Carissimo Professore,

oggi non è un qualsiasi giorno di un qualsiasi mese di un qualsiasi anno.

Oggi è il Tuo compleanno, e non è un qualsiasi compleanno.


Ti scrivo per ringraziarTi di tante parole a me giunte aurora. C’è chi sa scrivere dei luoghi dell’anima che non conosce né spazio né tempo e conosce solo i “sogni secolari dell’umanità” e il River Liffey con i suoi tornanti. Sei tra questi e unico sei tra questi. Sto imparando a sentire se gli idoli sono pieni o vuoti, ma il martelletto ogni tanto mi cade dalle mani. Ci vuole pazienza. E non ho altro rimedio alla pazienza, che della tua spesso approfitta. E la coltivo e la esercito in tante ore di sole nuovo in cui i gesti ripetuti delle mani cuciono e ricuciono sillabe. Ricordo sempre la tua arte e anche l’arte di cui Nietzsche era maestro, l’arte di “danzare in catene”.

Da te:

Chi danza si libera allora dalle catene.

E non danza su una corda tesa.

Danza su una virgola di cielo.

E il cielo è il suo mare.

E da Te ho imparato che avvocatare non significa guerreggiare. Ho imparato che non si devono amare nè i duelli né le armi, ma la pacata argomentazione.

Ma ancora non ci sono, e non ci colpo. Mi contraddico? Sì, mi contraddico. Ma almeno non mi difendo con la solita tiritera che il ruolo lo impone e che crea aspettative che non bisogna deludere perché fanno parte dell’arte di avvocatare. Alcune volte ho il coraggio di stare in minoranza e anche di fare l’antipatica tutte le volte che è necessario fare l’antipatica e di fare l’anormale tutte le volte che è necessario fare l’anormale. Non ho ancora, e non so se ci colpo, fatto cantare i princìpi che annottano nella legge delle leggi. Qualche volo? Nessun volo. E io talpa mi perdo cecata in qualche galleria in cerca di gemme: non riesco a rompere la crosta di terra che mi separa da loro. Ma sono stanca di racconti e controrracconti che tessono imbrogli e sono stanca dell’ammasso di leggi polifoniche che divorano il sussurro del disgraziato e sono stanca di vedere chi porge l’altra guancia per perdere la faccia e sono stanca dell’indice teso dell’accusa. Ed è vero quello che Tu dici : “Vidi il diritto in questo mondo, abisso senza fondo. Il diritto è la frustra lustra in taglienza”.

Buon Compleanno, mio Maestro.

Angela

P.S. Ti offro un pezzettino di Sicilia che ti ha avuto come Maestro di Diritto e di Etica e di Filosofia e di Vita. Eccola:

 

C(h)iarissimo Professore,

mi pare giunto il tempo di ricordare un episodio della mia carriera di studente. Agli esami di Filosofia del diritto, Lei mi diede il voto di 28/30. Mi arrabbiai e lanciai il libretto sul tavolo. All’ora di pranzo, il buon Fabio Mazziotti ci fece riconciliare con una colazione al CAMST (ristorante pseudo-sinistro e cooperativistico) di via S. Euplio.

Perché successe tanto trambusto?

Avevo lavorato tutto l’anno (senza praticamente studiare) a scrivere un piccolo saggio per il documento “Proposte per un dibattito a Giurisprudenza” dal titolo “Il diritto come espressione della ragion pratica borghese” (sarebbe stato ripubblicato, grazie all’intervento di Fabio Mazziotti, su “Quale giustizia”) e mi sentivo un grande studioso (avevo già pubblicato un intervento su “L’uso alternativo del diritto”).

Non avevo capito che era comunque mio dovere studiare per gli esami il libro di testo. Le assicuro che ho imparato la lezione e che continuo ancora a interrogarmi, nei miei studi, sul problema della ‘continuità’ o della ‘rottura’ nel passaggio dallo ‘stato liberale’, allo ‘stato autoritario’, allo ‘stato fascista’.

Le invierò un volumetto su “Il diritto all’istruzione come ‘diritto sociale’. Oltre il paradigma economicistico”, nel quale spero di avere ripreso la ‘lezione’.

Buon Compleanno,

Pippo Vecchio

professore ordinario di Diritto Privato presso la Facoltà di Scienze politiche di Catania

 

Caro Prof.,

nel formularle i più affettuosi e calorosi auguri, mi permetto di ricordarle alcune date:

1972 – Politica e dialettica;

1973 – L’uso alternativo del diritto e il documento a cura del Comitato Democratico di Giurisprudenza di Catania, redatto dagli studenti Salvatore Aleo, Pippo Vecchio ed Ernesto Vella, dal titolo Proposte per un dibattito a Giurisprudenza;

1974 – Storicismo e politicità del diritto e Croce e la ragion giuridica borghese.

Nel frattempo, i suoi corsi di Filosofia del diritto alla Facoltà di Giurisprudenza di Catania, accanto e insieme ai corsi di Pietro Barcellona, Raffaele Ajello, Fabio Mazziotti.

Nel frattempo, le cene e le polemiche con Pippo Vecchio, insieme con Fabio Mazziotti, nella putìa di via Musumeci (putìa è il siciliano di bottega ma significa trattoria e ancor più bettola): allora c’era don Turiddu che arrostiva i carciofi fuori in strada, poi questa cosa è diventata contraria alle regole igieniche e amministrative e ora ci sono i figli che gestiscono una piccola trattoria molto più pulita ma con diverse televisioni che trasmettono le partite mentre si cena. Noi parlavamo della dialettica negativa di Adorno e Horkheimer, e delle rivolte nelle carceri.

Nel 1975 mi sono laureato, proprio con una tesi su Adorno, finita di correggere a Sillico in Garfagnana: con la sua venuta apposta a Catania e gli scarponi acquistati per Lei da mio papà, appassionato avvocato e cacciatore, nonché azionista e lettore di Calamandrei Benedetto Croce e Dostoevskij.

Pippo Vecchio s’incazzò moltissimo con Lei che – avendolo capito prima e più di chiunque altro anche dopo – gli diede “solo” ventotto perché lui si cullava troppo della sua fulgida intelligenza e studiava (almeno i libri di testo) meno di quanto ragionava e argomentava (troppo bene, in effetti).

Poi ci siamo persi di vista. Io volevo essere giurista e non filosofo.

Però siamo ancora qui, tranne il caro e dolce Fabio Mazziotti, ad arrovellarci attorno agli stessi temi, ma in un Paese in forte declino culturale, invece di quella fase che vivemmo fra la fine degli anni sessanta e gli anni settanta (Blow up e Zabriskie Point, gli articoli di Pasolini sul Corriere della Sera, la riforma dell’ordinamento penitenziario e così via).

Io studio e scrivo. A un convegno un magistrato ha detto che io sono più filosofo del diritto che giurista, con un tono un po’ critico ancorché serio e rispettoso. Io l’ho preso come un grandissimo complimento e ho pensato a Lei, che mi volle così e mi aiutò pervicacemente a diventarlo.

Pippo vecchio studiava già allora da preside e rettore, ed è stato preside ed è in atto candidato rettore, con la stessa voglia di quando cenava e polemizzava con Lei, più o meno rispettosamente e con grande affetto, forse non con la deferenza che già allora Lei avrebbe desiderato e gradito. Oggi Pippo polemizza con me, con nessun rispetto ma con enorme affetto.

Siamo questi qui, vivaci e monelli e seri come allora, anche grazie a Lei.

Grazie, Domenico Corradini, e infiniti sinceri auguri.

Salvatore Aleo

professore ordinario di Diritto penale presso la Facoltà di Scienze Politiche di Catania

 

Caro Professore,

che bel giro di giostra, la vita!

