Da qualche parte, il marcio doveva pur esserci. Non appena è uscita la notizia che Alessandro Sallusti rischiava il carcere, il mondo della politica e quello dell’informazione sono stati protagonisti di un’insolita alleanza.

Tutti a precipitarsi di fronte ai microfoni per gridare allo scandalo, tra editoriali infuocati e interrogazioni parlamentari. Così, uno dei paladini del giornalismo di opinione, direttore di un quotidiano che appartiene alla famiglia dell’ex pluri-presidente del Consiglio, si è trasformato improvvisamente nella bandiera bipartisan della libertà di informazione.

Anche da questo sito web, lo abbiamo scritto e lo ribadiamo: spedire un giornalista dietro le sbarre, seppur colpevole, è un retaggio che sa di medioevo e di inquisizione. Utilizzare come metro per misurare la gravità dei reati d’opinione alcune norme che si rifanno al Codice Rocco, datato 1930, è anacronistico e del tutto inadatto a una democrazia che vuole dirsi liberale, nell’epoca del web 2.0.


Come dicevamo, qualcosa sotto questo polverone doveva covare: e infatti, ecco che la beneamata classe politica, con la complicità silenziosa dei tecnici, dovendo evitare il carcere al “soldato Sallusti”, ci propina l’ennesimo, balordo tentativo di mettere la mordacchia all’informazione.

Ormai, dunque, la questione non è più Sallusti o non Sallusti: il direttore del “Giornalepagherà, se davvero lo farà, per colpe non sue – ascrivibili a Renato Farina, che ha riconosciuto la paternità dell’articolo incriminato sotto lo pseudonimo “Dreyfus”. Ora, invece, preme interrogarsi sui principi in base ai quali va rifondata l’informazione in Italia.

Ciò che sta succedendo, infatti, è meschino oltre che inadeguato: si approfitta della sollevazione di coscienze per sferrare un nuovo attacco all’informazione, un bavaglio nuovo di zecca che mina ancora una volta la libertà di stampa nel nostro malandato Paese.

Ci eravamo convinti che questa fosse una stagione ormai alle spalle: niente di più sbagliato. Quante volte, negli anni scorsi, senza troppa distinzione di casacca tra i governi, abbiamo assistito a maldestri propositi di mettere un freno alla libera informazione, si tratti di quella online, televisiva, periodica o cartacea.

Spinti un po’ dal nostro spirito ideologico, in un contesto politico che aveva ridotto tutto al pro o contro Berlusconi, abbiamo progressivamente digerito e derubricato quegli azzardi a desideri di rivalsa contro la stampa ritenuta “ostile”, oggi ai Travaglio, domani ai Sallusti, o dopodomani a qualche blogger tra i più polemici.

Anche qui, possiamo prendere atto che ci sbagliavamo. Ma soprattutto, oggi ci rendiamo conto di essere stati presi in giro: la volontà di tenere a bada le opinioni era nientemeno che un intento comune, ben al di là dei meri fini di schieramento, per quanto condannabili.

Oggi, questa realtà si è dipanata di fronte ai nostri occhi, risvegliandoci dal torpore del governo tecnico. Attraverso questo “gioco di prestigio”, insomma, la vicenda Sallusti è diventato l’atout ideale per vincere la partita contro la libera informazione.

Come altrimenti qualificare, infatti, provvedimenti che introducono un massimo delle pene fino a 100mila euro, cifre impensabili per giornali o siti di dimensioni limitate, che spesso si avvalgono del lavoro di coraggiosi e mal pagati freelance?

Vogliamo invece parlare dei libri e gli ebook di inchiesta, un filone editoriale che, oltre ad avere un ritorno commerciale importante, grazie soprattutto alla condotta poco raccomandabile di certi politici, svolge una funzione essenziale di divulgazione, contrappeso necessario alle mille diramazioni del potere politico? Se il ddl passerà, le case editrici saranno chiamate a un obbligo di rettifica su almeno due quotidiani a livello nazionale, naturalmente a proprie spese.

