Il Comitato di Oslo riconosce il ruolo svolto dall’Europa in difesa di democrazia e diritti umani per oltre 60 anni. Un segnale di fiducia per un’istituzione in grave crisi

La scelta del Comitato norvegese di assegnare il Premio Nobel per la Pace 2012 (di seguito il video dell’assegnazione) ad una comunità di oltre 500 milioni di cittadini quale l’Unione europea è destinata a far discutere, come molto spesso nel caso dei Nobel. Il precedente più prossimo nel tempo fu l’assegnazione dello stesso premio al Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, da poco eletto e subito insignito (era il 2009) dell’alta onorificenza con ben due guerre in corso ereditate dalla precedente amministrazione repubblicana, in Afghanistan ed in Iraq (anche se per la seconda erano già state gettate le basi per il ritiro definitivo dei militari Usa dal Paese arabo).

Non per la prima volta ad essere beneficiario del Nobel per la Pace non è un singolo, già in passato il premio è stato riconosciuto ad importanti istituzioni internazionali come Medici senza Frontiere (1999) e le Nazioni Unite (2001), ma mai prima d’ora era stato insignito dell’onorificenza una nazione in particolare, o una confederazione di Stati come nel caso attuale.


L’Europa è oggi più di altri continente di pace e di democrazia. Si legge nel testo della motivazione che “l’Unione e i suoi membri per oltre sei decenni hanno contribuito al progresso della pace e della riconciliazione, della democrazia e dei diritti umani in Europa”. Ci sono alcuni aspetti su cui riflettere, in merito. La guerra in tutti questi anni è stata sì tenuta lontana dal territorio europeo, ma conflitti sono stati combattuti da Stati che oggi sono membri della Ue al di fuori dei suoi confini, dai tempi della decolonizzazione (anni ’50 e ’60 del ‘900) fino alla guerra in Afghanistan, passando per le Malvinas/Falkland, l’Iraq, la Libia. Senza dimenticare gli orrori della guerra civile nella ex-Jugoslavia dal 1991 al 1995 – con la tragica appendice della guerra del Kosovo del 1999 contro la Serbia – il più grave evento bellico avvenuto in territorio europeo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. In quell’occasione l’Europa agì tardi e male, senza riuscire ad essere all’altezza dei drammatici eventi (basti pensare a quello che fecero, o meglio che non fecero, i caschi blu olandesi dell’Onu in occasione del massacro di Srebrenica, nel luglio 1995). Senza contare che tre dei principali Paesi membri dell’Ue, Italia, Francia e Germania, sono anche tra i maggiori produttori di armi a livello mondiale. Un aspetto di non poco conto…

Una scelta, quella del Comitato del Nobel, che non è dunque priva di lati oscuri e zone d’ombra. L’Unione europea non ha un ruolo forte nella ricerca e salvaguardia della pace nel mondo, e sarà così almeno fin tanto che non saprà esprimere con voce unanime una propria autonoma politica estera. Manca un autentico Ministro degli esteri Ue, così come carente è tutta la costruzione politica dell’Europa. La sua vera forza sta nell’esempio di pace interna che essa stessa ha costruito, e nella capacità di attrattiva di questo esempio a livello globale.

È infatti innegabile che l’Unione europea (coi suoi predecessori istituzionali nel passato) ha sostanzialmente garantito fin dal 1945 la coabitazione pacifica tra i vari popoli e Stati del continente, fondandola su una solida base di democrazia e di benessere (Welfare State), base che, per quanto messa duramente in discussione dall’attuale grave crisi dei debiti sovrani, rimane ancora tra le più evolute e studiate al mondo.

Merita ricordare che, nel corso della millenaria storia d’Europa, i periodi di pace tra i Paesi del Vecchio Continente non sono stati che brevi eccezioni: la guerra è stata la regola. Le due Guerre Mondiali del ‘900 sono state il coronamento di questa tendenza autodistruttiva, di fatto un vero e proprio suicidio collettivo, con la successiva Guerra Fredda che ha tagliato l’Europa a metà sottoponendola alla tutela delle due superpotenze di Usa ed Urss.

Se nonostante tutto questo il continente europeo ha saputo trovare – dalle ceneri del 1945: “Europa anno zero”, verrebbe da dire parafrasando il celebre film di Roberto Rossellini – la volontà e la forza di rialzarsi e diventare un modello (per quanto sempre perfettibile, come tutti i modelli) di pace, democrazia e rispetto dei diritti umani, allora si capisce che la decisione del Comitato per il Nobel non è stata probabilmente infondata.

In un momento di profonda crisi economico-finanziaria che mette a rischio la stessa sopravvivenza dell’Unione europea, quando la guerra non è più fatta coi cannoni ma con gli spread, ad essere premiati dal Comitato, evidentemente, sono stati anche gli sforzi per una maggiore integrazione politica, verso l’approdo ad un futuro Stato federale europeo (gli “Stati Uniti d’Europa”) che sappia garantire ed implementare le conquiste di civiltà finora compiute.

Il Nobel per la Pace alla Ue è un riconoscimento che celebra il grande patrimonio politico, sociale, economico e culturale del Vecchio Continente. Ancora più che un elogio dell’“essere”, è un richiamo a quello che è il “dover essere” dell’Europa unita. È come se il Comitato di Oslo abbia voluto invitare i Capi di Stato e di Governo e i cittadini europei tutti a riflettere sul fatto che, andando oltre le differenze ed i numeri impietosi dell’economia, quello che ci unisce è nonostante tutto di più e più forte di ciò che ci divide.

Come un faro che, nella notte avvolta dalle nebbie, richiama i naviganti verso un porto sicuro, questo Nobel così insolito ci può aiutare forse a comprendere il valore del progetto europeo, perché il cammino di progresso faticosamente intrapreso, ora in forse, non venga spezzato.


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  1. speriamo che tutti i cittadini dell’UE (politici compresi) si ricordi dello slancio ideale dell’Europa unita e si mettano nuovamente a ragionare in termini fedarlisti seri.

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