Anno accademico 2001/2002, diciannovenne siciliano catapultato all’ombra della torre pendente più famosa del modo, non c’era tempesta, nebbia, sole splendente, sonno, impegno o altro impedimento: c’era la lezione del Corradini: tutti presenti! Ore incantate, in cui ci lanciava addosso fiamme e magia, speranza e dolore. E al termine gli applausi spontanei, “non a me ma alla filosofia”. E al termine, mi sentivo ogni volta una persona migliore. Consapevole che il diritto non fosse soltanto le gelide nozioni che altri tentavano di infonderci, ma che c’era un mondo dietro, fatto di giustizia, di rispetto dei diritti, di desiderio, di uguaglianza. E se non c’era, non era diritto, ma rovescio.

Nostalgia di quei tempi, nel senso più profondo del termine, di dolore della casa. Per quella che non è più la mia casa.

Anno Domini 2011/2012, dieci anni dopo. Redattore di LeggiOggi.it, scorgo sul sito commenti brillanti, arguti, geniali. Firmati Domenico Corradini H. Broussard. Rieccola Professore. Ben ritrovato. Coincidenza da pura casualità? Destino? Forse. Non mi pongo il problema. Troppa la gioia di leggerla, di vederla commentare gli articoli di Angela, di Franzina. Insaziabile, la sete di conoscenza, dalla sua fonte. Abbiamo ancora così tanto da imparare. Non smetta mai di regalarci lezioni, la prego.

Buon compleanno, Professore.

Il suo allievo Giovanni Antoci

 


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14 COMMENTI

  1. e quando eri piccolo carissimo Fab e a Catania abitavi con i tuoi nella casa in cui Vittorio Frosini e Silvia e Tommaso Edoardo avevano abitato prima del loro trasferimento a Roma via Giacomo Trevis 26 il tuo papà Enzo io lo conoscevo bene e la sua foto dolente dolore ancora è di fronte a me mentre ti scrivo e noi ci conoscemmo a Messina che per i siciliani è quasi in Svizzera e in un convegno organizzato da Mimma Mazzù ci conoscemmo e poi a Pisa venisti al Sant’Anna e la tesi di perfezionamento la discutesti con Mario Corsi e Luigi Alfieri e me e di te Luigi disse che eri un nostro giovane collega e a Pisa Facoltà di giurisprudenza non c’era esame di filosofia del diritto «Corso A» a cui tu non partecipassi e per il tuo modo scrupoloso d’interrogare ti temevano gli studenti e però molte studente di te s’innamoravano come in confessionale mi dicevano e sì via della Pura di fronte a mia mamma e a mia sorella Franca e a mio fratello Nicola e sì piazza Dante con due brevi parentesi in una strada vicino la stazione ferroviaria e in una traversa di via di Pratale dove l’immobile era a due piani e in uno si parlava italiano e in un altro tedesco e italiano e tedesco e più tedesco che italiano nelle scale di raccordo tra un piano e l’altro ed erano già lontane le campagne terse del primo autunno a Sarzana e nuove campagne terse avresti poi attraversato pure con l’anda e rianda in auto da Pisa in Germania e te lo comprò il tuo papà il primo calcolatore e su quel calcolatore cominciasti a scrivere i tuoi saggi con pedanteria filologica alla mia pari e della mia migliore e se permetti mi piace qui ricordare quell’Elisa di via San Marzano 18 e con lei pranzammo un giorno da mia mamma e ci vide un giorno all’aeroporto di Fiumicino e tirò dritto per non disturbarci e mi piace ricordare i tuoi anni a Parma e là c’era Gianluigi Palombella avamposto in Emilia della nostra scuola e di lui ho perso le tracce e ho perso le tracce della sua allieva Maria Zanichelli che con me presidente di commissione diventò ricercatrice posto fisso e ho perso le tracce di Lio Mura avamposto in Sardegna della nostra scuola che con mia meraviglia sofferente a te preferì la ragazza gambe lunghe di via Girolamo Santacroce 19 | B Napoli e di Anna Jellamo grande estimatrice del tuo papà non ho perso le tracce e con grazia tutta sua di calabrisella della diaspora ogni tanto di te mi scrive e lo so che avrei dovuto dimettermi da commissario e presidente in quel maledetto concorso e lungo per professore associato quando zum Teufel mi accorsi della mala parata nei tuoi confronti e di nuovo ti chiedo scusa perché non mi sono dimesso e nella tardanza della mia vita inferma sento o m’illudo di sentire che il mio insegnamento in Luigi e in te si è prolungato by an artifice of my eternity ed entrambi state allevando giovani assai meritevoli miei nipotini da Domenico Sergio Scalzo a Cristiano Maria Bellei e a Paola Russo e non contando gli anni e solo il mese di novembre contando tu nato il 5 anche in età mi superi e grazie per aver dedicato al mio 70esimo compleanno un numero di rivista da te curato e adesso a cosucce mi dedico e next time mi dedicherò per gingillarmi a scoprire se Biancaneve abitasse more uxorio con i sette nani e ti terrò al corrente delle mie stramberie che mi aiutano a non siddiarmi e intanto ti abbraccia con antico affetto il soldatino

  2. Carissimo professore,
    mi associo, non in ritardo perché glieli feci puntualmente gli auguri, a questa rassegna di bei ricordi a partire dal suo compleanno. Mi associo perché sono un suo allievo, e soprattutto perché lei è il mio maestro, lei che quando insegnava a Catania ero troppo piccolo e mi piaceva la matematica e le scienze, e perciò la conobbi a Pisa, io catanese a Pisa al Sant’Anna e a giurisprudenza, e abitavo in via della Pura e poi in Piazza Dante di fronte alla facoltà, e lei a volte veniva a trovarmi quando mi sentivo male con la mia terribile asma e le mie coliti da studio, e gli anni pisani sembrano secoli ormai, i miei anni Novanta a cavallo tra i miei venti e i trenta, e tante cose rimangono ferme nella memoria, cose importanti nella mia vita. Ed è bello questo ricordare insieme ai suoi allievi, oggi miei colleghi miei amici. Grazie professore.
    suo
    fab

  3. Caro Professore,
    grazie per la gloria che voglio guadagnarmi in terra di terroni, e non perché il cielo in gloria mi abbia. E spero che che la nottola alzi le sue ali a sera. E spero che la talpa non si perda cieca e rompa la crosta di terra che la separa dall’azzurro. E spero che la Fenice risorga più potente dalle ceneri. E spero che il roveto ardente arda senza consumarsi .E spero in un deserto con oasi e animali da soma.
    Grazie per l’augurio che accolgo con l’impegno di meritarlo. Non si tratta di
    gloria fatta di metalli vili. Si tratta di usare i tuoi martelletti che gli idoli vuoti riconoscono perché estranei alla mente libera.
    Domé, grazie.

  4. Nella mia fanciullezza, fra i vicoli storti della mia città, Cathacium un tempo, unreal city da tempo, mi sono cresciuto per le strade con i figli di puttana, a quel mestiere la madre essendo costretta e il marito acconsentendo, e com’è andata oggi? quanti soldi? e quell’uomo anziano che vestiva da nobile, in carrozza è venuto? ti ha pagata bene per il tuo juri de rosa, pe’ chisti occhi toi ca su’ lucenti? E ho visto la povertà bussare alle porte dei bassifondi, e ringhiosa vi entrava. E non furono «eroi mai cantati» coloro che riuscirono a sopravviverle?

