curcio, l’allora Guardasigilli Martelli minacciò un ricorso alla Corte costituzionale, e poi non se ne fece di niente perché il Quirinale riconobbe la competenza di Martelli al riguardo, una competenza riconosciuta alla buona.

    E però mi si permetta di non nascondere che domandare a me se esistano le condizioni per concedere la grazia ad AS è un domandare a cui io nessuna risposta giuridica sono in grado di dare, sempre che non intervenga una legge costituzionale che modifichi l’art. 87 comma 11 della Costituzione.

  35. Per cercare di dire basta al caso AS che già troppa pubblicità ha avuto da parte della stampa, sicché quando andrà in cercare potrà ritenersi soddisfatto per l’amplificata sua immagine nella società dell’immagine o dell’apparenza dove si vale per quel che si appare e non per quel che si è, mi permetto di segnalare l’articolo di Ludovico Fois, «Quella crepa tra Pd e Quirinale», pubblicato ieri ore 10.34 sull’HuffPost di Repubblica.

    Parole di Fois: «Il Quirinale, per ragioni nobilissime, vuole evitare che il Pd vinca troppo facile alle prossime elezioni e questa verità nella ridotta bersaniana è poco digeribile, perché complica terribilmente le cose».

    Quali queste «ragioni nobilissime» e quale le fonti per attribuire al Quirinale e alla «ridotta bersaniana» quel che a entrambe si attribuisce?

    E va bene che Fois sfoggia il titolo di «esperto di comunicazione politica», mentre il mio verduraio non sfoggia il titolo di esperto in verdure. Ma non va bene che Fois dia ai suoi lettori su un quotidiano molto letto qual è Repubblica informazioni generiche e di qualsiasi documentazione prive.

    Non va bene dal punto di vista dell’etica professionale.

    Mi ha chiesto il mio verduraio dopo aver letto l’articolo di Fois: «Ma che razza di giornalista è questo Fois che mi confonde le cervella?». E gli ho risposto: «Tu continua a fare il tuo mestiere e il tuo dovere, noi non ci colpiamo se Ezio Mauro e Carlo De Benedetti o chi per loro mantengono al suo posto Fois e lo pagano per un mestiere e per un dovere che a noi sembra non faccia».

    Tutto questo per dire che si sono anche giornalisti non corretti in punto di deontologia.

    Tutto questo per dire di nuovo che non serve insistere sulla frase riguardante i magistrati «fetenti» e individuare in AS il principale sostenitore del carcere per i giornalisti, come se AS stesse dettando una legge in itinere. Il ddl diffamazione non è opera sua. Le modifiche innumeri di questo ddl non sono opera sua. Il voto segreto non è opera sua.

    E dunque il Senato e i 113 senatori inclini al paradigma del diritto penale «pesante» si assumano le loro responsabilità. E le sue responsabilità se le assuma la Severino che alla finestra è rimasta affacciata: «Il mio auspicio è che possa riprendere il dibattito parlamentare che porti a un consolidamento della linea dell’esclusione del carcere e un miglioramento delle misure a garanzia da una parte del diritto-dovere di informare e dall’altra del diritto di riparazione, come la rettifica». E le sue responsabilità se le assuma Napolitano che non ha ritenuto opportuno inviare un messaggio motivato alle Camere sul ddl diffamazione, prima che a lui giunga legge da promulgare e non è detto che non la promulghi pur con la previsione del carcere per un anno sulle spalle degli eventuali giornalisti diffamatori.

    Postilla 1.

    Ancora su Tinebra.

    Resta il fatto che le dichiarazioni scritte da Tinebra e la certificazione del suo medico non hanno impedito a Tinebra di concorrere contro Salvi al Csm per la sospirata nomina e di conservare il suo posto alla procura di Catania.

    Sordo il Csm? Sorda la procura di Catania? Sordo Salvi? Sordi quelli che avrebbero potuto aprire un’indagine penale? Sordi quelli che non si sono chiesti perché Tinebra non abbia voluto testimoniare al processo Mori?

    Per la cronaca, il nome del medico: Erminio Costanzo, primario di neurologia all’ospedale Cannizzaro di Catania. La sua certificazione è pubblica, è agli atti dell’udienza tenuta al tribunale di Palermo, e dunque non svelo né retroscena né víolo il diritto alla privacy.

    Postilla 2.

    Gentile esperto di comunicazione politica Fois, che vuol dire «ridotta bersaniana», vuol dire che all’interno dei bersaniani c’è una «piccola opera di fortificazione campale» come da dizionari della lingua italiana, e chi sono, nomi e cognomi, quelli che della «ridotta bersaniana» fanno parte?

  36. Solo per dire che il Parlamento, se volontà avesse, potrebbe trarre proprio dal caso Sallusti l’occasione buona per togliere dal codice penale la sanzione del carcere per i giornalisti che dovessero incorrere nell’illecito della diffamazione: oportet ut scandala eveniant.

    Il desiderio di vedere Sallusti in carcere promuovendo una sorta di referendum domestico sull’opportunità che sia graziato, desiderio a volte spinto ai limiti del piacere di fare del male per il solo piacere di fare del male, rischia di condurre all’autolesionismo se non pure al masochismo: felicità per Sallusti in carcere e brindisi a champagne quando Sallusti varcherà la soglia del carcere, niente importando se rimarrà l’attuale norma sul carcere duro o l’emananda norma sul carcere men duro come uscita dai 131 voti trasversali al Senato. Non mi taglierei certo la testa per un gesto di dispetto nei confronti di un mio allievo che avesse tradito le regole più elementari della ricerca scientifica e le deontologiche regole dell’insegnamento universitario.

