Si è costituita questa mattina la Procura di Palermo, nell’ormai celeberrimo conflitto tra poteri dello Stato sollevato di fronte alla Corte Costituzionale dal Quirinale per le intercettazioni indirette al Capo dello Stato.

Il deposito degli atti è stato effettuato con una memoria di costituzione di 32 pagine. Il deposito è stato fatto con una settimana di anticipo rispetto alla scadenza dei termini, che era fissata per il 19 ottobre. I pm di Palermo sono rappresentati da un collegio difensivo costituito dal professor Alessandro Pace, fino a poco tempo fa presidente dei costituzionalisti italiani, e dai professori Giovanni Serges e Mario Serio. L’udienza di fronte ai giudici della Consulta è già stata calendarizzata nei giorni scorsi per il 4 dicembre. Al centro del conflitto tra poteri dello Stato c’è la vicenda delle intercettazioni di alcune conversazioni del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano con l’ex ministro dell’Interno ed ex vice presidente del Csm Nicola Mancino: l’utenza telefonica di quest’ultimo era stata messa sotto controllo dai magistrati palermitani che indagano sulla presunta trattativa Stato-mafia.

Qui il testo integrale della memoria di costituzione della Procura di Palermo


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3 COMMENTI

  1. […] Leggi il testo integrale del ricorso e la memoria della Procura. […]

  2. […] della Procura di costituirsi in giudizio, sia l’Avvocatura sia i legali dei pm hanno depositato proprie memorie. Oggi l’udienza pubblica di fronte ai giudici costituzionali. I giudici relatori saranno […]

  3. Su un altro blog, giovedì 6 settembre 2012, criticai il ricorso dell’avvocatura dello Stato pro Napolitano.

    Quale il petitum del ricorso?

    Dalla pagina 16 del ricorso, questo: «Ritenuto quanto precede, il ricorrente Presidente della Repubblica chiede che l’Ecc.ma Corte adita dichiari che non spetta alla Procura della Repubblica presso il Tribunale Ordinario di Palermo omettere l’immediata distruzione delle intercettazioni telefoniche casuali del Presidente della Repubblica».

    Traducendo dal giuridichese in un più orecchiabile italiano: Napolitano chiede che la Corte costituzionale dichiari che la procura di Palermo deve distruggere quelle intercettazioni telefoniche causali tra lui e Mancino.

    È vero che il petitum si può desumere dalla causa petendi. Solo che nella causa petendi del ricorso altro petitum non mi sembra si trovi.

    Non sta qui uno dei vizi del ricorso?

    Per distruggere quelle intercettazioni bisogna passare per il gip in contraddittorio tra le parti.

    L’Avvocatura dello Stato vuole che la Corte costituzionale induca la procura di Palermo a commettere un reato?

    La memoria di costituzione della procura di Palermo non mi sembra scritta con un linguaggio scorrevole: spesso anche i professori universitari, quando si mettono ad avvocatare, sono ripetitivi e prolissi e cacofonici e stilemi usano che di vecchiume sanno. Ma il punctum dolens questa memoria lo centra: l’improponibilità del petitum.

    Napolitano è ancora furibondo. L’ha dimostrato due giorni fa a Scandicci nel suo discorso presso la nuova sede della scuola di formazione per i giovani magistrati. Furibondo, si direbbe, anche in nome e per conto del defunto suo fidato consigliere Loris D’Ambrosio. Il quale, il 18 giugno 2012, così gli scriveva citando le sue telefonate con Mancino: «Non conosco il contenuto delle telefonate intercettate». No comment.

    A chi darà ragione la Corte costituzionale? Se darà ragione a Napolitano, contribuirà a delegittimare la procura di Palermo. Se darà ragione alla procura di Palermo delegittimerà Napolitano.

    Altro che stabilità istituzionale e leale collaborazione tra i poteri dello Stato, questa.

    E intanto l’omino di media cultura antropologica continua a chiedersi perché mai Napolitano, data l’irrilevanza penale delle sue parole nelle sei telefonate con Mancino, si è rifiutato e si rifiuta d’informare gli italiani di ciò che a Mancino ha detto in complessivi 18 minuti di conversazione telefonica.

    E se il Marco Antonio di Shakespeare potesse di nuovo parlare, chi in questa poco simpatica vicenda giuridica chiamerebbe a sfottò «uomo d’onore»?

    L’omino di media cultura antropologica non lo sa.

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