    Muti ma non perduti compagni, non vi ho dimenticato.
    E non ho dimenticato, la sua storia avendola seguita anche dopo il mio trasferimento a Pisa nel novembre del mille960, un uomo tarchiato, Nascareddhu lo chiamavano perché si soffiava una narice alla volta premendo l’altra col pollice e così emetteva un enorme rumore fra la Schiera degli Angeli, stracci addosso, ogni domenica passava dalla nostra casa al «Gelso Bianco» e da tante altre case, e in un sacco metteva ciò che del pranzo era rimasto, ogni cosa ci metteva dentro, e la benediva prima, e a noi bambini una carezza sul capo per non sporcarci il viso, e a me a ripetere che da grande avrei dovuto fare il Predicatore, ci sono di quelli che possono sposarsi, concludeva, e si allontanava tranquillo, stava rimediando il cibo per l’intera settimana, e le settimane erano lunghe, e ci su’ chiù jorni ca sazizzi, canticchiava, ed era il suo Te Deum, il suo Veni Creator Spiritus, osanna osanna. E negli anni Settanta, mestieravo già da professorino universitario, e avevo pure insegnato storia e filosofia al Liceo Scientifico «Ulisse Dini» di Pisa, mi giunse la notizia che Nascareddhu aveva perso la moglie e si era risposato novantenne per compagnia, e chi mi ricuce il bottone sennò? e poi negli anni Ottanta che era morto, lasciando i suoi soldi, sì e no 500mila lire, al Vescovo, perché li distribuisse ai poveri come lui, e fra le 500mila lire, sì e no, non si trovò una sola cartamoneta, tutti soldini tintinnanti in un lenzuolo.
    È a te che spesso penso, caro il mio Nascareddhu, quando faccio lezione o quando scrivo delle disuguaglianze economiche, dei diritti dell’uomo, del biodiritto e del geodiritto. E se ti proponessi una pubblica medaglia come «eroe mai cantato», saresti tu il primo a non capire: «Come, la mia ombra fra gente accussì ben vestita? e che meriti ho? è un merito l’aver vissuto da povero? figghiu meu, lasciami riposare nel camposanto, avivi i capiddhi biondi ’na vota e mo’ su’ janchi».

