Il carcere di Rebibbia sbarca a Hollywood. Sarà il film “Cesare deve morire” diretto dai fratelli Taviani, a rappresentare l’Italia agli Oscar, la notte in cui il cinema mondiale si ferma per celebrare le migliori opere dell’anno.

Ancora, mancano alcuni mesi alle nomination, che solitamente vengono diramate a gennaio, a distanza di trenta giorni dalla cerimonia più attesa a Los Angeles. Eppure, per i registi italiani, si tratta già dell’ennesimo successo di un’opera che, passata un po’ insordina nelle sale italiane, sta destando grande stupore oltre confine, raccogliendo attenzione attorno al problema della detenzione nelle iperaffollate carceri italiane.

Già, perché il film dei fratelli Taviani racconta delle vicissitudini di alcuni detenuti nel carcere romano più famoso, intenti a mettere in piedi una piéce teatrale basata sul testo di “Giulio Cesare“, la tragedia scritta da William Shakespeare. Il film è stato girato proprio all’interno di Rebibbia, con la partecipazione di reali carcerati, per la prima volta alle prese con il teatro, tra celle di massima sicurezza e barlumi di socialità.


Dopo le soddisfazioni di critica ottenute in patria, con la vittoria di 5 David di Donatello, tra cui miglior film e miglior regia, e l’Orso d’Oro all’ultimo Festival di Berlino, dunque, è arrivato un nuovo, importante riconoscimento per il lungometraggio dei due registi italiani.

Con il film, torna d’attualità il tema della reclusione e, soprattutto, della rieducazione dei detenuti, sulla quale esistono scuole di pensiero contrastanti da secoli. A quella più incline alle misure alternative alla mera detenzione appartiene anche l’avvocato e ministro della Giustizia Paola Severino, che proprio recentemente, in un tour tra le maggiori case circondariali della penisola, ha parlato dello stato delle carceri italiane.

Il Guardasigilli ha espresso l’intenzione del governo di portare in Parlamento un disegno di legge per la riforma dei penitenziari, puntando fortemente sulle “seconde vie” per l’estinzione della pena, riscuotendo applausi a profusione tra i detenuti raccolti ad ascoltarla. Ancora, però, in Parlamento il testo continua a farsi attendere: c’è da sperare che, magari, l’exploit cinematografico dei fratelli Taviani possa rinfrescare la memoria al ministro e ai suoi collaboratori, oppure la riforma, con la legislatura in scadenza a marzo prossimo, rischia davvero di farsi anticipare dalla notte degli Oscar.


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