La scorsa settimana la svolta, la Camera dei deputati ha stabilito che sul finanziamento ai partiti dovrà esserci massima trasparenza e far si che ciò sia possibile verrà designato un soggetto esterno che si occuperà di certificare tutte le entrate dei partiti e come vengono impiegate. Questo provvedimento perché diventi effettivo necessita dell’avvallo del Senato, quel Senato presieduto da Schifani che da sempre crede che “la politica deve saper ricomporre il divario con la gente e non soltanto a parole. Essere vicina agli italiani significa soltanto un verbo: fare presto e bene, uscendo dal tunnel nebuloso e mostrando di aver capito, di voler andare avanti nel pieno rispetto delle norme e della trasparenza”. Dunque sembrano esserci tutti i propositi perché questa norma venga approvata anche se probabilmente non sarà così semplice ed immediato il voto favorevole.

Nel recente passato sono stati già effettuati, in Senato, tentativi in direzione di questa proclamata trasparenza ma con esiti fallimentari; il 3 agosto 2011, infatti, Vidmer Mercatali e Luigi Lusi, tesorieri di Pd e Margherita rispettivamente, avevano proposto come ordine del giorno “la certificazione in forme opportune” del bilancio e che fosse resa nota la distinta di spese e contributi sul sito internet del Senato. Neanche a dirlo fu respinto. Stessa sorte ingloriosa toccò ad un altro ordine del giorno analogo, questa volta di marca dipietrista, che puntava sull’obbligo dei gruppi a “rendicontazione annuale dei contributi loro assegnati” e alla “pubblicità di tale rendicontazione”.

L’ultimo ordine del giorno affine risale al primo agosto scorso, sempre proveniente dall’Idv, ma pur avendo ottenuto parere favorevole si è arenato in un nulla di fatto. I soldi su cui si chiede trasparenza non sono pochi, non è di una cifra irrisoria che si sta parlando, basterebbe dire che nel solo 2012 si è arrivati ad un ammontare 38 milioni e 350mila euro, 750mila euro più dell’anno precedente. Questo per quanto riguarda il Senato perché poi bisogna aggiungere i 35 milioni della Camera, quindi nel complesso stiamo parlando di un movimento annuo superiore ai 70 milioni una cifra su cui i cittadini meritano di essere informati con dovizie di particolari, non solo per il periodo di crisi, ma perché quei soldi altro non sono che i versamenti dei contribuenti onesti.


Questi fondi sono destinati a stipendiare i dipendenti, ma rientrano fra gli usi cui questa cifra è destinata anche le indennità aggiuntive per i senatori che svolgono una carica all’interno del gruppo; il presidente, i suoi vice, i componenti del direttivo e altri ancora. L’assenza del bilancio determina per i gruppi una libertà assoluta indipendenza nella gestione di queste risorse; infatti il livello di questi bonus viene stabilito in modo totalmente autonomo, quindi sono sconosciute le entità, in che forma queste indennità vengano versate.

Tutto questo riserbo, trattandosi di figure con incarico pubblico, è difficile da capire e ancora più da spiegare, ma c’è di più, i gruppi parlamentari infatti sono vere e proprie associazioni, assimilabili a quelle private non registrate. Questo fa si che la pubblicazione del bilancio non sia resa obbligatoria, tuttavia c’è un piccolo dettaglio da considerare: i soldi in questione sono dei contribuenti. Dopo i recenti scandali, Lazio in testa, pare evidente che non si possa più temporeggiare a riguardo e sia una necessità dalla quale non è possibile sottrarsi rendere noti i bilanci dei gruppi parlamentari.

Alla luce della decisione presa dalla Camera, dei recenti sviluppi di cronaca sugli scandali regionali (Lombardia e Lazio), le aspettative sono che la trasparenza venga imposta, e lo sia con lo stesso metodo adottato dalla camera ossia mediante controllo esterno. Montecitorio, per scampare a questo genere di provvedimenti, è ricorso sempre all’autodichìa, cioè il principio di autonomia del Parlamento che però qua non risulta applicabile in quanto i gruppi sono equiparabili ad associazioni private come detto; infatti le cause fra il personale dei gruppi parlamentari e i gruppi stessi finiscono davanti al giudice ordinario e non dagli organi interni.


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