  5. Ricordando la supplica a Umberto I nei Lamienti Calabresi di Mastru Brunu [Bruno Pelaggi], scalpellino analfabeta di Serra San Bruno [Vibo Valentia, già Catanzaro]: «Ch’è troppu tirannia | pi nnui, povera genti, | a cu’ tuttu a cu’ nenti | non è giustu!… || Duna a cu’ vuoi l’arrustu, | lu miegghiu e u cchiù gruossu, | a nui dunindi n’uossu | comu cani…|| Sempre lavuru e pani | circau lu calabrisi: | tu ti sciali di risi | e cugghiuniji!…».
    Ricordando, dalla sua Trilogia, Michele Pane, anarco-garibaldesco, emigrante e emigrato, nipote per madre di Francesco Fiorentino [Adami di Decollatura-Catanzaro 1876-Chicago 1953]: «Tra li ricùordi mie’ cchiù cari e duci | cce suni puru tri pezzivecchiari; | sienti, letture, i numi d’illi sie’: | Domunicu, lu caru dei quatrari, | chi se sentìa, de quand’era alli Cruci, | gridare: Pezze vecchie! vecchie!, ve! || Ppe’ nue Domunicu lu Trupianu | era ’nu spassu, ’nu gra’ festinu! | Cumu’ ’u cilestru sue berrettinu | a ’sti paisi cchiù nun ci nd’è, | cà ccà nun s’usanu, ned’àautri sanu | gridare chillu sue: Pezze ve’! || E ’n’àutru era ’nu bellu vicchiariellu | chi se chiamava Franciscu Nazara; | (tu ccu’ certizza t’ ’u ricùordi, oi Ci’!) | aviadi duce duce illu la parra | e quante cose avìa ’ntr’ ’u panariellu! | gridava: Gagumìlla Gagumì! || Quando sentìamu alla Mundizzaru | chilla vucìcchia sua de parrìlla: | “Chi vo’ l’abbàttari| la gamilla!” | currìamu lesti e: O zu Francì’, | cchid’hai portatu ’ntra lu panaru? | – La gamumilla, la gagumì!». «Quand’alle feste venìauni u tùmbari | curriamu lesti nue all’affruntare:| (o cari tiempi, tornati cchiù?). | O cchi allegrizza quandu sentìamu | ’ntra li cavuni nue rintronare: | bràbita brùbiti, bràbita brù! || Due vote l’annu venìanu i tùmbari | alle due feste de lu paìse, | (ch’a tantu tiempo nun vijucchiù!) | a San Rafèle ed allu Cárminu; | io tiengu ancòre le ricchie tise | a cchillu suonu: bràbita brù! || […] || “Gioia de màmmata, figliu, nun chiàngere | sienti li tùmbari: bràbita brà! | avanti ’a gghiesa suni chi sònanu: | bràbita brùbiti, bràbita brà!”. || “Si tu nun chiangi, core de màmmata, | pue ti cce puortu io ’vanzi llà; | o quanti gienti cce sû ch’abbàllanu| bràbita brùbiti, bràbita brà!”. ||“Stasìra, sienti, cce sû lli frùguli | e lle carcasse chi fannu: ttrà! | biellu, nun chiàngere, sienti li tùmbari | e lla grancascia: bràbita brà!”».
    Ricordando Calabria di Leonida Répaci [Palmi-Reggio Calabria 1898-Roma 1985] : «L’ulivo che si chiama Calabria | somiglia nel tronco contorto | spaccato dal vento dei secoli | una capra in doglia di parto | che chiede invano da bere. | Il primo a vederla e a sentirla | alta su un greppo fiorito | come un sofferto e allarmato | idolo fu Ulisse. Nella | bruciante sete della bestia | il navigatore erramondo | trovò di che confermarsi | alla pazienza, alla legge | di una conoscenza che ha | alla sua base il dolore. || Una capra in doglia di parto | che chieda invano da bere…|| In perenne assalto all’Aspromonte | di Garibaldi e alla Sila | di Gioacchino, voi ulivi | chiamati saraceni perché furono | gli arabi a vedervi | calare nella zolla, | voi ulivi cari ulivi | della mia terra, colonèi | per la riverenza che impone | la vostra vecchiezza immortale, | non siete no creature | vegetali di solenne espansione | ma giganti di pietra grigia | dalle enormi braccia aperte | tra cielo e mare | tra timpe e calanche | a mostrare scintille di gioielli | neri tra le foglie che hanno | l’azzurro splendente del cielo | e l’intenso smeraldo del mare. || Una capra in doglia di parto | che chieda invano da bere…|| Vanto del popolo bruzio | che vi zappò potò chiese l’olio | per riempir la lucerna | o insaporire la frisa di granturco | voi ulivi cari ulivi | della mia terra, alti e silenziosi | spettatori delle varie tirannie | cadute su noi come su mandre | di pecore cecàte, anche voi ulivi | soffriste di non rompere la grigia | pietra che vi teneva incatenati | per fare ciò che Spartaco e i suoi schiavi | incisero nel bronzo della Guerra | Servile. I secoli passarono | e Spartaco riemerge dalla tomba | alle fresche sorgenti del Silàro | prende nome Berardi Re dei Monti | si chiama Benedetto Musolino | si chiama Garibaldi, e in queste ore | di riscossa di nostra gente | voi giganti grigi | maggiormente provaste la doglianza | di non potervi mettere alla testa | degli insorti contro il principato… | Testimoni muti | forzatamente impassibili | nella vostra bruna corteccia | passò la Storia lasciando | rughe rughe e rughe | a segnare il trascorrere del tempo. || Una capra in doglia di parto | che chieda invano da bere…|| Da voi immensi ulivi colonèi | nelle cui chiome la luce del giorno | entra chiedendo il passo, sopportando | di doversi smorzare a quell’ombria; | dai vostri corpi, ulivi colonèi, | serpenti innamorati attorti a spire | in un supremo abbraccio in cui l’amaro | della foglia, l’aprirsi della gemma, | il velo della pioggia, la carezza ! del sole, lo staffile del vento, | il mostruoso espandersi dei cancri | di senescenza alla corteccia scura | danno vita a una nuova compresenza; | da voi antichi ulivi d’Aspromonte, | dai vostri altorilievi di titani | dalle vostre foreste senza tempo | a me venne l’orgoglio d’essere nato | da una zolla che ha egualmente grandi | il valore ed il male. || Una capra in doglia di parto | che chieda invano da bere… || Debbono a voi, ulivi colonèi, | Telesio Campanella e Gioacchino | se il messaggio affidato all’avvenire | ebbe coscienza di sapersi nato | e strutturato come cattedrale | in terra di giganti, | debbono a voi il bisogno | di scavalcare il tempo con la loro | verità o profezia, | seppero di misurar con metro eterno | il genio la fatica la pazienza | la speranza l’estasi la fede | la vittoria la pena la sconfitta | sulla vostra dolente maestà. || Una capra in doglia di parto | che chieda invano da bere… || Manichea irriducibile | nella luce del bene | nello stagno del male | tu Calabria ti mostri | disposta a perseverar nell’errore | se, convinta d’esser nel giusto, | senti che una battaglia perduta | in partenza può darti | il ricupero d’una forza dispersa. | Nei giorni della gran collera | Reggio straziava se stessa | nelle cose e nelle persone | soffriva la fame e la sete | distruggeva i suoi averi | portava la sua indignazione | ai confini della follia; | e non ricordava Reggio | che alla testa della rivolta | c’era chi dal tempo dei tempi | aveva predicato la guerra | per la proprietà santa | sapendo il cavallo vincente, | e questo cavallo vincente | non era il ritardo reggino | non era lo straccio reggino | non era lo squallore reggino | non era la disoccupazione regina | non era l’umiliazione reggina. | Alla testa della rivolta | c’era tra scoppi di bombe | e urla d’assassinati | un provvidenziale aspersorio | a benedire il trapasso | delle vittime di Reggio impazzita | per una causa sbagliata. || Una capra in doglia di parto | che chieda invano da bere…|| Sbagliata, eppure la tua | aspra indemoniata certezza | di batterti per una causa sacra | che riportasse all’urgenza | della Nazione in allarme | il tuo patimento di trascurata, | il tuo diritto al lavoro, | il tuo diritto al benessere, | era bella, Reggio, e inseriva | questa torrida Estate Settanta | nelle pagine rosse e nere | d’una Calabria dura a crollare, | arroccata a una sua | idea di giustizia e ricupero, | e disposta a lasciare la vita | per difenderla. Eri bella nel fumo | degli incendi, Regina dello Stretto, | decisa a finirti, meritavi | la medaglia al valore sul campo | ingratissimo di una sommossa | che altri avevan voluto | per affermare poteri di cosche, | e non certo per dare un sollievo | al tuo lungo patire. | Eri bella malgrado tutto | e la tua passione civile | che bruciava la rassegnazione | secolare al lampo sinistro | delle Molotof dava | un risvolto struggente | nel suo sarcasmo a chi | solidamente protetto | da interessi creati | predicava la resistenza ultra | sapendo che sarebbero stati | gli altri a cadere | sul filo della màcina. || Una capra in doglia di parto | che chieda invano da bere…|| La tua collera, Reggio, | per contrasto richiama alla mente | Melissa, un calvario | vecchio di secoli, un’onta | vecchia di secoli, il latifondo | lasciato incolto dal barone | ignavo a far da covo alle vipere. | Non spararono a Fragalà | i coloni di Melissa, risposta | di bocche da fuoco non diedero | ai celerini che li puntavano | da poche decine di metri | come cinghiali a due zampe. Caddero | nel loro sangue spianando | col peso del corpo la zolla | appena incisa dalla zappa, | spirarono vedendo spirare | al loro fianco, anch’esse trafitte | dai dissennati giustizieri, | le bestie della fatica nei gironi. | Folgorati i braccianti di Melissa | rei di strappare alla zolla | le Spine del Signore | per farne corone | ai nuovi cristi ammazzati, | ora giacciono | sotto un palmo di terra nera | là dove caddero dopo aver seminato, | e sulle loro tombe | la primavera fiorisce | fragranti roselline di campo. | Ma su quegli umili fiori, | fiore più grande e lucente, | che il vento salito dal Jonio | o sceso dai botri silani | fa sventolare | come una bandiera di combattimento, | permane il ricordo | del glorioso travaglio contadino. | E il giorno del Grande Risveglio | ci saranno loro a guidare | l’esercito dei braccianti | sui latifondi riconsacrati | alla fatica dei coloni. | Dunque quei morti non sono | sprecati, non sono perduti. I caduti | di Melissa hanno il viso rivolto al sole | che sorge dall’Altipiano silano. | I caduti di Reggio hanno il viso | rivolto al sole che muore | dietro le Eolie. || Una capra in doglia di parto | che chieda invano da bere…|| Ti amo Calabria | per gli assorti silenzi delle tue selve | che conciliano i sogni dei pastori | e le estasi degli eremiti. | Ti amo per quel fiume di alberi | che dalle timpe montane | arriva ai due mari | a bere il vento del largo | frammisto all’aroma del mirto. | Ti amo per le solitarie calanche | chiuse da strapiombi di rocce | che prendon colore dall’alga | nata dallo spruzzo dell’onda. | Ti amo per le spiagge deserte | bianche di sole e di sale | dove fanciulle invisibili | sorelle di Nausicáa | corrono sul frangente marino | i piedi slacciati dai sandali. | Ti amo per la fatica durata | a domar le montagne, a bucarle, | a intrecciarle a festoni di pergola, | a cavarne grasse mammelle | di moscato d’oro per mense di dei. | Ti amo per l’aspro carattere | fortificato da solitudini | secolari, bisognoso | di poche essenziali parole | mai vacillante | davanti alla congiura dei giorni. | Ti amo per il grave contegno | che opponi alla Morte | accettata come vendetta | della Malasorte, né elusa | con la preghiera, né subìta | con rassegnazione. | Ti amo per quel pugno chiuso | che la jenia diviene | quando sventura e bisogno | si abbattono sulle famiglie. | Ti amo per il tetto che offri | a chi non l’ha, a chi bussa | alla tua porta mai chiusa | sempre socchiusa, né, certo, | per farlo sedere al tuo semplice | desco, hai bisogno di chiedere | all’ospite, chi sia, donde venga, | dove andrà dopo te. | Ti amo per il rifugio che dài | al latitante, all’evaso, al brigante, | all’orfano, al mendicante, alle bestie | affamate e senza padrone. | Ti amo per il dolore che schianta | il cuore dei giovani braccianti | quando lascian le terre dei padri | per guadagnare un pane salato | in terre lontane e nemiche. | Ti amo per il rispetto che porti | ai poeti, agli artisti, ai frati, | ai medici, alle levatrici, agli innocenti, | a coloro che alzano ponti, | a coloro che aprono strade, | a coloro che costruiscono scuole | cliniche nidi materni | ospedali cimiteri complessi | industriali così migliorando | la convivenza di tutti. | Ti amo per la deferenza che mostri | ai vecchi in un tempo | che tende a ridurre | l’età grave dell’uomo | a un problema di razza abietta | da affidare alle camere a gas. | Ti amo per i grati sapori | della tua sostanziosa cucina | cotta a fuoco lento sulle stipe | e dove il pomodoro ristretto | dal sole agostano si ammamma | su broccoli fagioli ceci, | sulla minestra selvatica, | in una liquescenza odorosa. | Ti amo per la buona acqua che dài | alla sete dopo aver traversato | foreste di ulivi montagne | fitte di abeti e di pini | prati di fiori armacie | a petto di palomba. | Ti amo per la frutta – | fichi fichidindia aranci | susine pompelmi noci – | che profuma le mani che la colgono | le canestre che la raccolgono | i mercati che la espongono | le case dove entra | a sostituire il cibo che non c’è. | Ti amo per il nero a lutto | che le famiglie portano negli anni | a onorare il congiunto che guarda | dalla foto sbiadita sopra il letto. | Ti amo per quello che dài | e anche per quello che non dài | Calabria, non già per poco amore | ma perché povera sei e non disposta | per mutare di stato | a tradire l’immagine | che di te offre la Storia. | Ti amo, infine, Calabria, | per l’uomo che hai fatto di me | in tante amarissime prove. | Un uomo disinteressato e leale | sempre aperto alla fiducia | sempre disposto a dare | senza niente ricevere in cambio. || Una capra in doglia di parto | che chieda invano da bere …|| E ti amo pure, Calabria | per il male che brutalmente | gli eterni làzzari della tua Storia | han fatto a me | per punire in me | il bisogno | il bisogno di assoluto | di verità di giustizia | di libertà di eguaglianza | che tu mi desti col sangue. | Minacciato di morte sommaria | promesso al carcere a vita | potei misurare dal bene | che continuavo a volerti | quanto tu fossi me, Calabria, | quanto io fossi te, Calabria. | Ti vedevo con gli occhi | il sorriso la voce il passo | di mia madre, e da quel momento | cessai di temere, | fui sicuro che la sofferenza | durata avrebbe inserita | la mia piccola storia di uomo | in quella tua grande, Calabria, | avrebbe creato | un nesso sempre più stretto | tra te che hai tanto patito | nel tempo, ed io che portavo | la mia parte di sale al tuo mare. || Una capra in doglia di parto | che chieda invano da bere…|| E un giorno non troppo lontano | unito a te nella zolla | sarò anch’io Calabria, | sarò il fremito dei tuoi alberi, | il murmure della tua onda, | il sibilo dei tuoi uragani, | il profumo delle tue siepi, | la luce del tuo cielo. | Si dirà Calabria e anch’io | diventato un ulivo | dalle enormi braccia contorte | spaccate dal vento dei secoli, | anch’io sarò favola al canto | che sgorghi improvviso | come acqua dal sasso | dalle labbra di un giovinetto pastore | dell’Aspromonte, davanti | al fuoco ristoratore | di un vaccarizzo odoroso | di latte e di redi | nella lunga notte invernale».