    Postilla 1.

    La richiesta della grazia per Sallusti avanzata da Roberto Castelli non ha alcun rilievo giuridico. Rimando agli artt. 87 comma 11 e 89 Cost. e all’art. 681 cpp e a Corte costituzionale 3 maggio 2006 n. 200. Non la si enfatizzi, per cortesia.

    Postilla 2.

    Contro l’eventuale seconda diffamazione di Sallusti nei confronti dei magistrati da lui chiamati «fetenti», proceda per cortesia un qualche pm, l’azione penale obbligatoria essendo in questo caso di chiara conoscenza di una notitia criminis a norma dell’art. 112 Cost.

    Postilla 3.

    Per le ultime dichiarazioni a mio parere confuse di Francesco Rutelli, rimando alla recente trasmissione di Otto e mezzo su La7, dove ha proposto la depenalizzazione per omesso controllo dei direttori sugli articoli anonimi o scritti con pseudonimi e però al tempo stesso ha proposto che si rediga un elenco di questi direttori omittenti da mettere a disposizione dei magistrati che lo richiedessero, e dove ha detto: «Ci vuole una soluzione e, se vuole, aiuterò Sallusti a trovarla. Non è vero che io mi sono battuto per il carcere per i giornalisti, visto che sono pubblicista e ho giornalisti in famiglia, e lungi da me colpire la libertà di stampa. […] Nessuno con la legge proposta da noi finirà in carcere».

    Sarebbe bene che Rutelli un minuzzolo di diritto lo masticasse, forse lo aiuterebbe a non sbandare di qua e di là e a non contraddirsi.

    Postilla 4.

    Qualche giorno fa, il commissario per i diritti umani Nils Muiznieks a nome del Consiglio d’Europa: «All’inizio del dibattimento la speranza era che la nuova legge depenalizzasse la diffamazione portando così l’Italia in linea con gli standard del Consiglio d’Europa. […] I giornalisti non devono andare in carcere per le notizie date e la diffamazione dovrebbe essere sanzionata solo attraverso misure proporzionate previste nel codice civile. […] Malauguratamente adesso sembra che la nuova legge mantenga in vigore la possibilità della prigione per i giornalisti, […] un messaggio negativo ad altri paesi europei in cui la libertà dei media è seriamente minacciata».

    Condivido abbastanza ripetendo che non mi taglierei certo la testa per un gesto di dispetto nei confronti di un mio allievo che avesse tradito le regole più elementari della ricerca scientifica e le deontologiche regole dell’insegnamento universitario, sarebbe autolesionismo se non pure masochismo.

  37. La procura di Milano non ha scelte, non può decidere quale sarà la sorte di Sallusti nei prossimi giorni. Deve eseguire l’ordine di esecuzione della pena nel momento in cui scade il termine di sospensione concesso. La scelta spetta a Sallusti, entro 30 giorni, se chiedere una pena alternativa rispetto alla reclusione.

    Non era dunque una legge ad personam pro Berlusconi, come qualcuno aveva sostenuto. Era una legge ad personam pro Sallusti.

    Ed è un merito per il Senato il fatto che da più di un mese stia tentando di scrivere una legge ad personam pro Sallusti?

    È un demerito. Anche per Anna Finocchiaro. E anche per Napolitano che quella legge ha in qualche modo e anzi per più modi sollecitato. E anche per Monti e la Severino che su quella legge non sono intervenuti con un maximento su cui porre la fiducia.

    E che ci importa se per Sallusti tutti i magistrati sono «fetenti»?

    A me niente importa. A me, dalla mia bottega di artigiano del diritto e della politica del diritto nel campo non sempre efflorescente dell’amministrazione della giustizia e della somministrazione della pena, importa denunciare e documentare i casi di mala giustizia. Denunciare e documentare gli errori che a danno della collettività e a spese della collettività compiono quei magistrati che io non chiamo certo «fetenti» e però chiamo impreparati e irresponsabili e distruttori di vite a loro piacimento.

    Vogliamo parlare del magistrato Giovanni Tinebra di Catania, che per non deporre al processo Mori scrisse il 19 gennaio 2010 al presidente del tribunale di Palermo e al pm Nino di Matteo che non possedeva più una costante «memoria brillante» e che aveva «spesso reazioni emozionali assolutamente spropositate» e allegò un certificato medico in cui si attestava che era affetto da «sindrome parkinsoniana, [… ] apofonia con bradilalia […] arrivando talvolta a rallentare il flusso ideico e il rashival mnesico», eppure concorse al Csm per la nomina che poi andò a Giovanni Salvi e sta ancora là al posto suo?

    Come lo chiameremmo il magistrato Tinebra?

  38. E Sallusti continua a raccontare la storiella dell’arbitrio del giudice. Questo fa e con il solito stile: «Io non vado in carcere per diffamazione ma perché un magistrato fetente si è permesso di applicarmi l’articolo 133 del codice penale che dice che io sono una persona socialmente pericolosa. Nessun magistrato può permettersi di darmi del delinquente abituale. Ma con la legge modificata due giorni fa non serve che il fetente di turno dica che un giornalista è socialmente pericoloso, basta una querela e un magistrato può mandare un giornalista in carcere».

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