Spesso in campagna elettorale, i candidati – presi dalla foga e dalla passione di impressionare gli uditori – si lanciano in promesse ed affermazioni talvolta improbabili, inverosimili, irrealizzabili.

Talvolta però si esagera e forse non si riflette quanto si dovrebbe prima di rilasciare dichiarazioni.

Accade così che un autorevole candidato alla Presidenza della Regione Sicilia alle elezioni del prossimo mese di ottobre affermi, come riportato da tutta la stampa: “Continuo ad essere convinto che intitolare l’aeroporto di Palermo a Falcone e Borsellino, significa che ci si ricorda della mafia. L’aeroporto di Palermo lo intitolerei ad Archimede o ad altre figure della scienza, figure positive“.


Sono i luoghi di rappresentanza istituzionale e democratica – ha aggiunto – che dovrebbero essere, come monito di legalità, dedicati alla memoria delle vittime di mafia. Io stesso proporrò all’Assemblea regionale di intitolare l’aula parlamentare alle vittime di mafia. Ritengo, comunque, che sia una scelta di marketing sbagliata, per un territorio a vocazione turistica come il nostro, intitolare un luogo di partenza e arrivo come l’aeroporto alla memoria dei propri eroici caduti”.

E ancora: “Non ci si presenta ai tanti turisti che accoglie la Sicilia con il sangue di una delle più profonde e, ancora non sanate, ferite della nostra terra”.

Pur cercando di comprendere le reali intenzioni di tali dichiarazioni, resta il fatto che queste risultano inaccettabili.

Onorare Falcone e Borsellino significa ricordare la mafia e non due servitori dello Stato, e quindi le Istituzioni stesse, che con il massimo sacrificio hanno combattuto la mafia?

Archimede o altre figure della scienza” sarebbero figure positive e Falcone e Borsellino no?

Non rende più onore alla Sicilia ricordare le proprie vittime per combattere la mafia che cercare di nascondere la realtà o ignorare la storia per evitare di macchiare l’immagine della Sicilia, danneggiare il turismo o l’economia e via di questo passo?

Credo non sia necessario ribadire i problemi drammatici che il prossimo governo regionale si troverà ad affrontare in Sicilia, il bilancio dissestato, l’elefantiaca struttura amministrativa, l’assenza di lavoro, la crisi del turismo, la mancanza di investimenti…

Sono queste le cause gravi e difficili che allontanano dalla Sicilia; al contrario presentarsi come una terra dove si combatte per sconfiggere ogni forma di illegalità è il modo migliore per offrire un’immagine positiva.

Tornano in queste dichiarazioni gli esiti di un dibattito mai concluso in Sicilia, su mafia e antimafia; basta ricordare il celebre e paridgmatico dibattito fazioso seguito all’altrettanto celebre riflessione di Leonardo Sciascia sui “Professionisti dell’antimafia apparsa sul Corriere della Sera del 10 gennaio 1987.

E sono temi che inevitabilmente alimentano e che vengono utilizzati per cercare di influenzare anche il confronto politico-elettorale.

Così ci si dimentica che la mafia non è una questione di marketing, la lotta alla mafia non è uno slogan e non può essere usato solo come strategia da campagna elettorale, individuando l’approccio che può suscitare più interesse sugli elettori.

Trenta anni fa, prima di essere barbaramente assassinato, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, prefetto di Palermo, affermava: “La mafia ormai sta nelle maggiori città italiane dove ha fatto grossi investimenti edilizi o commerciali e magari industriali. A me interessa conoscere questa accumulazione primitiva del capitale mafioso, questa fase di riciclaggio del denaro sporco, queste lire rubate.  Ma mi interessa ancor di più la rete mafiosa di controllo, che grazie a quelle case, a quelle imprese, a quei commerci magari passati a mani insospettabili, corrette, sta nei punti chiave, assicura i rifugi, procura le vie di riciclaggio, controlla il potere”.

Vent’anni fa Paolo Borsellino scriveva: “La lotta alla mafia, il primo problema da risolvere nella nostra terra bellissima e disgraziata, non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti e specialmente le giovani generazioni, le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”.

E Giovanni Falcone: “La mafia non è affatto invincibile. È un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio, e avrà anche una fine. Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che si può vincere non pretendendo eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni”.

Afferma oggi il procuratore Grasso: “La lotta alla mafia dovrebbe essere posta tra le priorità di qualsiasi partito al governo, ma spesso purtroppo non è così. Cosa nostra non ha né strategie né colore politico. Nella lotta alla mafia ci vorrebbero corsie preferenziali e voti unanimi. Le strategie per combatterla non dovrebbero avere colore politico; Cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra si espandono nelle regioni del Nord, è la linea della palma che avanza, come aveva profetizzato Sciascia. Non siamo abituati a fronteggiare la mafia quando si inabissa e riscopre il dialogo con le istituzioni. Questo è il risultato di un consenso che garantisce vantaggi, favori e preferenze per chi ne rimane coinvolto”.

Trent’anni di storia che hanno cambiato il nostro Paese; che hanno cambiato il mondo.

Non hanno cambiato l’urgenza e l’attualità della lotta a tutte le mafie, in modo serio, sistematico, che impregni ogni azione di governo e di gestione del territorio.

Non sarebbe dunque più opportuno, necessario e urgente concentrarsi sui programmi di governo?

Dall’attuale campagna elettorale ci si attende di più. Dai primi confronti fra i candidati sono emersi finora slogan e riflessioni contrapposte su alchimie politiche, alleanze, rivendicazioni di autonomismo e di primogeniture, che poco interessano.

Si può sperare in qualcosa di più?


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