    Ricordando ancora Répaci, Miseria [dedicata: a Gabriella Sobrino]: «“Miseria” ti chiami, | pianta spontanea | fiorita attorno all’alloro | della mia terrazza in via Lima. | Non sapevo il tuo nome | me l’ha detto Gabriella | che ti conosce e ti mette | per gentilezza alla pari | con la ginestra | che i deserti consola. | Sei una “Miseria” ricca, | esplosiva di rami che portano | nelle giunture delle foglie | grappoli di piccoli calici | rosaviola dischiusi | o prossimi a aprirsi | su corolle tribolate | bianche e rosate agli orli, | gialli nelle antenne | visitate da insetti volanti, | e ti lanci con forza | in alto a ricevere | più aria e sole che puoi, | non rinunziando però | a cadere a getto di fontana | sul vaso, per abbracciarlo | e vestirlo della tua florescenza. | “Miseria” ma così bella | da reggere al confronto | con qualunque protagonista | privilegiata, si chiami | glicine o caprifoglio | gardenia o azalea | ortensia o stella di Natale | zagara o mirto. Umile | generosa casta come l’acqua | del poverello di Dio non chiedi | neppure d’esser guardata, | ti contenti di esistere | senz’altra pretesa che quella | d’infoltirti ai piedi dell’alloro | vigoreggiante nel vaso | che lo contiene. Avresti | potuto far macchia | su una sponda di magro fiume | davanti al cancello di un camposanto | ai piedi di una Certosa solitaria | di un ospizio di poveri vecchi | di un supercarcere in rivolta | di un convento di clausura | di un antico rudero visitato | dal cappero e con lui convivente | nella malinconia del tempo che passa | distruggendo o stravolgendo ogni cosa. | E invece “Miseria” ha scelto | la mia casa associando forse | la tua presenza alla dolente | invocazione del Santo di Paola: | “O miseria non ti partiri di mia | c’a t’hai truvatu nu bonu cunpagnu”. | Miseria e Calabria strette | in un nodo indissolubile alla vita | e alla missione del secondo | San Francesco. E tra queste | due compagne: Miseria e Calabria: | cammina la mia infanzia, | allorquando scarsissimo | era il pane in casa | e la gran famiglia dei Rupe | aveva a sola sua arma | il sentirsi undici in uno, | un muro su cui Malasorte | poteva picchiar la sua mazza | senza riuscire a spaccarlo | per ridurlo in frantumi. || Per tutta la mia vita | la miseria di cui prendi il nome, | o pianta rosaviola | che spandi la tua chioma | su una spalla invisibile, | per tutta la mia vita,| la miseria, o lo spettro, | di essa più nero, | la paura della bassa marea | che scopre i sassi nascosti | nella sabbia e li rovescia | nel riflusso dell’onda, | è stata sempre presente. | Anche quando appariva lontana | il suo ricordo avvertiva | che tutte le ore feriscono, | nessuna esclusa, preparando | quella che chiude il sipario. | Tuttavia anche lei, la miseria, | si stanca di battere sempre | sulla stessa incudine, concede | lunghe tregue per farsi | dimenticare, poi, quando ti senti | al riparo, eccola pronta | a crearti uno spazio insicuro | un’inquietudine, una ripetizione | dell’antico sgomento | di non riuscire a raggiunger la riva | perché onde su cavalli di spuma | ti sfracellerebbero sugli scogli. || O “Miseria”, cittadina | della mia terrazza, quante | cose mi ricordi, quante ore | passate a sperare in eventi | che non si son mai realizzati | perché la fortuna ha sempre | detto no ai miei progetti | a far grande, senza però | impedirmi di dir sì | al mio orgoglio, costringerlo | a misurarsi al buio | per rinnovare la sua sfida perdente. | Del resto sarebbe ingiusto | irriconoscente disamare | la propria miseria e l’invocazione | di Francesco di Paola | è di un’affettuosità senza pari | anche se non priva | di una virile amarezza. Si sente | che il Santo di Paola è contento | del suo compagno di strada, | che a furia di frequentarlo | si è un po’ mimetizzato in lui, | lo trova accettabile, anche | se coperto di loia, grumoso | negli occhi, scisso nel viso | come una cava di pietra. || “Bonu cumpagnu” però, | pur con le sue sconcertanti | inversioni di rotta, la storia | registra rivolte e massacri | mostrando che il fuoco covava | sotto la cenere e mai | nessuna acqua pesante | l’avrebbe spento. Covava, | e un certo giorno | del Settantatre avanti Cristo, | miseria si chiamò Spartaco | gladiatore di Tracia e servo | ribelle. Sfidò Roma e le sue | legioni cadendo in battaglia | in Lucania dopo due anni | di guerra partigiana. Pagò | con la sua vita e la vita | di diecimila soldati | tutti caduti sul campo o crocefissi | non soltanto la sua ribellione | ma il progetto di divider la terra | ai contadini e ai servi fuggiaschi. | Quei morti o “Miseria” non sono | un esempio di giusto castigo | per chi ha dimenticato | che la forza, e soltanto quella, | regge la pace inquieta | tra chi opprime e chi è oppresso. | Restan quei morti a provare | che l’ingiustizia non sempre | è subìta in silenzio, | accendendo candele fatte | di carne sacrificale, | ma può passare all’attacco | e uccidere i sonni | agli schiavi di ieri | e ai baroni di sempre. || L’iter che porta | da Spartaco a Re Marcone della Sila, | da lui a Angelina Mauro | di Melissa, ci spinge | ad amarti, miseria, | miseria della malpatenza | della mancanza di pane | della mancanza di acqua | della mancanza di case | della mancanza di strade | della mancanza di lavoro | della mancanza di protezione | contro la violenza della mala. | Ti si ama come un congiunto | segnato dalla sventura | come una sorella aggregata | dalla sofferenza comune, | ti si ama per quelle tue tasche | sempre vuote e i sogni grandi, | per le speranze che cozzano | contro una realtà sorda, | ti si ama, anche se confinata | in un tugurio senza finestre | e un impiantito di terra battuta, | con una manciata di paglia | a giaciglio. Anche se bisognosa | di tutto, quando sei giovane, | miseria, la tua risata contro | chi ruba il lievito alla farina | perché non si sollevi a far pane | è una scudisciata alla ricchezza | salata dall’egoismo, a chi nuota | nel grasso colandosi addosso | l’unto della strippata. || Sii benvenuta dunque “Miseria” | nella mia terrazza che ti ospitava | senza conoscerti pur ammirando | il prodigo getto della tua chioma | violarosata. Meglio di me | non potevi trovare chi ti capisse | sentisse frusciare nei tuoi densi | cespugli come l’eco lontana | di un’acqua che scorre | da una sorgente di alta montagna. | In quella musica “Miseria” | c’è il gesto di mia madre | che nasconde un minuzzolo | del suo pochissimo pane | per me stretto a Palisina piangente, | le manine protese a sfiorare | i fratelli che portavano a spalle | la pesante bara | che lasciava la casa | per andar sottoterra».
    Ricordando Elezioni di Franco Costabile [Sambiase-Catanzaro 1924-Roma 1965]: «Elezioni, | processioni, | damaschi | sui balconi. || L’onorevole | torna calabrese».
    Ricordando ancora Costabile, Calabria infame: «Un giorno | anche tu lascerai | queste case, | dirai addio, | Calabria infame. | Solo | ma leale | servizievole, | ti cercherai | un’amicizia, | vorrai sentirti | un po’ civile, | uguale a ogni altro uomo; | ma quante volte | sentirai risuonarti | bassitalia, | quante volte | vorrai tu restare solo | e ripeterti | meglio la vita | ad allevare porci».
    Ricordando ancora Costabile, Il canto dei nuovi emigranti: «Ce ne andiamo. | Ce ne andiamo via. || Dal torrente Aron | dalla pianura di Simeri. || Ce ne andiamo | con dieci centimetri | di terra secca sotto le scarpe | con mani dure con rabbia con niente. || Vigna vigna | fiumare fiumare | doppiando capo Schiavonea. | | Ce ne andiamo | dai campi d’erba | tra il grido | delle quaglie e i bastioni. || Dai fichi | più maledetti | al limite | con l’autunno e con l’Italia. | | Dai paesi | più vecchi più stanchi | in cima | al levante delle disgrazie. || Cropani | Longobucco | Cerchiara Polistena | Diamante | Nào | Ionadi Cessaniti | Mammola | Filandari…|| Tufi. | Calcarei | immobili | massi eterni | sotto pena di scomunica. || Ce ne andiamo | rompendo Petrace | con l’ultima dinamite. | Senza | sentire più | il nome Calabria | il nome disperazione. || Troppo tempo | siamo stati nei monti | con un trombone fra le gambe. | Adesso | ce ne andiamo | muti per le scorciatoie. | | Dai Conflenti | dalle Pietre Nere da Ardore. | Dal sole di Cutro | pazzo sulla pianura | dalla sua notte, brace di uccelli. || Troppo tempo | a gridarci nella bettola | il sette di spade | a buttare il re e l’asso. || Troppo tempo a raccontarci storie | chiamando onore una coltellata | e disgrazia non avere padrone. || Troppo | troppo tempo | a restarcene zitti | quando bisognava parlare, basta. || Noi | vivi | e battezzati | dannati. || Noi | violenti | sanguinari | con l’accetta | conficcata | nella scorza | dei mesi degli anni. || Noi | morti | ce ne andiamo | in piedi | sulla carretta. | Avanzano le ruote | cantano i sonagli verso i confini. || Via! | Via | dai feudi | dagli stivali dei cani | dai larghi mantelli. || Ussahè…| Via | via! | Via | dai baroni. | I Lucifero. | I conti Capialbi. | I Sòlima gli Spada. | I Ruffo. | I Gallucci. || Usciamo | dai bassi terranei | del sudario | dei loro trappeti | dai parmenti | della vendemmia | profondi | a lume di candela | e senza respirazione. || Via | dai Pretori | dalla polizia ! dagli uomini d’onore. | Non chiamateci | non richiamateci. || È scritto | nei comprensori | è scritto | nei fossi nei canali | è scritto in centomila rettangoli | alto | su due pali | Cassa del Mezzogiorno | ma io non so che cosa | si stia costruendo | se la notte | o il giorno. || Ci sono raffiche | su vecchie facciate | che nessuno leva: l’occhio | del Mitra | è più preciso | della Rinascita. || Addio, | terra. | Terra mia | lunga | silenziosa. || Un nome | non lo ebbe | la gioventù. | Non stanchiamoci adesso | che ci chiamiamo col proprio cognome. || Noi. || Noi | ce ne siamo già andati. | Dai Catoi | dagli sterchi orizzonti. | Da Seminara | dalle civette di Cropalati. || Dai figli | appena nati | inchiodati nella madia | calati | dalle frane. | Dall’Aspromonte | dei nostri pensieri. || Spegnete le lampadine della piazza. | Scordiamoci | delle scappellate | dei sorrisi | dei nomi segnati | e pronunciati per trentasei ore. || Cassiani | Cassiani | Cassiani || Cassiani | Foderaro | Galati | Foderaro | Antoniozzi | Antoniozzi | Cassiani | Cassiani || La croce | sulla croce, | diceva l’arciprete. | E una croce sulla croce, | segnavano le donne. | Andavano e venivano. || Foderaro | Antoniozzi | Antoniozzi. || È stato | sempre silenzio. | Silenzio | duro | della Sila | delle sue nevicate a lutto. || È stato | il pane a credenza | portato | sotto lo scialle | all’altezza del cuore. || Sono stati | i nostri occhi stanchi | guardando | le finestre illuminate | della prefettura. || Carabinieri | fermatevi. | Guadate, | giratevi, | non c’è nemmeno un cane. | Siamo | tutti lontani | latitanti. || Fermatevi. | Restano | gli zapponi | dietro la porta. | I cieli. | I vigneti. | La pietra | di sale sulla tavola. || I vecchi | che non si muovono | dalla sedia, soli | con la peronospera nei polmoni. || Le capre | la voce lunga | degli uomini maiali scannati. | L’argento | a forma di cuore, nella chiesa. | Le ragnatele | dietro i vetri, le madonne. | La ragnatela del Carmine | la ragnatela di Portosalvo | la ragnatela della Quercia. | Restano le donne | consumate da nove a nove mesi | con le macchie | della denutrizione | della fame. || Le addolorate | le pietà di tutti gli ulivi. | Lavando | rattoppando | cucinando su due mattoni | raccogliendo | spine e cicoria. || Cancellateci dall’esattoria. | Dai municipi | dai registri | dai calamai | della nascita. || Levateci. || Scioglieteci dai limoni | dai salti | del pescespada. | Allontanateci | da Palmi e da Gioia. || Noi | vivi | noi | morti | presi | e impiccati | cento volte | ce ne siamo già andati | staccandoci dai rami, | dai manifesti della Repubblica. || Di notte | come lupi |come contrabbandieri | come ladri. || Senza un’idea dei giorni | delle ciminiere degli alti forni. | Siamo | in 700 mila | su appena due milioni. | Siamo i marciapiedi | più affollati. | Siamo | i treni più lunghi. | Siamo | le braccia | le unghie d’Europa. | Il sudore Diesel. | Siamo | il disonore | la vergogna dei governi. || Il Tronco | di quercia bruciata | il monumento al Minatore Ignoto. || Siamo | l’odore | di cipolla | che rinnova | le viscere d’Europa. | Siamo | un’altra volta | la fantasia | il 1° giorno di scuola | senza matita | senza quaderno | senza la camicia nuova. || Toglieteci | dalle galere. | Non ubriacateci. || Liberateci | dai coltelli di Gizzeria | dal sangue dei portoni. || Non chiamateci | da Scilla | con la leggenda | del sole | del cielo | e del mare. || Siamo | bene legati | a una vita | a una catena di montaggio | degli dei. || Milioni di macchine | escono targate Magna Grecia. || Noi siamo | le giacche appese | nelle baracche | nei pollai d’Europa. || Addio | terra. | Salutiamoci, | è ora».