Una disposizione che – in attesa del testo definitivo – si troverebbe all’articolo 1 della nuova legge, quasi a sentenziarne l’intento di trasformare i mass media, invece che nei contenitori delle notizie, in un’anonima poligrafia delle veline di Stato, a tutela dell’onorabilità di chi si sente “macchiato”.

O, ancora, come altrimenti ricondurre l’obbligo di rettifica a tutta pagina senza possibilità di replica, che, come ha giustamente osservato Francesco Merlo su Repubblica, è lo strumento ideale per trasformare le notizie in propaganda, proprio come succede negli autoritarismi?

Addirittura, poi, queste potrebbero essere finanche cancellate in nome di un sempre inneggiato, e ora messo nero su bianco, diritto all’oblio. Quasi da ancién regime sono, poi, le punizioni per i recidivi: interdizione fino a sei mesi, un anno o tre anni a seconda del primo, secondo o terzo caso. Sostanzialmente, viene disopsto il divieto di lavorare per reati ascrivibili alle opinioni.

Qui non si tratta di liberalizzare la “macchina del fango“, semplicemente si vuole cercare di mantenere un minimo di equilibrio tra il soverchiante ruolo di una politica a braccetto con l’economia, e la funzione cardine in una democrazia svolta dagli organi di informazione, che, tra l’altro, subiscono la crisi più di ogni altro settore, tra sovrabbondanza dei mezzi e il crollo verticale delle inserzioni pubblicitarie.

Se un giornalismo coraggioso è sintomo di una democrazia in salute, allora davvero stiamo virando verso una democrazia di plastica, dove le notizie passano in secondo piano rispetto alla tutela di chi ricopre incarichi pubblici e, peggio, dove si può avere paura di scrivere, o la convenienza di non farlo, perché essere mal pagati è sempre meglio che non esserlo affatto, magari avendo sul groppo il peso di qualche decina di migliaia di euro da versare al politico di turno.

A ben vedere, però, ai tecnici, che se la legge passerà in questi termini, si renderanno inevitabilmente complici, un merito va riconosciuto: ci hanno aperto gli occhi, ancora una volta, su come destra e sinistra finiscano per confondersi anche quando perseguono i propri scopi liberticidi.


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  1. Caro Francesco, concordo sul fatto che la discussione al senato sia punitiva nei confronti della stampa, che ha fatto (ma solo di recente) il proprio dovere di cane da guardia del potere (politico, perché di quello economico non si occupa). Per il resto, scusa ma: la diffamazione non è un reato di opinione. Opinione è dire che una legge è ingiusta, che una divinità non esiste. Diffamazione è dire che chi ha scritto la legge è un cretino, un corrotto, etc. Il diritto all’oblio non è purtroppo “finora inneggiato”, ma drammaticamente già applicato (anche se credo che non sempre sia corretto tirare in ballo il passato delle persone: dipende). La rettifica è fondamentale, dovrebbe essere una richiesta obbligatoria per il presunto offeso per potere procedere, non un’attenuante (la stragrande maggioranza delle cause sono intentate senza che sia stata chiesta prima la rettifica). Quanto ai modi di pubblicazione, se ne può discutere. No alle pagine di propaganda ma anche no alla replica: da giornalista, ho imparato che certe precisazioni dei presunti offesi sono più dannose, per loro, delle informazioni pubblicate. E allora, mi dirai? Per me, meglio la galera. Altro che retaggio medievale! Caso mai, ampliare il ricorso all’affidamento ai servizi sociali. Se si pagano solo multe, le persone come Sallusti ballano: loro, i soldi per pagare li hanno dalle tasche di Berlusconi. I precari e i free lance (oggi maggioranza della categoria) no, e saranno costretti all’autocensura. Né possiamo chiedere che le multe siano irrisorie, perché in tal caso significa non depenalizzare ma annullare il reato di diffamazione. Allora, tanto vale abolirlo e basta. Ricordati che, abolito il penale, resterebbe comunque la richiesta di risarcimento danni civile: non se ne esce…Buon lavoro

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