Si dice che bisogna conoscere il passato per capire il presente e anticipare il futuro, forse non c’è occasione migliore di questa per considerare vera questa massima. La provincia di Catania, infatti, rischia il crac economico a causa di un conto astronomico da saldare proveniente dal passato. E’ di 23 milioni e 300.000 euro circa il debito che il comune siciliano deve estinguere con l’istituto finanziario italiano per un contratto stipulato nel 1972 e che adesso presenta un conto salatissimo.

I patti erano questi: l’Ifi si impegnava a concedere esigui prestiti ai dipendenti della Provincia, che sarebbero stati restituiti mediante le trattenute applicate dall’amministrazione direttamente in busta paga. Una comune cessione del quinto dello stipendio dunque, una pratica nota quando si tratta di finanziamenti o prestiti. L’anomalia della vicenda però si ha quando nel 1974 si scopre che dei 1.318 prestiti erogati dall’Ifi solo 187 sono regolari, i restanti 1.131 concernevano persone inesistenti o anche dipendenti dell’ente realmente esistenti, ma che non avevano mai fatto domanda per beneficiarne.

Sono stati riconosciuti responsabili della monumentale truffa due dipendenti della Provincia, uno impiegato nell’ ufficio economato e l’altro addetto alla corrispondenza. Difficile pensare realmente che, da soli, questi due impiegati potessero essere in grado di architettare una truffa di queste dimensioni gigantesche, anche perché i moduli per richiedere il prestito dovevano ricevere la sottoscrizione dell’assessore, a cui spettava il compito di certificare la veridicità delle dichiarazioni.


I due, al di la delle congetture, furono condannati per truffa aggravata: all’epoca era sparita una cifra clamorosa, 1 miliardo e 828 milioni di lire, la stessa cifra che del resto, 10 anni più tardi, l’Ifi chiese come risarcimento dopo essere venuta a conoscenza del raggiro. Nel 1991, dunque, si ha la prima sentenza; il tribunale di Catania condannava i due dipendenti a pagare, in solido la Provincia. In pratica, la decisione del tribunale colpiva nettamente l’ente, che è la parte che viene ritenuta responsabile a livello contrattuale.

Scontato dire che ci fu un appello, concluso 5 anni dopo, nel 1996, con relativo ribaltamento della sentenza avuta dopo il primo grado. La vicenda, tuttavia, era lungi dal dirsi finita; nel 2000, infatti, la Cassazione accolse il ricorso del curatore dell’Ifi, intanto fallito, rinviando tutto ad un nuovo giudizio d’appello. Ci vollero 8 anni, solo nel 2008 la Provincia uscì condannata, è poi stato inutile il ricorso successivo in Cassazione, che nell’ estate del 2011 ha confermato la sentenza. Sono passati così 40 anni, con le rivalutazioni e gli interessi legali la somma iniziale si è moltiplicata di 25 volte.

I tentativi di conciliazione non sono andati a buon fine così come la proposta fatta dalla Provincia per ridurre le proporzioni del disastro pagando 12 milioni e mezzo non ha avuto gli esiti sperati: i curatori fallimentari voglio l’intera cifra che gli spetta. Le conseguenze sono state il pignoramento dei conti dell’ente a marzo, il 2 ottobre, invece, la sezione distaccata di Mascalucia del tribunale di Catania, a 28 (ventotto!) anni dall’ inizio della causa, ha reso esecutiva la sentenza.

Giorgio Marino, il giudice dell’esecuzione, ha reso noto che l’ente non deve nemmeno preoccuparsi di pagare fisicamente il debito, in quanto sarà possibile prelevare la somma dovuta al debitore escusso direttamente dalla banca tesoriera dell’ente; i soldi, in questo modo, possono essere trattenuti direttamente dal conto dove vengono depositati i trasferimenti provinciali.

 Il tribunale non si è intenerito nemmeno con l’accorato appello del presidente della Provincia Giuseppe Castiglione (Pdl), ci aveva dunque provato il suo avvocato che aveva fatto notare come quei 23 milioni e passa di euro avrebbero reso impraticabile il patto di stabilità. Nemmeno questo, però, ha smosso il giudice Marino che nella decisione del 2 ottobre ha detto che il patto di stabilità “opera con riferimento al contenimento delle spese, ma non può certo operare quale limite per pagamenti discendenti da provvedimenti giurisdizionali, per di più passati in giudicato e per di più in danno di legittime pretese creditorie”. Dura lex sed lex.


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