  6. angela bruno
    20 novembre 2012 alle 18:19

    e sì Angela e memmeno d’azzurro vive il diritto quando dalla giustizia distante è e questo nella mia vita ora sulla linea declinante mi sono sforzato d’insegnare ai miei studenti e ai miei allievi e qualcuno ha capito e all’azzuro si è innalzato e altri non hanno capito e sulla terra sono rimasti e pavidi nei cunicoli bui della terra si sono rifugiati scrivendo libri con poche fonti e molte metafonti e anche diventando con i loro miseri libri professori ordinari in qualche Università e alla decadenza delle Università e degli studi suoi severi contribuendo e l’Universitas Studiorum in un’Universitas Stupidorum trasformando e dire che a questi miei allievi terragni io terrone non mi ero limitato a correggere il perchè con l’accento grave nel perché con l’accento acuto e gloria sia dunque a te Angela che la mia pedanteria non hai rifiutato e gloria sia pure al professor Fabrizio Sciacca catanese che cattedra di filosofia della politica a Catania tiene e al professor Luigi Alfieri siracusano che cattedra di fiosofia politica e di antropologia culturale a Urbino tiene e così siete tre siciliani sulla carretta tirata da un mulo calabrese bestia da soma e un quarto siciliano mi auguro che su quella carretta salga e Giová si chiama e largo a voi giovani e forza a voi giovani perché il mulo calabrese bestia da soma è vecchio e stanco e catarroso sulla banchina del suo porto aspettando la grande nave con gialle vele di foggia straniera che per l’ultima volta costeggerà la sua città patria salutandovi e salutandovi con sorriso mesto e fazzoletto bianco di bucato profumato

  7. Millosh Giergj Nikolla-Migjeni, «Poema e mjerimit», in «Vepra», a cura di Skënder Luarasi, Cetis, Tiranë 2002, pp. 15-18, trad. dall’albanese di Domenico Corradini H. Broussard.

    Ho preferito tradurre «mjerim» e «skam» con «povertà», anziché com «miseria» e «indigenza».

    «Poema di povertà»

    Povertà boccone duro, fratello,
    fermagola. E ti assale tristezza,
    volti sbianchi, occhi verdognoli,
    ti guardano, tendono mani stecchite,
    tese dietro te rimangono
    finché non si spezzano,
    su loro, aria indifferente,
    fendono cielo croci e minareti impietriti,
    brillano profeti e santi in fuochi multicolori.
    Povertà sente tradimento. [Prima strofa]

    Povertà marchio tremendo,
    disgustoso perfido sconcio,
    fronte e occhi annunciano,
    bocca fatica a nascondere.
    Figli d’ignoranza e sprezzo
    i resti luridi torno tavolo,
    vi ha mangiato cane crudele,
    pancia secolare insaziabile.
    Povertà abito brandelli,
    bandiere di speranza
    lacere per inganno. [Seconda strofa]

    Povertà in amore infuocato,
    angoli bui fra cani topi gatti,
    su stracci muffiti fetidi sudici bagnati,
    si spogliano carni giallite sporche,
    si intrecciano sensi con forza bestiale,
    si mordono e divorano labbra crepate,
    non più fame né sete,
    si soffoca in intreccio infuocato,
    si generano folli servi mendicanti,
    domani affolleranno strade. [Terza strofa]

    Povertà in occhi neonati
    trema fiamma smorta di candela,
    soffitti fumicati e ragnatele,
    ombre umane su pareti umide,
    neonato piange sofferente,
    seno asciutto di nera madre,
    incinta, maledice dio e demonio,
    maledice frutto in gestazione.
    Creatura sua non ride, langue.
    Madre non l’ama, bestemmia.
    Triste culla di povertà,
    bambino cullato da lacrime. [Quarta strofa]

    Povertà in bambini presso palazzi,
    là non voce di mendicante,
    non turbate quiete di signori,
    con signore dormono felici. [Quinta strofa]

    Povertà in bambino già adulto,
    insegna a evitare pugno minaccioso,
    in sonno pugno afferracollo,
    cominciano lamenti di fame e febbri,
    viso di bambino spettro di morte,
    gioiello nero invece di sorriso.
    Di frutto maturo si sa fine,
    bambino finisce in pancia di terra. [Sesta strofa]

    Povertà a lavoro giorno e notte,
    sudore le bolle in petto e in fronte,
    striscia in fango fino a ginocchia,
    60 di nuovo pancia di fame diventa
    compenso ridicolo, per mille fatiche
    quotidiane tre o quattro soldi e marsh. [Settima strofa]

    Povertà in guance lucide,
    labbra rosse e zigomi dipinti,
    corpo in statua di commercio,
    dannato a compagnie di letto,
    prezzo qualche spicciolo,
    chiazze su lenzuola volti coscienze. [Ottava strofa]

    Povertà anche in eredi,
    non denaro in banca e immobili,
    ossa torte e ricordi strazianti,
    un giorno tetto crollò a pezzi
    per marcio di tempo e peso di cielo,
    da viscere infernali voce
    di maledizioni e preghiere,
    voce d’uomo morente sotto travi.
    Così sotto grave piede di Dio sdegno,
    prete dice, muore chi in peccato vive.
    E con questi ricordi e disgrazie
    riempie bicchiere di veleno antico.
    Povertà in consolazione, bicchiere. [Nona strofa]

    Caffè straccioni, lerciume vomitevole su tavoli,
    anima assetata tracanna bicchiere
    per dimenticare novantanove guai,
    e bicchiere torbido, bicchiere diabolico,
    accarezza gola a morsi di serpente,
    e quando uomo cade, grano da falce,
    basso tavolo piange e ride tragicomica.
    Povertà affoga guai in bicchiere,
    uno dopo l’altro centinaia. [Decima strofa]

    Povertà in desideri come in buio stelle,
    vanno in fumo di legna arsa da fulmini. [Undicesima strofa]

    Povertà senza gioie,
    dolori squassano menti,
    tendono corda d’impiccato,
    catene ignobili di legge. [Dodicesima strofa]

    Povertà non querulante pena, giustizia.
    Pena? Figlia bastarda di antenati scaltri,
    ecco Farisei in pompa magna,
    giocano a suon di sentimenti falsi,
    il mendicante una moneta in mano. [Tredicesima strofa]

    Povertà macchia fissa
    in umana fronte secolare,
    macchia non tolta
    da menzogne in templi. [Quattordicesima strofa]

  8. «Che il dolore dei poveri si elevi alla giustizia».

    Sulla lavagna della notte, con il gesso inquieto brace in cenere sepolta. Il silenzio delle tenebre mi carezza la faccia e resta tra i denti la parola. Guardo le mie mani e mi accorgo che hanno solo cinque dita ciascuna. Penso al mercante fallito. Penso ai bambini che muoiono di fame. Non c’è sale nell’acqua di mare, non scaldano i raggi della luna, la lacrima è immobile sull’orlo.

    E la voce della povertà giunge a me lenta, sicura. Senza rumore mi giunge.
    Angeli che il mio nome custodite, testes estote.

    Mi sveglio prima che sorga l’alba dal nido delle aquile. L’aquila bicipite, sotto la quale nacqui 14 novembre mille942 e morì il mio papà 19 febbraio mille958, è sulla nostra rossa bandiera, come un’ombra rossa ci accompagna. E il dolore dei poveri si eleva alla giustizia. Alla giustizia di un unico cuore.

    Il mondo del cuore è il cuore del mondo, ha i rintocchi dei secoli. E da sempre batte per te e per me. E per coloro che in me e in te soffrono, i diritti dell’uomo essendogli negati.
    Quando la violazione dei diritti dell’uomo sfuggirà alla competenza dei singoli Stati, dove si consuma come fiamma che muore senza vento sul ciglio di una candela?
    Quando le braccia gelide della povertà si muoveranno dal cielo indifferente e dalle croci di pietra?

    Da Migjeni: «Povertà boccone duro, fratello, | fermagola. E ti assale tristezza, | volti sbianchi e occhi verdognoli | ti guardano, tendono mani stecchite, | tese dietro di te rimangono | finché non si spezzano».

  9. “Distante dalla giustizia, il diritto detta violenza. E non danza su una virgola di cielo”.
    E non vive di azzurro. Vero?
    Sto ricordando il tuo Zarathustra che cercava compagni per creare il nuovo:” il vostro male peggiore è: voi tutti non avete imparato a danzare come si deve… Elevate i vostri cuori, buoni ballerini, in alto! più in alto! E non dimenticatevi la buona risata”. Sto ricordando le tue parole: ” Nella creazione del nuovo c’è la gioia, la festa”.
    Grazie, Domé

  10. «Anima levis».

    Giuseppe da Copertino aveva la facoltà di levitare, e non era calabrese.

    Alcuni frati del suo Convento, tra ottimi confratelli era capitato, lo denunciarono alla Santa Inquisizione.

    E lui, non calabrese, cadde in estasi mentre lo interrogavano.

    «Si è addormentato peggio del peggiore mulo calabrese», dissero.

    E lui invece continuò a levitare, non era calabrese.

    Solo ciò che è ««levis», e leggera è l’anima dell’innocente, si sottrae alla forza della gravità. Alla forza di un diritto che, distante dalla giustizia, è «gravis», pesante. E violento: «vis quia vis, vis pro vi».

    Distante dalla giustizia, il diritto detta violenza. E non danza su una virgola di cielo. È un Puparo che riduce a Pupi i suoi destinatari. È il Puparo che cerca affiliati

    Parola di calabrese.

  11. Caro Professore,
    e lo dicevo io che la levità è il punto debole dei calabresi. E siccome le tue parole non solo mai parole al vento, ben vengano i chiarimenti sull’importanza dei miti e dei princìpi
    universali che li contengono. E con i miti conosciamo quello che nella storia dell’uomo non muta, le leggi eterne che riguardano tutte le nazioni e tutte le generazioni.
    Antigone e il diritto ingiusto è un esempio potente per chi vuole ricercare i princìpi
    superiori. Sono questi princìpi che ci hanno fatto resistere al nazismo e al fascismo e allo stalinismo. Per un principio superiore abbiamo detto NO alla forza brutta del
    potere. Per un principio superiore è nata la Costituzione che contiene i princìpi che ci faranno dire No ai capricci del principe di turno.
    Grazie, Domé

  12. e siccome le parole pesano e non sempre al vecchio stanco e catarroso e noioso riesce darle quella leggerezza da Calvino invocata e teorizzata nelle sue Lezioni americane e stanotte mi stavano scoppiando le cervella al pensiero d’aver scritto che «io mi sono perso nel labirinto dei miti e degli archetipi» adesso che mi sono messo calmino ingerendo dosi a iosa di ansiolitici e antidepressivi e olio di ricino per purgarmi lasciatemi amici miei gingillare e mi gingillo dicendo che quel labirinto benefico è e che non mi chiamo Dedalo figlio di Icaro né Dedalus figlio di Joyce e non ho bisogno né di una qualche Arianna né di un qualche Mr. Bloom che mi salvino perché la salvezza del giurista non puro esegeta e non puro pandettaro in quel labirinto sta e là e solo là con Freud e Jung il giurista scopre che il diritto è una costante infrastorica e che a volte è giusto e altre volte è ingiusto e così non soggiace servile al ius quia iussum come quell’impostore di nome Socrate e diventa Antigone contro Creonte e Antigone non è una nocciolina o un pistacchio da sgranocchiare televisionando e anche mi gingillo ricordando Bettiol «il diritto penale è una filosofia» e infine mi gingillo affermando che la filosofia è sempre filosofia di una genitivo sicché il filosofo del diritto ha da conoscere tanto la filosofia quanto il diritto e i miti che dietro le quinte del diritto dimorano per il semplice ed elementare motivo che il diritto ha da sempre conservato il suo sottofondo arcaico che la vendetta è da Nietzsche-Zarathustra simboleggiata nelle tarantole e allora amici miei è meglio prenderla a ridere a suon di tarantella che la stessa radice di tarantola ha

  13. e arrivai una sera di novembre a Catania e da Sassari veniva l’aereo e lì a Sassari avevo compiuto un’operazione molto baronale designando a mio successore alla cattedra di Dottrina dello Stato Lio Mura ed era un giovane si fa per dire e solo due anni meno di me ha e allora era un borsista e ora è Preside della Facoltà di Scienze politiche e in quella operazione molto baronale ebbi a complici Valerio Onida e Franco Bassanini e Luigi Berlinguer e Gustavo Zagrebelsky perché tra rei ci s’intende e quella sera all’albergo Vittoria depositai in fretta il mio bagaglio e subito corsi al palazzo della Facoltà di Giurisprudenza dove l’indomani avrei dovuto slezionare e sul frontone c’era scritto «rossi bastardi vi massacreremo» e andai a slezionare l’indomani ed ero allora un mestierante professorino e al posto mio slezionò Vittorio Frosini che agli studenti volle presentarmi e disse «in questa Facoltà mi sono formato e affermato con il mio Maestro Orazio Condorelli» e le altre frasi non le ricordo e ricordo che l’aula era gremita di studente e studenti e ricordo che gremita era anche quando il giorno dopo l’indomani cominciai a slezionare e dieci minuti di parole mie sul rapporto tra il codice civile e il fascismo bastarono perché si sgremisse e da allora in poi ebbi una dozzina di studente e studenti pro rossi bastardi e veniva spesso la mattina Salvatore a dirmi che i fascisti di Almirante e Rauti e Fini avevano picchiato sodo con catene i pro rossi bastardi e li avevano picchiati al modo in cui Almirante e Rauti e Fini picchiavano e a Salvatore rispondevo d’aver pazienza con la storia e lo stesso gli rispondeva Fabio Mazziotti e tempo non ebbe Fabio di salutarmi prima d’andarsene sulle rive d’Acheronte fresche di rugiada e fiorite di trifoglio e con Fabio insieme sempre alla ricerca dei posti meno cari in cui dormire e mangiare e l’ultimo nostro approdo fu a Villa Dina in un seminterrato e avevamo trovato un ristorante con padrona e serva e lui con la padrona si fidanzò e a me toccò la serva e ogni tanto dopo cena andavano a casa con giardino di Pietro Barcellona confinante con la casa del fratello Mario e nel giardino di Pietro ping pong e calcetto e c’era pure Peppino Cotturri ed era il tempo in cui Pietro e fratello suo si stavano convertendo al marxismo ed era il tempo del nascente uso alternativo del diritto e divennero anche loro rossi bastardi in una Facoltà di docenti in prevalenza destrorsi o democristiani e Pippo 28 di Giarre studiava e studiava e mi donò una cotognata 30 e lode e come fui ingrato io e avaro e miope e però ciò nonostante ce la scialavamo nella putía vino bianco buono e buon pesce di via Musumeci e sembravano fabbri che sull’incudine dell’intelletto volevano picchiare concetti e dargli forma e giunse sparviero il momento del commiato e per anni e anni non ci si vide più finché Angela Penelope la tessitrice non riannodò i fili e ci mise un suo filo e un filo di Giová nel restaurato arazzo e Salvatore filosofo del diritto suo malgrado e Pippo 28 di Giarre prossimo Rettore 30 e lode e Giová di Vittoria in terra etrusca tenetela a bada voi e se vi riesce alla precettistica e alla casistica riconducendola sennò rischia di perdersi come io mi son perso nel labirinto dei miti e degli archetipi e tutti con antico affetto vi abbraccio grazie grazie dicendo e tutti nel mio cuore serrati vi tengo e nel mio cuore cantastorie tutti vi tengo in efflorescenza e compresenza e se e quando potete ricordatevi del vecchio ormai sempre più vecchio e sempre più stanco e catarrosso

  14. io prima delle allieve perché mi allevasti.
    io, la diletta.
    io, colei dalla quale si pretende.
    tu, il mio maestro esigente, esigentissimo..
    tu, che mi svegli con una telefonata per studiare.
    tu, che mi spieghi come far diventare il diritto una materia morbida, dinamica su cui ragionare, sempre..
    tu che mi insegni a sfruttare le mie capacità mnemoniche – che brutta, a volte la memoria, che dolore –
    in fondo a questa strada – ricordo una passeggiata lungo la ferrovia, tu, franca, enrico ed io –
    noi, una nipote e uno zio, così diversi, così uguali.
    auguri.

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